Referendum in Sudan, i vescovi invitano a scegliere la libertà

Ashworth (DHPI): “Con la secessione, la vita della Chiesa del Nord sarà più difficile”

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di Mariaelena Finessi

ROMA, mercoledì, 28 luglio 2010 (ZENIT.org).- I vescovi cattolici del Sudan – riuniti a Juba dal 15-22 Luglio in una Sessione plenaria straordinaria per discutere del prossimo referendum previsto nel Paese per il 9 gennaio 2011 – hanno sottoscritto «un messaggio di speranza e di chiamata all’azione». Un messaggio indirizzato ai leader sudanesi e, più in generale, «alle persone di buona volontà».

Ad aiutare i vescovi nella redazione del documento, il Denis Hurley Peace Institute, emanazione del Dipartimento Giustizia e Pace della Conferenza episcopale del Sud Africa e il cui mandato è di aiutare a formare una leadership cattolica che abbia la capacità di incidere anche sui processi di pace di altri Paesi africani.

«Incoraggiamo – scrivono i vescovi – tutti coloro che hanno diritto di voto al referendum nel Sudan meridionale e in Abyei a scegliere il tipo di futuro di cui essi, i loro figli e le prossime generazioni vorranno godere. Noi li incoraggiamo ad optare per quel genere di vita che possa assicurare loro la libertà, la giustizia e l’uguaglianza dei diritti».

In Sudan, il più grande degli Stati del continente africano, le Chiese, non solo quella cattolica, si sono fatte promotrici di workshop e seminari affinché alla popolazione del Sud sia garantita ogni informazione riguardante il referendum. «Questo è un momento storico – si giustificano i presuli -. Il Sudan non sarà mai più lo stesso. Dopo secoli di oppressione e sfruttamento, dopo decenni di guerra e di violenza (…) ebbene ora, a 5 anni dal Comprehensive Peace Agreement (CPA ), è giunto il momento di muoversi e di prepararsi al cambiamento».

Il CPA è stato approvato dal Nord e dal Sud alla fine di un sanguinoso conflitto sulla appartenenza etnica, la religione e l’accesso alle risorse naturali, tra cui oro, cotone e petrolio. L’accordo sancisce per il Sud il diritto di scegliere se continuare a far parte di un Sudan unito o di optare per l’indipendenza.

John Ashworth, che del Denis Hurley Peace Institute ricopre temporaneamente la carica di direttore (Fr Sean O’Leary è in anno sabbatico), in questa intervista racconta l’attuale stato politico, sociale e religioso del Paese e i possibili scenari post-referendari.

Ci può spiegare il Comprehensive Peace Agreement (CPA)?

John Ashworth: In realtà si tratta di un documento niente affatto “onnicomprensivo” poiché affronta solo uno dei conflitti in Sudan (ad esempio non tocca la questione del Darfur). Riguarda poi solo due delle parti in guerra, escludendo tutti gli altri partiti politici e le fazioni militari, così come la stessa società civile. Non è nemmeno un documento che affronta la “pace” – più semplicemente è un cessate il fuoco che prevede una tabella di marcia che dovrebbe condurre alla pace.

Naturalmente spostando il conflitto dal livello militare a quello politico un grande passo in avanti è stato fatto ma il conflitto continua comunque. Infine non può dirsi nemmeno un “accordo”: è stato firmato nel 2005 da Khartoum sotto un’intensa pressione diplomatica. In altri termini, i sudanesi del Sud vedono il CPA quasi esclusivamente in termini di preparazione al referendum nel 2011.

Qual è la situazione religiosa in Sudan?

John Ashworth: Sul piano della quotidianità, cristiani, musulmani e seguaci di religioni tradizionali africane vivono fianco a fianco senza problemi. Tuttavia, il governo del Sudan è un regime islamico o, meglio, è una dittatura militare (di recente “legittimata” da elezioni che la maggior parte della gente crede non siano state libere e corrette), e i successivi governi del Nord hanno messo in atto una politica di islamizzazione che ha pregiudicato i non-musulmani.

Tutti i dati statistici in Sudan sono sospetti, ma la divisione religiosa è probabilmente questa: 60% musulmani, 40% non musulmani. I seguaci della religione tradizionale africana sono ancora una minoranza consistente tra i non musulmani. Dei cristiani, i cattolici, gli anglicani (Chiesa episcopale) e i presbiteriani sono i tre gruppi maggioritari, con una serie di piccole chiese evangeliche indipendenti ed alcune chiese orientali che, tutte insieme, hanno sempre lavorato bene. La Chiesa cattolica è inoltre uno dei membri fondatori del Consiglio delle Chiese del Sudan.

Unità o secessione, che cosa significano per la gente e per i politici? Un referendum può risolvere i problemi umanitari ed economici del Paese?

John Ashworth: Le cause profonde dei conflitti in Sudan sono generalmente ritenuti identitari e legati alla dinamica centro-periferia. Il Sudan è una società multiculturale, multietnica, multilingue e multireligiosa, ma in pratica una sola identità culturale e religiosa, quella arabo-Islamica, è stata imposta a tutti, cercando di assimilare gli altri e renderli al tempo stesso cittadini di seconda classe. Ciò è stato fatto da tutti i governi del Nord, non solo dall’attuale regime islamico.

La governance del Sudan, compreso l’accesso al potere e alle risorse, è invece fortemente centralizzata mentre le aree periferiche sono marginalizzate. Inoltre, il petrolio è diventato un fattore importante nei conflitti, anche se non è una delle cause primarie. Tali problemi non sono mai stati risolti da un Sudan unito, ed è per questo che il popolo del Sud ritiene che l’unica soluzione sia la secessione.

In un proprio Stato indipendente, il Sud non dovrà affrontare l’islamizzazione e l’arabizzazione, né l’emarginazione dal potere, mentre avrà la maggior parte del petrolio sul proprio territorio. In realtà, però, il Sud sta già funzionando come un vero e proprio Stato, così che la secessione non sarà un cambiamento importante. Si spera che i progressi continuino e che alcune delle debolezze del governo possano essere discusse. Le Chiese stanno preparando un programma di dialogo per  essere d’aiuto anche in questo.

Quanto al Nord, questo dipende dal petrolio del Sud, ma è probabile che una soluzione amichevole potrà essere negoziata per consentirgli di continuare a ricevere i proventi delle risorse petrolifere. Dal suo canto il Sud ha bisogno del gasdotto del Nord per esportare il suo petrolio, e non vuole un vicino instabile e in bancarotta. Come dimenticare il conflitto nel Darfur? Destinato a proseguire visto che una sua soluzione non è ancora sul tavolo. Infine, se ci sarà la secessione, la vita diventerà probabilmente più difficile per la Chiesa nel Nord poichè essa continuerà a vivere, sebbene vi sia abituata, sotto un regime oppressivo islamico.

Le Chiese d’Africa si stanno mobilitando perché il Sud non diserti il referendum. La Conferenza episcopale del Sudan cosa si aspetta? Può dirsi neutrale dinanzi al risultato delle urne?

John Ashworth: Come Chiesa, i vescovi si attengono alla loro ultima dichiarazione con la quale analizzano la situazione del Paese, motivando alcuni dei pro e dei contro che porterebbero inevitabilmente con sé sia il voto per l’unità che quello per la secessione ed infine esortano le persone a scegliersi da sé la loro “vita”. Come singoli cittadini, invece, ogni vescovo ha la propria opinione e sa bene come voterà quel giorno.

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ZENIT Staff

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