di don Mauro Gagliardi*

ROMA, mercoledì, 3 novembre 2010 (ZENIT.org).- Hans Urs von Balthasar, nella «Introduzione» al primo volume della sua monumentale Herrlichkeit (Gloria), in cui ha sviluppato una teologia sistematica centrata sul trascendentale del bello, scrive:

«La bellezza è l’ultima parola che l’intelletto pensante può osare di pronunciare, perché essa non fa altro che incoronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto. Essa è la bellezza disinteressata senza la quale il vecchio mondo era incapace di intendersi, ma la quale ha preso congedo in punta di piedi dal moderno mondo degli interessi, per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza. Essa è la bellezza che non è più amata e custodita nemmeno dalla religione, ma che, come maschera strappata al suo volto, mette allo scoperto dei tratti che minacciano di riuscire incomprensibili agli uomini. Essa è la bellezza alla quale non osiamo più credere e di cui abbiamo fatto un’apparenza per potercene liberare a cuor leggero. Essa è la bellezza infine che esige (come oggi è dimostrato) per lo meno altrettanto coraggio e forza di decisione della verità e della bontà, e la quale non si lascia ostracizzare e separare da queste sue due sorelle senza trascinarle con sé in una vendetta misteriosa» (Gloria. Una estetica teologica, Jaca book, Milano 1994 [II rist.], pp. 10-11).

Sono parole di chiara condanna, da parte di un teologo ben “moderno”, di quello spirito funzionalista tipico della modernità, che non è più capace di apprezzare il valore delle cose belle che non abbiano un immediato riscontro nel campo dell’utile. Come capire oggi il valore dei dettagli minuziosi che i pittori hanno tracciato sulle volte di innumerevoli chiese e che sono inutili, perché non percebili da chi guarda la volta dalla navata? Come giustificare la fatica dei maestri mosaicisti che hanno passato giorni a comporre tessere in luoghi non visibili delle cattedrali medioevali? Se il dipinto o il mosaico non saranno visti, non saranno fruiti da alcun occhio umano, a che è servito tanto lavoro? Il bello in questo caso non implica lo spreco di tempo e di energie? E ancora: a cosa serve la bellezza dei paramenti e dei vasi sacri, se il povero muore di fame o non ha di che coprire la sua nudità? Quella bellezza non sottrae risorse alla cura dei bisognosi?

Eppure la bellezza serve! E serve proprio quando è gratuita, quando non ricerca un utile immediato, quando è irradiazione di Dio. Ricorda Benedetto XVI:

«Il rapporto tra mistero creduto e celebrato si manifesta in modo peculiare nel valore teologico e liturgico della bellezza. La liturgia, infatti, come del resto la rivelazione cristiana, ha un intrinseco legame con la bellezza: è veritatis splendor. Nella liturgia rifulge il Mistero pasquale mediante il quale Cristo stesso ci attrae a sé e ci chiama alla comunione. [...] La bellezza della liturgia è parte di questo mistero; essa è espressione altissima della gloria di Dio e costituisce, in un certo senso, un affacciarsi del Cielo sulla terra. [...] La bellezza, pertanto, non è un fattore decorativo dell’azione liturgica; ne è piuttosto elemento costitutivo, in quanto è attributo di Dio stesso e della sua rivelazione. Tutto ciò deve renderci consapevoli di quale attenzione si debba avere perché l’azione liturgica risplenda secondo la sua natura propria» (Sacramentum Caritatis, n. 35).

Chi non sa apprezzare il valore gratuito (cioè di grazia) della bellezza e, in particolare, della bellezza liturgica, difficilmente può compiere un adeguato atto di culto divino. Continua Von Balthasar: «Chi, al suo nome, increspa al sorriso le labbra, giudicandola come il ninnolo esotico di un passato borghese, di costui si può essere sicuri che – segretamente o apertamente – non è più capace di pregare e, presto, nemmeno di amare» (Gloria, p. 11).

La bellezza del rito, quando è tale, corrisponde all’azione santificatrice propria della sacra liturgia, la quale è opera di Dio e dell’uomo, celebrazione che dà gloria al Creatore e Redentore e santifica la creatura redenta. Conformemente alla natura composita dell’uomo, la bellezza del rito deve sempre essere corporea e spirituale, investire il visibile e l’invisibile. Altrimenti si cade o nell’estetismo che vuole soddisfare il gusto, o nel pragmatismo che supera le forme alla ricerca utopica di un contatto “intuitivo” col divino. In fondo, in entrambi i casi si scade dalla spiritualità all’emotività.

Il rischio oggi è meno quello dell’estetismo e molto più quello del pragmatismo informale. Abbiamo bisogno al presente non tanto di semplificare e sfrondare, ma di riscoprire il decoro e la maestà del culto divino. La sacra liturgia della Chiesa attrarrà l’uomo del nostro tempo non vestendo sempre più i panni della grigia e anonima quotidianità, cui egli è già ben avvezzo, bensì indossando il manto regale della vera bellezza, abito sempre nuovo e giovane, che la fa percepire come finestra aperta sul Cielo, come punto di contatto con il Dio Uno e Trino, alla cui adorazione essa è ordinata, attraverso la mediazione di Gesù Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote.

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*Don Mauro Gagliardi è Ordinario della Facoltà di Teologia dell'Ateneo Pontificio "Regina Apostolorum" di Roma e Consultore dell'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice e della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.