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Ddl cyberbullismo: il reato di omofobia rientra dalla finestra?

La proposta di legge approvata alla Camera prevede sanzioni verso chi usa internet per offendere anche in base all’orientamento sessuale. Un argine alla libertà d’espressione?

Chi si ricorda del ddl Scalfarotto? Esattamente due anni fa, in Italia, era ancora acceso il dibattito intorno a questa proposta di legge – primo firmatario il deputato omosessuale del Pd, oggi sottosegretario allo Sviluppo economico – volta a introdurre il reato di omofobia nell’ordinamento giuridico italiano.

Imponente fu la levata di scudi di ampi settori della società civile. Tanti cattolici e non solo temevano che una simile norma, in mancanza di una definizione del concetto di omofobia, abbattesse la scure sanzionatoria non solo su chi commette violenza (contro cui già esistono misure ad hoc nel codice penale), ma anche sulla libertà d’espressione.

Il rischio concreto, intravisto in filigrana dietro il ddl Scalfarotto, era la persecuzione per via giudiziaria nei confronti di quanti esprimono opinioni contrarie al matrimonio gay oppure manifestano pubblicamente la posizione della Chiesa sull’omosessualità.

Ma tanto tuonò che (non) piovve. Va riconosciuto alla mobilitazione partita dal basso il merito di esser riuscita a smuovere le coscienze, dei cittadini e dei politici che provano a contrastare le declinazioni legislative del pensiero dominante circa i cosiddetti “temi etici”. La vivacità della Manif Pour Tous Italia e l’originale modo di protestare delle Sentinelle in Piedi furono un’efficace spina nel fianco dei sostenitori del ddl Scalfarotto.

Ddl che oggi giace in Commissione Giustizia del Senato dal 20 settembre 2013, subito dopo esser stata approvata alla Camera. Da quel dì è rimasto inutilmente all’ordine del giorno, impelagato nel coriaceo ostruzionismo dei senatori contrari.

Se il testo in questione appare oggi innocuo, i suoi contenuti rischiano tuttavia di riaffacciarsi in modo preponderante sulla scena. Il 20 settembre scorso (curiosamente tre anni esatti dopo l’approdo in Commissione del ddl Scalfarotto) la Camera ha approvato la proposta di legge per la prevenzione e il contrasto dei fenomeni del bullismo e del cyberbullismo. Dopo le modifiche portate a Montecitorio, ora il testo torna al Senato per l’ultima lettura.

Rispetto al testo originario, relativo esclusivamente agli abusi nei confronti dei minori, il ddl riguarda ora anche gli atti di bullismo commessi contro gli adulti, con un inasprimento delle sanzioni: si rischiano da uno a sei anni di reclusione.

Il M5S (unico partito ad aver votato contro, mentre si sono astenuti Lega Nord, Forza Italia, Sinistra Italiana e Conservatori e riformisti) denuncia che le modifiche generano una “censura al web” giacché – affermano i pentastellati – “chiunque si senta offeso o leso da un contenuto sulla rete che lo riguardi, può chiederne la rimozione senza che vi sia un criterio oggettivo nella procedura”.

I rischi per la libertà d’espressione travalicano anche sulla sfera sessuale. Il testo, riscritto ed emendato, definisce il bullismo “l’aggressione o la molestia reiterate”, minacce e furti, offese relative alla razza, alla religione, all’orientamento sessuale, all’aspetto fisico anche attraverso il telefono, internet, i social network.

È il riferimento all’orientamento sessuale ad agitare lo spettro del ddl Scalfarotto. Pur non ravvisando offese dirette o minacce a persone omosessuali, qualche tribunale potrebbe considerare lesivo, e dunque una forma di bullismo, esprimere opinioni negative su coppie gay, sul matrimonio tra persone dello stesso sesso e sull’opportunità che un bambino venga cresciuto da una coppia omosessuale. Ecco come il pensiero non omologato e dunque non gradito potrebbe essere ridotto al silenzio.

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