Con la fraternità ed il lavoro si esce dalla crisi

Intervista all’economista Stefano Zamagni

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di Francesca Pannuti

ROMA, lunedì, 20 dicembre 2010 (ZENIT.org).- E’ un economista italiano noto a livello internazionale. Si è specializzato presso il Linacre College dell’Università di Oxford, ha insegnato economia presso l’Università di Parma, all’Università di Bologna e alla Bocconi di Milano.

E’ vice-direttore della John Hopkins University, a Bologna, dove è anche professore aggiunto di Economia politica internazionale.

Dal 1991 è consultore del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, e successivamente membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali.

Nel 1999 è stato ammesso alla New York Academy of Sciences. Dal 2007 è Presidente dell’Agenzia per le Onlus, un ente governativo con funzioni di vigilanza e controllo, promozione, consulenza a Governo e Parlamento in materia di associazioni no profit.

Stiamo parlando del prof. Stefano Zamagni, uno specialista in economia che ha partecipato anche alla discussione dell’enciclica Caritas in veritate.

Per comprendere qul è il punto di vista della dottrina sociale della Chiesa circa la crisi economica e come se ne esce, ZENIT lo ha intervistato.

Lei ha affermato, in un recente intervento a Bologna, che l’attuale crisi economica ha un’origine entropica, cioè relativa alla perdita del senso, dell’orientamento. Può indicare le caratteristiche essenziali dello svuotamento culturale dell’Europa di oggi?

Zamagni: Una crisi economica può essere di due tipi: dialettica, quando consegue ad un conflitto che la società non riesce a risolvere, entropica, allorché, in seguito ad una perdita di direzione del proprio incedere, la società entra in crisi. Si verifica una perdita di senso in tre ambiti specifici: 1) l’inversione del nesso causale tra lavoro e origine della ricchezza. Per secoli si è sostenuto che all’origine della ricchezza c’è il lavoro umano; oggi si ritiene vi sia la finanza speculativa. 2) La separazione tra la sfera economica e la sfera sociale consiste, in definitiva, nell’avere disgiunto l’efficienza dalla fraternità, coll’attribuire al mercato il compito dell’efficienza e allo Stato quello di farsi carico della fraternità. I risultati: il mercato è divenuto il luogo dell’efficientismo, lo Stato è diventato statalista. Come conseguenza si è avuto il peggiore di tutti i mali, cioè il connubio tra efficientismo e assistenzialismo. 3) La separazione tra mercato e democrazia: si sostiene che principi fondamentali quali la dignità dell’uomo, la libertà e la giustizia non siano più alla base del mercato, bensì vadano relegati alla sfera politica. Essa quindi finisce per porsi al servizio dell’economia quando invece deve essere il contrario.

Quali risvolti ha, in campo bioetico, la perdita del concetto di persona?

Zamagni: Quello che oggi si afferma è che non esiste il concetto di persona, bensì solo quello di essere vivente. Nella lingua cinese come in altre lingue del mondo orientale non esiste la parola “persona”. Ora, questa è una questione di sostanza non di parole. La predominanza del modello cinese (nel 2020 il PIL cinese supererà quello americano) ha avuto come conseguenza che nelle sedi internazionali non si parla più di “persona” per non turbare la potenza cinese. Risultato: una bioetica non fondata sulla persona diventa un bio-diritto, un diritto che si occupa della vita. La sfera giuridica finisce per arrogarsi il compito di definire ciò che è bene e male.

In che modo la perdita del concetto di persona si collega alla perdita di quello di fraternità e di quello di democrazia?

Zamagni: Si deve alla scuola di pensiero francescana il merito di aver tradotto in termini pratici il principio di fraternità, introdotto col cristianesimo. Nella Caritas in veritate, al c. 3, il Papa ricupera tale principio, chiarendo che è più potente di quello della solidarietà, di origine socialista, non cristiana. In ambito cattolico, per essere andati troppo a rimorchio di tale cultura, si è finito per parlare solo di solidarietà. Una società fraterna è certamente anche solidale, ma non è vero il contrario. Bene ha fatto il Papa, perciò, a sottolineare l’importanza della fraternità. Tale concetto fu sostituito, invero, dopo la rivoluzione francese, dai massoni con la parola “fratellanza”, pericolosa tanto quanto la solidarietà senza la fraternità. Persona e fraternità, infatti, sono due facce della stessa medaglia: gli amici si scelgono, i fratelli, in quanto figli di uno stesso Padre, si accolgono senza discriminazioni. Oggi abbiamo perso il principio di fraternità perché abbiamo negato il concetto di persona.

Quali sono le forze culturali che sostengono oggi i vari orientamenti?

Zamagni: La forza culturale dominante oggi è quella del relativismo assiologico, cioè quella posizione che fa derivare la verità dalle libere scelte del soggetto. Nel Vangelo sta scritto: “la verità vi farà liberi”. Questa frase oggi è stata capovolta in quest’altra: “la libertà vi farà veri”, pronunciata da Zapatero alle Cortes Spagnole al momento dell’approvazione della nuova legge bioetica. Tale inversione favorisce quell’individualismo secondo cui ognuno deve essere lasciato libero di realizzare il proprio piano di vita e di pensarla come vuole: la libertà di scelta dell’individuo genera la verità. Siffatta forza culturale oggi ha iniziato a mostrare il suo lato debole e la sua pericolosità, perché molti sono coloro che, aprendo gli occhi, capiscono che tale posizione porta all’infelicità pubblica. Questo è un buon segnale per consentirci di riprendere il cammino abbandonato. All’origine si è predicato il pensiero debole che ha prodotto il relativismo assiologico, questo ha generato l’individualismo edonista, dal quale a sua volta è nata la frase di Zapatero.

Lei intravede luci di speranza nel panorama culturale e religioso attuale in Europa?

Zamagni: Dopo lunghi anni nei quali si era propagandata la tesi della “secolarizzazione” (tesi secondo cui con il progresso economico e culturale la religione sarebbe stata espunta dalle nostre società), siamo arrivati a parlare di “desecolarizzazione”, la più grande smentita che hanno dovuto subire i secolarismi, perché mai come adesso ci si rende conto del ruolo insostituibile della religione nella sfera pubblica. La mia speranza è fondata su questo, nella presa d’atto di un ritorno delle categorie del religioso nella sfera pubblica, perché ci si sta rendendo conto che ci sono problemi che non possono essere risolti se non con l’apporto del pensiero religioso. Benedetto XVI ha affidato all’uomo d’oggi il compito di impostare le regole di una “laicità positiva” al fine di affrontare i problemi attuali: il paradosso della felicità (coll’aumentare del reddito procapite l’indice della felicità diminuisce); il problema dei “commons” (beni di uso comune come l’ambiente, la pace, ecc.); i conflitti identitari. Queste questioni trovano soluzione soltanto attraverso l’alleanza con la prospettiva religiosa.

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ZENIT Staff

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