Il “bilancio sociale” tra impresa e società

di Giorgio Mion*

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ROMA, giovedì, 14 luglio 2011 (ZENIT.org).- Quando alla fine degli anni Trenta del secolo scorso il gruppo tedesco AEG pubblicò un primo rendiconto “sociale” – teso a dimostrare gli investimenti sostenuti al fine di migliorare le condizioni lavorative dei propri lavoratori e rimasto sostanzialmente un unicum per almeno quattro decenni –, gli interlocutori istituzionali devono aver pensato ad una bizzarria di qualche manager illuminato o stravagante, a seconda della bonomia dell’osservatore.

Da sempre, infatti, quando si pensa al “bilancio” delle imprese si fa riferimento ad un orizzonte finalistico ben chiaro: l’impresa deve creare profitti e ne dà contezza ai propri finanziatori mediante il bilancio, sulla cui approvazione da parte dell’assemblea sociale si gioca la credibilità interna ed esterna dei manager. Tradizionalmente, infatti, quando l’impresa comunica “se stessa” in modo istituzionale – cioè mediante i documenti di bilancio – lo fa utilizzando un linguaggio eminentemente economico-finanziario, al fine di permettere al lettore la comprensione delle proprie condizioni economiche e della propria solidità patrimoniale. Pertanto, il lettore tipico del bilancio è un operatore specializzato ed interessato a profili specifici, come, ad esempio, sono le banche creditrici ovvero i mercati finanziari.

Tuttavia, da qualche tempo, si sta allargando la visione dell’impresa e si tende ad una comprensione più ampia della stessa, in quanto inserita in un contesto sociale ed ambientale in cui si sviluppa e sul quale riversa anche effetti, ora positivi (generando valore, ad esempio creando posti di lavoro) ora negativi, come accade nel caso di produzioni dannose per l’ambiente naturale. Proprio per questo da tempo tanto gli studiosi quanto coloro che operano nell’impresa hanno sviluppato nuove modalità di rendicontazione – si potrebbe dire di “relazione istituzionale” – dell’attività d’impresa, che coinvolga anche aspetti non strettamente economici; da questa volontà nascono esperienze come quella del cosiddetto “bilancio sociale”, un documento che, mediante l’esposizione di informazioni, dati ed indicatori di diversa natura, è teso a descrivere gli effetti delle produzioni d’impresa sui diversi “stakeholder”, ovverosia sui soggetti che – a vario titolo – sono coinvolti nella gestione: si pensi, ad esempio, ai lavoratori, ai clienti, alle comunità locali, all’ambiente naturale, ecc.

La pratica del bilancio sociale – o, come anche viene denominato, del bilancio di sostenibilità – si è diffusa negli ultimi vent’anni sia in Italia sia all’estero a macchia di leopardo, non essendo obbligatorio, ma mosso soltanto stimoli competitivi o da accordi di categoria (come è accaduto, ad esempio, nei primi anni duemila al settore bancario). Esso non riguarda soltanto il mondo della cosiddetta impresa “profit”, ma anche le organizzazioni non profit ed il settore pubblico, come testimoniano le molteplici esperienze di bilancio sociale di Provincie e Comuni, non ultimo quello di Trieste.

Ora un nuovo passo in avanti sembra essere quello del cosiddetto “bilancio integrato”, che tende ad includere in un unico sistema di rendicontazione i diversi aspetti della gestione aziendale (economico, sociale, ambientale, ecc.), sulla scorta – soprattutto – delle esperienze internazionali, prima fra tutte quella dell’associazione Global Reporting Initiative, che da anni opera nel campo della rendicontazione sociale in ambito mondiale. L’obiettivo è quello di ricondurre ad unità i diversi “messaggi” informativi sull’impresa, cosicché il lettore non corra il rischio di “parcellizzare” la propria immagine dell’impresa, ma la colga nella sua sistematicità. Molta strada è, dunque, stata fatta dopo la storica esperienza di AEG, tuttavia ancora molto cammino va fatto, soprattutto dal punto di vista culturale: per il lettore, che deve abituarsi a guardare una realtà complessa nella sua interezza senza “correre” subito all’ultimo rigo del conto economico, quello destinato al risultato economico, ma anche per il management, per cui la rendicontazione sociale non può essere un fine in sé, ma deve divenire la traccia di un comportamento davvero attento ai diversi riflessi dell’attività aziendale, anche su soggetti “deboli”, perché esterni all’impresa stessa (come l’ambiente naturale o i clienti).

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*Giorgio Mion è professore associato presso l’università di Verona, insegna economia aziendale ed è collaboratore dell’Osservatorio Internazionale CardinaleVan Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa.

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ZENIT Staff

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