Occorre aspettare ancora per un mondo senza armi nucleari

La spesa militare globale è cresciuta dell’1,3% nel 2010

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di Paul De Maeyer

ROMA, giovedì, 9 giugno 2011 (ZENIT.org).- In piena Guerra Fredda, nel mondo c’erano circa 70.000 armi nucleari. Oggi, questa cifra apocalittica è scesa sotto quota 21.000. Questo è l’aspetto positivo che emerge dal rapporto annuale dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), reso pubblico questa settimana.

Secondo i calcoli o stime del prestigioso istituto indipendente, finanziato per il 50% dallo Stato svedese, le varie potenze nucleari – cioè i cinque Paesi firmatari del Trattato di Non Proliferazione (TNP) del 1 luglio 1968 (Cina, Francia, Gran Bretagna, Russia e Stati UNiti), più India, Israele e Pakistan – posseggono oggi insieme 20.530 testate nucleari, 5.000 delle quali sono dispiegate fuori dai magazzini e quasi 2.000 sono mantenute in uno stato detto di “alta allerta operativa” (SIPRI Press Release, 7 giugno).

Le due nazioni che vantano il maggior numero di “nukes” o armi atomiche sono Russia ed USA. Mentre all’inizio del 2011 Mosca possedeva 11.000 testate nucleari, di cui 2.427 dispiegate, la cifra risulta leggermente più bassa per quanto riguarda Washington: 8.500 testate, di cui 2.150 dispiegate.

L’aspetto molto meno positivo è che nonostante l’impegno a ridurre, nel quadro del nuovo accordo START (Strategic Arms Reduction Treaty, firmato l’8 aprile 2010 nella capitale della Repubblica Ceca, Praga, dal presidente americano Barack Obama e dal suo omologo russo Dmitri Medvedev), il numero di testate nucleari strategiche da 2.200 a 1.550, entrambi i Paesi stanno modernizzando i loro sistemi di armi nucleari o stanno per farlo.

Come ha ricordato il vice direttore del SIPRI, Daniel Nord, Mosca sta dispiegando ad esempio nuovi vettori balistici e dal canto suo Washington vuole investire 92 miliardi di dollari nella sua infrastruttura nucleare nei prossimi dieci anni. Secondo Nord, il messaggio delle potenze nucleari è chiaro e semplice. “Intendono mantenere le loro armi nucleari per altri 30-50 anni”, così ha detto all’Associated Press (6 giugno).

Particolarmente minacciosa è la sfida nucleare tra India e Pakistan. Le due nazioni, che dal 1947 hanno combattuto già varie guerre, hanno sorpreso nel 1998 il mondo intero con i loro rispettivi test nucleari. Secondo uno dei maggiori esperti del SIPRI nel campo della non proliferazione, Shannon Kile, entrambi i Paesi “stanno incrementando le loro capacità di produrre materiale fissile per armi nucleari per aumentare le loro scorte belliche. E stanno anche lavorando piuttosto intensamente per incrementare la grandezza e la diversità dei loro sistemi di lancio di armi nucleari” (Voice of America, 7 giugno).

<p>Mentre il SIPRI calcola che Islamabad e Nuova Delhi hanno aumentato il numero delle testate a loro disposizione di circa un terzo nel corso del 2010, raggiungendo entrambe quota 110, particolare attenzione desta la questione della sicurezza dell’arsenale pachistano. Combattenti islamici vicini ai talebani hanno sferrato infatti di recente una serie di attacchi contro installazioni militari, fra cui anche un lungo e spettacolare assedio (durato quasi 17 ore) lanciato lo scorso mese contro la base aeronavale PNS Mehran, a Karachi.

Anche se il ministro degli Interni, Rehman Malik, ha voluto rassicurare la comunità internazionale, dicendo che l’arsenale nucleare del suo Paese è “sicuro al 200%” (The Australian, 8 giugno), la possibilità che elementi estremisti possano mettere le mani sul nucleare pachistano è purtroppo reale. La base aeronavale finita sotto assedio si trova appena ad una ventina di chilometri dalla più grande base aerea del Paese, quella di Masroor, che forse o probabilmente accoglie testate nucleari. 

Preoccupa inoltre il fatto che poco progresso è stato ottenuto nelle controversie sui programmi nucleari dell’Iran e della Corea del Nord. Quest’ultimo Paese – così sostiene il SIPRI – ha prodotto senz’altro sufficiente plutonio per realizzare un piccolo numero di testate, ma è impossibile verificare se il regime dello “Stato-eremita” possegga effettivamente l’arma nucleare. 

L’Asia, e in particolare l’India, si distingue d’altronde anche nella corsa agli armamenti convenzionali. Secondo il SIPRI, con il 9% del volume globale Nuova Delhi è ormai il più grande acquirente di materiale bellico del continente asiatico. Il suo maggior fornitore è Mosca: il colosso asiatico acquista infatti ben l’82% delle sue nuove armi in Russia.

A creare preoccupazione sia a Washington che nei Paesi vicini è poi il “Gran balzo in avanti” in campo militare dell’altro gigante asiatico, la Cina. Non solo Pechino ha presentato nei mesi scorsi il suo primo caccia furtivo o “Stealth”, il J-2, ma sta ampliando anche alla grande la sua marina militare. In un’intervista, il generale Chen Bingde, capo di Stato maggiore della Difesa cinese, ha confermato infatti quello che il quotidiano spagnolo El País (8 giugno) ha definito un “segreto di Pulcinella”: la seconda economia mondiale sta costruendo la sua prima portaerei.

Anche se si tratta di un “rimodellamento” di una nave dell’ex URSS mai ultimata – la Varyag, venduta dall’Ucraina alla Cina nel 1998 -, il messaggio è inequivocabile. Pechino difenderà non solo le rotte marittime che servono alle sue esportazioni ma farà anche sentire la sua voce nelle dispute su una serie di isole contese con i suoi vicini, fra le quali le Isole Spratly (Vietnam, Filippine ecc.) e le Isole Senkaku (Giappone).

Dai dati raccolti dal SIPRI emerge del resto che il mondo ha sborsato l’anno scorso per spese militari la bella sommetta di 1.630 miliardi di dollari. Anche se la cifra costituisce ancora una crescita dell’1.3%, si tratta secondo l’istituto svedese, che parla di un “effetto ritardato della crisi economica globale”, dell’aumento più basso dal 2001.

In testa alla classifica dei Paesi più spendaccioni per la difesa si collocano gli USA, che con 698 miliardi di dollari (un aumento del 2,8% rispetto all’anno precedente) rappresentano quasi la metà (il 43%) del totale mondiale, una cifra sei volte superiore a quella del suo rivale più vicino, la Cina, come indica il SIPRI (Press Release, 11 aprile). Mentre a causa della crisi economica la spesa militare è diminuita del 2,8% in Europa, è cresciuta invece in Medio Oriente (+ 2,5%), in Africa (+ 5,2%) e in Sud America (+ 5,8%).

Anche se in termini assoluti l’America del Sud è una delle regioni al mondo che spende meno in armamenti – con 63,3 miliardi di dollari la spesa militare dell’intero continente è appena superiore a quella della Francia -, l’aumento è stato definito dall’esperto del SIPRI per l’America Latina, Carina Solmirano, “sorprendente vista la mancanza di reali minacce militari per la maggior parte degli Stati e l’esistenza di più pressanti esigenze sociali”.

Il campione sudamericano è il Brasile, che con un totale di 33,5 miliardi di dollari ha fatto registrare un incremento della sua spesa bellica del 9,3% nel 2010. Secondo la Solmirano, un fattore chiave che spiega questa tendenza al rialzo è la “bonanza economica” che conosce ormai da anni la maggior parte dei Paesi sudamericani, Brasile in testa.

Altri Paesi della regione che hanno aumentato fortemente le loro spese militari sono il Perù (+ 16,4%), il Paraguay (+ 15,9%), l’Ecuador (+ 10,5%) e il Cile (+ 9,1%). In netta controtendenza è il trio costituito dall’Uruguay (- 2,4%), dalla Bolivia (- 9,5%) e dal Venezuela del presidente Hugo Chávez (- 27,3%, effetto anche della peggiore inflazione dell’intero continente sudamericano).

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ZENIT Staff

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