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Depressione e santità: la tentazione di padre Semeria

Il servo di Dio barnabita testimoniò la necessità dello sforzo penoso della preghiera

Il barnabita p. Giovanni Semeria (1867-1931), di cui è in corso il processo di beatificazione, dopo essere stato un grande e famoso predicatore, cadde in una forte depressione, denominata nevrastenia. Nei momenti più acuti ebbe anche – come lui stesso ebbe a scrivere – un’orribile tentazione per cui si sentiva inetto a vivere. Grazie anche alla vicinanza di molte persone riacquistò la salute e si diede alle opere di carità. Riguardo a tale malessere ebbe a scrivere: «Le malattie sono tutte brutte, i malati bisogna compatirli tutti e sempre. Ma questa malattia […] compatitela molto». Ecco sotto la sua testimonianza in merito scritta nel 1921, ossia cinque anni dopo i fatti.

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Tutto questo insensibilmente urtava il sistema nervoso pacifico, pacifista d’un più che quarantenne, quasi cinquantenne. Un giorno non mi sentii più io: mi spaventai di me. Ebbi paura di tutto; vidi tutto scuro. Cercai la parola di conforto per gli altri; sentii la sfiducia, quasi la disperazione dentro di me. M’accorsi d’esser malato. Chiesi di curarmi in Svizzera: l’ottenni. […]

Più che qualche cosa di spezzato, mi sentivo rotto tutto intero io. E mi pareva impossibile di tornare più quello di prima. Ebbi la impressione, le impressioni dell’uomo finito. Pregavo… pregai quella volta a Villeneuve, ma la preghiera stessa era uno sforzo penoso, più che soave conforto. Le malattie sono tutte brutte, i malati bisogna compatirli tutti e sempre. Ma questa malattia, ma la nevrastenia, Dio ve ne scampi lettori: e voi compatitela molto.

Come guarii? Col tempo, la pazienza non mia sola, ma dei miei curanti – il buon medico De Montet, il suo aiuto dott. Christin, il Cappellano di Mont-Pèlerin, le Suore, i compagni di dolore, alcuni egoisticamente chiusi in sé, altri buoni, servizievoli – un grosso Padre Domenicano che m’era compagno fedele in passeggiate lunghe, una vecchia signora inglese con cui si leggeva Newman, dei giovanotti con cui si discuteva, si giocava a bigliardo.  Poi Don Druetti, Don Dosio, i bravi Missionari Bonomelliani che venivano a trovarmi, confratelli, amici che venivano dall’Italia (che carità visitare gli infermi!). Venne Don Orione, venne P. Gemelli…

Poi a poco a poco rientrai in vita: prima a Ginevra, indi a Courmayeur, da una famiglia patrizia genovese. E un bel giorno mi sentii me stesso. Le ali erano rispuntate. Presi il volo, mi posai a Udine, al mio posto… Laus Deo!

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Per un approfondimento cfr. http://www.cristianocattolico.it/catechesi/santi/depressione-e-santita-l-esempio-di-padre-giovanni-semeria.html

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