“Il Sud Sudan è orgoglioso di essere una nuova nazione”

Il vescovo di Rumbek sottolinea l’importanza di questo storico evento

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di Chiara Santomiero

ROMA, giovedì, 7 luglio 2011 (ZENIT.org).-Una “marcia serena” verso la dichiarazione di indipendenza che il 9 luglio a Juba renderà ufficiale la nascita del 54° Stato africano del Sud Sudan.

Nonostante gli scontri durissimi che nel mese di giugno hanno devastato il Sud Kordofan e le centinaia di migliaia di sfollati privi di assistenza adeguata in Darfur e Abyei, mons. Cesare Mazzolari, vescovo della diocesi di Rumbek, tiene a sottolineare la grande speranza e il fermento vissuto dal popolo sud sudanese alla vigilia di questo importante appuntamento.

“Il Sud Sudan – afferma – è orgoglioso di essere una nuova nazione ed è pronto conquistare la propria identità nel mondo”.

In effetti quella del 9 luglio 2011 rappresenta una data storica: mai, dagli anni ’60, cioè dall’epoca della decolonizzazione del continente africano erano state messe in discussione le frontiere tracciate dagli stati coloniali (tranne che per la secessione dell’Eritrea dall’Etiopia nel 1993). L’indipendenza del Sud Sudan dal Sudan, che segna la fine del periodo di transizione stabilito negli accordi di pace del 2005 e che è stata sancita dal referendum popolare dello scorso 9 gennaio che ha decretato con il 98,83 % dei voti la secessione dal nord del paese, è stata pagata con un alto tributo di sofferenza. Quasi cinquant’anni di guerra segnate dalle fasi sanguinose dal 1955 al 1972 e dal 1983 al 2005, due milioni di morti e quattro milioni di profughi e sfollati.

Di molta parte di questo, mons. Mazzolari da 30 anni in missione nella Nigrizia di san Daniele Comboni – “Sudan” in lingua araba significa proprio “terra dei negri”, in latino Nigritia -, è stato testimone attento e partecipe, ponendosi al fianco dei più poveri e dimenticati, battendosi perché anche a loro fosse data quell’assistenza sanitaria, l’istruzione di base e i programmi di sviluppo che fanno parte dei diritti fondamentali della persona.

“Noi missionari – ha raccontato al giornalista Lorenzo Fazzini nel libro Un Vangelo per l’Africa (Ed. Lindau) – siamo rimasti qui, con la gente, anche quando gli Antonov bombardavano le nostre scuole, gli ospedali, le chiese. Siamo stati con loro: se fuggivano in Etiopia a piedi (un percorso di 100 km!), noi c’eravamo; quando abitavano nei campi profughi, i nostri preti erano lì; se bisognava affrontare le razzie dell’esercito sudanese di liberazione popolare, noi non li lasciavamo soli”.

Un ruolo importante quello della Chiesa, al servizio di un popolo che è il 150° – su 182 – più povero della terra. “La Chiesa – osserva oggi Mazzolari alla vigilia dell’indipendenza – ha perseverato nella preghiera e nella diffusione della fede in Dio, incoraggiando l’impegno verso la riconciliazione in una regione sanguinante per i conflitti, le divisioni e gli attriti tribali”.

“La voce e la testimonianza della Chiesa – aggiunge il vescovo di Rumbek – è chiara e lungimirante, e dopo molti anni di sofferenza, il Signore si sta manifestando grazie al seme della fede cristiana che sta crescendo in Sud Sudan”. Il Sudan, per il vescovo comboniano “ha bisogno di arrendersi ad un Dio che ama il popolo sudanese, mentre la Chiesa universale deve guidare le iniziative di solidarietà verso il Sud Sudan perché il popolo possa sentirsi parte della famiglia globale attraverso segni di condivisione”.

Sebbene il territorio del prossimo 54° stato africano sia ricchissimo di acqua e petrolio, il 90% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno mentre l’analfabetismo degli adulti sfiora l’84%. Al tasso più alto al mondo di mortalità delle donne in seguito al parto o a problemi durante la gravidanza, si affianca la nutrizione inadeguata di circa metà della popolazione infantile. Oggi il Sud Sudan è un Paese in cui il sistema economico è da ricostruire, la sanità e l’istruzione da rifondare, le infrastrutture necessarie per lo sviluppo da avviare. Anche la risorsa del petrolio – che rappresenta il 98% del bilancio statale – deve fare i conti con la mancanza di oleodotti e raffinerie.

“Avremo bisogno – spiega Mazzolari – del supporto internazionale anche e soprattutto negli anni a venire, per diventare a tutti gli effetti membri della comunità globale”.

Le celebrazioni ufficiali dell’indipendenza, informa una nota del Coordinamento Enti solidali a Rumbek (Cesar) si apriranno sabato 9 luglio alle ore 10 a Juba al mausoleo di John Garang, politico e guida dell’esercito sudanese di liberazione popolare (SPLA) nella seconda guerra civile (1983-2005). Oltre al presidente del Sud Sudan, Salva Kiir Mayardit, da Khartoum giungerà anche Omar El-Bashir, attuale presidente della Repubblica del Sudan. “Un segnale, la presenza di El-Bashir – sottolinea la nota -, della volontà di dialogo e cooperazione tra Sudan e Sud Sudan”.

Come benedizione nei confronti della nazione nascente, è previsto che prima della proclamazione d’indipendenza rappresentanze cristiane e musulmane (il Sud Sudan conta quasi 9 milioni di abitanti, a maggioranza cristiana e animista) si raccoglieranno per un momento di preghiera condiviso.

Alla firma della costituzione della repubblica del Sud Sudan da parte del presidente Salva Kiir, seguiranno gli interventi delle delegazioni internazionali. Tra questi la Lega Araba, esponenti del governo cinese, rappresentanti dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, la presidenza dell’Unione Africana e il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon.

Dopo i momenti istituzionali, la parola allo sport. Il giorno successivo, domenica 10 luglio, al Juba Football Stadium la nuova nazionale di calcio del Sud Sudan affronterà la squadra del Kenya. Mentre lunedì 11 luglio sarà il basket a rappresentare i colori del 54° Stato africano in una sfida contro l’Uganda al Juba Basketball Complex.

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ZENIT Staff

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