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Aborto e salute mentale

Il nesso causale è sufficientemente dimostrato?

di E. Christian Brugger*

WASHINGTON, D.C., giovedì, 29 settembre 2011 (ZENIT.org).- L’aborto procurato aumenta nella donna il rischio di sviluppare problemi di salute mentale?

La domanda è stata posta ripetutamente negli ultimi decenni, con dozzine di ricerche che indicano una correlazione positiva [1], mentre solo alcuni studi, ma ben pubblicizzati, giungono alla conclusione opposta.

Un esempio di quest’ultimo tipo di studio è il ben noto rapporto del 2008 della Task Force on Mental Health and Abortion dell’American Psychological Association (APA). Lo studio conclude affermando con sicurezza che “non esiste dimostrazione sufficiente per sostenere” un legame positivo nella donna tra l’aborto e l’aumento dei problemi psichici. Le organizzazioni abortiste hanno colto la palla al balzo per annunciare che l’aborto non presenta alcun rischio per la salute mentale della donna.

Il rapporto dell’APA è stato oggetto di un attento esame metodologico nell’edizione di settembre del British Journal of Psychiatry (BJPsych) da parte di Priscilla K. Coleman, professoressa di Scienze dello sviluppo umano e famiglia presso la Bowling Green State University dell’Ohio.

Coleman sostiene che il rapporto del 2008, in cui si afferma di aver considerato e analizzato “tutta” la ricerca empirica pertinente successiva al 1989, impiega criteri inadeguati per selezionare gli studi da inserire e quelli da escludere dall’analisi, finendo per includere “numerosi studi più deboli” escludendo “dozzine di studi internazionali metodologicamente sofisticati”.

Coleman svolge la propria “meta-analisi” generale delle ricerche pubblicate tra il 1995 e il 2009: la “più estesa stima quantitativa dei rischi per la salute mentale associati all’aborto disponibile nella letteratura mondiale”. Ha attentamente analizzato 22 studi sottoposti a peer-review (15 dagli Stati Uniti e 7 da altri Paesi) che coprono un campione enorme, composto da 877.181 partecipanti, di cui 163.831 si sono sottoposte ad aborto volontario. Coleman le suddivide secondo cinque variabili psichiche: ansia, depressione, uso di alcol, uso di marijuana e comportamento suicida.

Conclude che, nell’insieme, aver avuto un’esperienza di aborto ha portato a uno sconcertante aumento dell’81% dei rischi di sviluppare problemi di salute mentale per tutte le predette variabili. Gli effetti rilevati risultano più evidenti quando si confrontano le donne che hanno abortito con quelle che hanno deciso di portare a termine la gravidanza.

Coleman osserva che questo coincide, infatti, con i dati scientifici che dimostrano che partorire “riduce il rischio di sviluppare problemi di salute mentale” e ha “effetti protettivi” sulla salute mentale della donna. Per esempio, per le donne che partoriscono i tassi di suicidio si riducono della metà rispetto al resto della popolazione.

Chi critica l’analisi di Coleman certamente chiamerà in causa il recente studio contenuto in un articolo pubblicato da un gruppo di ricerca danese nel gennaio del 2011 sul New England Journal of Medicine (dopo che la versione definitiva di Coleman era già stata consegnata a BJPsych).

Utilizzando i dati ufficiali del Governo danese, lo studio raffronta il numero delle prime visite psichiatriche (per qualunque tipo di disordine mentale) delle donne, prima e dopo l’aborto, e conclude che, poiché non vi sono significative differenze statistiche, l’aborto non aumenta il rischio per le donne di sviluppare disordini psichiatrici. Ma – afferma lo studio – portare a termine una gravidanza sì! Questa posizione è stata ripresa dallo Huffington Post nell’articolo intitolato “Abortion Doesn’t Increase Mental Health Risk, But Having A Baby Does”.

Quattro questioni

Dopo che lo studio danese è stato reso noto, Coleman ha pubblicato una risposta, ripresa da LifeSiteNews il 27 gennaio 2011, in cui sostiene che le sue conclusioni sono falsate da quattro importanti elementi.

Anzitutto, dal numero degli studi si evince che le donne che sono incinta e che attivamente considerano l’ipotesi dell’aborto sopportano livelli di stress molto elevati, e molte subiscono abusi. Di conseguenza, esse affrontano la loro prima visita psichiatrica prima dell’aborto, ma comunque già in funzione della loro decisione di abortire. I ricercatori danesi, invece, considerano il numero delle visite psichiatriche precedenti all’aborto come derivanti da cause diverse dall’aborto (poiché avvengono prima dell’aborto). Da ciò concludono, in modo tendenzioso, che se le donne soffrono da problemi causati da fattori diversi dall’aborto prima dell’aborto stesso, i loro problemi successivi all’aborto dovranno afferire agli stessi fattori precedenti all’aborto. In altre parole, l’aborto non potrebbe essere la causa dei loro problemi psichici.

Secondo elemento: lo studio danese non verifica in base a variabili “terze” come il desiderio di avere una gravidanza, la coercizione da parte di altri ad abortire, lo stato di persona sposata, il livello di reddito, di istruzione, l’esposizione a violenze e altri traumi, ecc. Numerosi altri studi non sono stati pubblicati proprio per la mancata considerazione anche solo di una di queste variabili. Questo studio non ne considera neanche una, eppure è stato accettato e pubblicato dal prestigioso New England Journal of Medicine.

Terzo, lo studio non considera la storia psichiatrica delle donne precedente ai nove mesi prima dell’aborto, mentre “solo le donne maggiormente in salute” sono state contemplate. Ma le donne con problemi di salute mentale più indietro nel tempo sono quelle che avranno maggiori probabilità di subire le conseguenze di un aborto. Peraltro, sono escluse anche le donne che hanno avuto molteplici aborti, che invece rappresentano un gruppo suscettibile di sviluppare problemi conseguenti all’aborto.

Lo studio, infine, segue le donne solo per i 12 mesi successivi all’aborto, ma vi sono prove considerevoli del fatto che i problemi di salute mentale derivanti dall’aborto talvolta non si manifestano se non dopo diversi anni.

Coleman sostiene che se lo studio avesse incluso “tutte” le donne che si sono sottoposte ad aborto, rispetto a quelle che portano a termine la gravidanza, e avesse poi confrontato tutte le visite psichiatriche di entrambi i gruppi prima e dopo l’aborto, controllando anche le pertinenti variabili “terze” di cui sopra, allora i dati sarebbero stati affidabili. Pertanto, le conclusioni attuali dello studio mancano di completezza statistica.

All’inizio del suo articolo pubblicato su BJPsych, Coleman esorta i suoi colleghi ricercatori a mantenere alta la barra dei loro standard di ricerca negli ambiti critici dell’aborto e della salute mentale. A suo avviso, gli studiosi che lavorano in “questo ambito altamente politicizzato” devono applicare rigorosamente, “in modo sistematico e obiettivo, standard di valutazione scientificamente fondati, quando sintetizzano e commentano i risultati delle ricerche”. Diversamente, “si espongono ad accuse di applicare due pesi e due misure a seconda del loro punto di vista”. Per giunta – osserva Coleman – la ricerca tendenziosa, in questo caso, può comportare conseguenze negative per le donne.

NOTE

[1] Cfr., per esempio, J.M. Thorp Jr., et al. “Long-term physical and psychological health consequences of induced abortion: review of the evidence,” Obstet Gynecol Surv., vol. 58, n. 1 (Jan. 2003), 67-79.

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* E. Christian Brugger è Senior Fellow e direttore del Fellows Program presso la Culture of Life Foundation, nonché titolare della cattedra Card. J. Francis Stafford di Teologia morale presso il St. John Vianney Theological Seminary di Denver, Colorado (Stati Uniti).

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