Senza Dio non c’è sviluppo umano e civile

Intervento di mons. Mario Toso, segretario del Pontificio Consiglio Giustizia e della Pace

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di Antonio Gaspari

ROMA, giovedì, 27 maggio 2010 (ZENIT.org).- “Lo sviluppo sociale, nelle sue coordinate umanistiche e civili, si definisce entro il grembo di un’esistenza protesa al compimento umano in Dio”. Lo ha detto mons. Mario Toso SDB, segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, intervenendo al convegno internazionale “Development, Progress and Common Good” della Fondazione Centesimus Annus – Pro Pontifice che si è svolto a Roma venerdì 21 e sabato 22 maggio presso la Pontificia Università Gregoriana.

La ‘Caritas in veritate’ ha spiegato il prelato “ha al centro la nozione di sviluppo integrale che include quello sociale, definibile come lo sviluppo qualitativo della convivenza civile e democratica di un Paese”.

“In questo contesto – ha aggiunto – la religione, è intesa come esperienza del sacro, come rapporto vitale con Dio” che “incarna elementi di positività per l’esistenza sociale dell’uomo, per lo sviluppo della convivenza civile”.

Secondo mons. Toso “il vissuto di fede, trasfigurante e risignificante ogni esistenza, ogni relazione interpersonale ed istituzionale” indica “una vita ordinata secondo l’amore a Dio. Da ciò discende un orientamento fondamentale per la vita in generale e per la vita sociale in particolare”.

Per questo motivo, ha aggiunto, “la coltivazione del rapporto di unione con Dio incide sullo sviluppo sociale della persona e di un popolo intero, perché la sua valenza riceve pieno significato entro il tutto ordinato che è l’esistenza delle persone impegnate a regolare la loro condotta verso una vita veramente ‘buona’”.

Mons. Toso ha quindi spiegato che le società che cancellano Dio generano danni morali e civili.

“Le moderne etiche secolari – ha precisato – presuppongono che la migliore vita umana e sociale non abbia più come punto di riferimento fondamentale un’esistenza ordinata secondo l’amore a Dio”.

In effetti, per il segretario del dicastero vaticano, “le etiche secolari, essendo scettiche circa la capacità umana di conoscere il vero, il bene e Dio, hanno lasciato il campo all’individualismo utilitarista e al neoliberismo, portando alla finanziarizzazione dell’economia, alla mercificazione delle imprese e del lavoro, all’unidimensionamento mercantile dei rapporti umani, all’impoverimento valoriale del tessuto sociale, che si è visto deprivato di potenti risorse, quali la gratuità – espressione della fraternità – e la fiducia reciproca, entrambe essenziali anche al mercato per espletare al meglio la propria funzione economica”.

In altri termini, ha continuato, “le etiche secolari hanno appiattito il vivere sociale e lo sviluppo su criteri tecnocratici, poiché non si sono curate di promuovere la dimensione di trascendenza delle persone, sia in senso orizzontale che verticale, anzi si sono disinteressate del rapporto degli uomini e dei popoli con Dio”.

Per mons. Toso il processo sociale, animato dalle etiche secolari, poggia sul presupposto di un laicismo che “finisce per ottenere il risultato contrario a quello sperato” con la conseguenza “di erodere i legami di solidarietà, ed il senso di un’appartenenza comune”.

“Si perde così la visione di un’esistenza intesa come dono, non si apprezza più la reciprocità fraterna, che dissemina ed alimenta la responsabilità per la giustizia e il bene comune”.

In conclusione monsignor Toso ha sottolineato che “per il Pontefice, gli Stati e le comunità politiche debbono impegnarsi a promuovere il diritto alla libertà religiosa in vista del compimento umano in Dio e del progresso sociale”, e che “il dialogo tra credenti e non credenti può essere di valido aiuto allo sviluppo sociale dei popoli”.

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ZENIT Staff

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