La Chiesa stimata e apprezzata in Giappone

di Piero Gheddo*

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ROMA, giovedì, 15 settembre 2011 (ZENIT.org).- La presenza della Chiesa nella società giapponese, pur essendo limitato il numero dei battezzati (400.000 su 126 milioni), è significativa. Le comunità cristiane testimoniano una vita diversa che è ammirata, anche se la conversione a Cristo non è facile. Padre Alberto Di Bello, missionario del Pime da 40 anni in Giappone e parroco nella città di Shizuoka non lontana da Tokyo, mi dice: “Nel dopoguerra c’è stato un vero boom di conversioni, poi sono diminuite. Ma oggi la Chiesa è molto più conosciuta di quanto si potrebbe pensare, data la nostra piccolezza numerica. I giornali parlano spesso del cristianesimo, citano le idee, i costumi cristiani e i vescovi quando fanno qualche intervento; le scuole cattoliche sono molto frequentate e stimate. Poi c’è il Papa e altri personaggi cristiani che fanno notizia. In Giappone attirano i matrimoni e i funerali che facciamo e vengono anche persone estranee che poi ne parlano ad altri, a volte chiedono qualche spiegazione e mi dicono: ‘Anch’io vorrei studiare il cristianesimo’ e si incomincia un contatto”.

L’impegno fondamentale per i preti e i cattolici giapponesi è di testimoniare Cristo ai non cristiani.  “L’occasione migliore – dice padre Alberto – sono i funerali. Con 750 cristiani nelle mie due parrocchie, in tre anni ho fatto 22 funerali nella mia parrocchia e 12 nell’altra più piccola; sei-sette battesimi di bambini di cristiani e una quindicina di battesimi di adulti (nella parrocchia in cui ero prima avevamo 100 battesimi l’anno, tra i quali molti adulti). Ormai anche in Giappone sono più quelli che muoiono di quelli che nascono”.

Cosa attira i giapponesi nelle nostre chiese? “Piacciono molto la musica, i canti, gradiscono anche il gregoriano. Quando vengono come turisti nei paesi cristiani, specie in Italia e dal Papa, rimangono ammirati, scossi, ne parlano, non pochi vogliono studiare il cristianesimo. I film biblici o cristiani che le televisioni ripetono spesso suscitano interesse. Anche le nostre piccole chiese, essendo aperte sulla pubblica via, a volte sono visitate dai non cristiani che vi sentono quasi una presenza divina, un’atmosfera di riflessione, di preghiera, di fraternità e di pace”.

Perché i funerali attirano i non cristiani? “I giapponesi hanno il culto degli antenati, ma i buddhisti per i funerali fanno poco (dicono preghiere che non si capiscono), pur essendo impegnati in funerali e anniversari dei  morti. I nostri funerali e matrimoni sono cerimonie solenni e partecipate, con fiori, riti, incenso, musiche, processioni, benedizioni e con l’omelia nella quale diciamo che il defunto vive una vita diversa dalla nostra, in seno a Dio che è Padre di tutti gli uomini. Noi tra l’altro abbiamo dei bellissimi canti fatti in Giappone, per i funerali e i matrimoni, sia le parole che la melodia. Sono canti che piacciono e commuovono i giapponesi per le belle parole che dicono. Prima si traducevano i canti italiani o francesi, poi hanno incominciato a farli in Giappone”.

Quali sono le difficoltà maggiori che un giapponese incontra per convertirsi? “In genere – risponde padre Alberto – la prima difficoltà viene dalla tomba di famiglia. Ogni famiglia ha la sua tomba dove sono poste le ceneri di tutti i propri defunti. In Giappone, la cremazione dei defunti è obbligatoria. La tomba di famiglia è sacra perché è legata al culto degli antenati e unisce la famiglia. Quindi è impegno di ogni membro della famiglia curare quella tomba, riunirsi sulla tomba negli anniversari per onorare i defunti, pagare l’affitto della tomba per mantenerla. La tomba è sulla terra come per noi, ma non conserva le casse da morto con dentro i resti dei defunti, ma i vasi con le ceneri di ogni defunto. Tutto questo lega ogni membro alla tomba, alla famiglia, al culto degli antenati. Cambiare religione è una difficoltà. Oppure, altra difficoltà è entrare e accettare le verità cristiane, per esempio, che Dio è persona, che Dio è morto in croce per noi, che ci ama. Se il catecumeno non capisce i misteri cristiani o il significato del sacrificio della Messa, viene qualche volta, non si trova bene e non viene più”.

“Il mio compito principale, come parroco, è di prendere le persone una per una, perché è difficile averle assieme; incontrare le singole persone, stabilire un rapporto cordiale e parlare, spiegare, rispondere con amore e pazienza. Si potrebbe dire che è la pesca all’amo e non con la rete. Bisogna sfruttare tutte le situazioni possibili per farsi conoscere e conoscere persone, gettando semi di bontà, di amore, di Vangelo. Per questo facciamo concerti, incontri, gruppi, pellegrinaggi, conferenze, feste dell’asilo, abbiamo il Sito internet della parrocchia che ci procura contatti”.

“Il missionario straniero è importante anche per questo motivo. Il Giappone è un’isola e ha sempre avuto la tendenza a chiudersi. La presenza di missionari stranieri apre molti orizzonti. Il missionario è apprezzato anche per questo. Con i miei parrocchiani ho fatto diversi pellegrinaggi a Roma e a Lourdes, ai quali sono venuti anche amici non cristiani”. Chiedo a padre Alberto se in Giappone c’è piena libertà religiosa. “Assolutamente sì, risponde. La Chiesa non è discriminata, anzi diciamo che è ben vista per i contributi di umanizzazione che porta al popolo giapponese. Ma si può anche dire che il Giappone e la Chiesa giapponese insegnano qualcosa a noi”.

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*Padre Piero Gheddo (www.gheddopiero.it), già direttore di Mondo e Missione e di Italia Missionaria, è stato tra i fondatori della Emi (1955), di Mani Tese (1964) e Asia News (1986). Da Missionario ha viaggiato nelle missioni di ogni continente scrivendo oltre 80 libri. Ha diretto a Roma l’Ufficio storico del Pime e postulatore di cause di canonizzazione. Oggi risiede a Milano.

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ZENIT Staff

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