“Guardare alla Sindone significa lasciarsi guardare dal Signore”

Don Paolo Tomatis spiega il rapporto tra Sindone e liturgia

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di Chiara Santomiero

TORINO, domenica, 23 maggio 2010 (ZENIT.org).- Questa domenica, 23 maggio, è l’ultimo giorno della Solenne Ostensione della Sindone del 2010. Il percorso per la venerazione dei fedeli è rimasto aperto sino alle 13.00, e la porta centrale della Cattedrale è stata chiusa alle 14.00. Alle 16.00 è iniziata la concelebrazione eucaristica di chiusura, presieduta dal Cardinale Severino Poletto, Arcivescovo di Torino e Custode pontificio della Sindone, con i Vescovi del Piemonte.

Dei segni caratteristici di questa celebrazione di chiusura e del rapporto tra Sindone e liturgia ZENIT ha parlato con don Paolo Tomatis, direttore dell’Ufficio liturgico dell’Arcidiocesi di Torino.

In che termini si può parlare di un rapporto tra Sindone e liturgia?

Tomatis: La Sindone – un’immagine sacra particolare che ha i tratti di un’icona ma anche di una reliquia – è stata oggetto di venerazione fin dalla sua comparsa. Il culto ufficiale nasce intorno al 1500 e si diffonde in terra sabauda con testi propri che richiamano alla Passione di Cristo e con un giorno liturgico di commemorazione che è il 4 maggio.

Più interessante, al di là della questione storica, è interrogarsi su cosa voglia dire celebrare davanti alla Sindone. Si è discusso molto riguardo a un oggetto la cui esposizione è temporanea e periodica e questo è il motivo per cui non si pone tanto il collegamento tra la liturgia – che è un atto della vita ordinaria – e la Sindone che rimane custodita, nascosta nella sua teca.

Certamente si pone la questione di quale tipo di gesto portare davanti alla Sindone e se alla Sindone si possa tributare lo stesso onore che si tributa alla croce con il gesto dell’adorazione, non solo della venerazione. In quanto immagine, noi offriamo alla Sindone un culto di venerazione, ma in quanto colui che è rappresentato è Cristo crocifisso, adoriamo colui che nella Sindone è raffigurato.

Da qui nascono i gesti della preghiera, dell’inginocchiarsi o della celebrazione dell’Eucarestia davanti alla Sindone. Essa ha alcune affinità con il mistero della liturgia nella misura in cui è mistero che rinvia alla croce e la liturgia è celebrazione della Pasqua e della Passione di Cristo. La Sindone, però, è anche mistero di luce, in quanto rimanda non soltanto alla morte di Gesù ma al contempo al telo abbandonato dal Risorto. Nel chiaroscuro dell’immagine sindonica possiamo contemplare non solo il mistero della croce, ma anche la luce della Pasqua perché nei Vangeli abbiamo notizie della Sindone quando il corpo non c’è più. Essa ci richiama al corpo risorto di Cristo.

Quanto pesa la questione dell’autenticità?

Tomatis: Proprio la liturgia, per certi aspetti, fa sì che noi siamo liberi di venerare la Sindone al di là della sua autenticità. La liturgia, infatti, ha affinato una teologia dell’immagine sacra – che è la teologia dell’icona e non solo – che non ha bisogno dell’autenticità storica ma della verità teologica. Quando noi portiamo in processione una statua con le reliquie di un santo non è così decisivo che le reliquie siano autentiche: il culto resta intatto nella sua verità, che passa dal segno a colui che dal segno e nel segno è significato.

In questo senso la liturgia tratta la Sindone come un’icona e come una reliquia; infatti il testo dell’inno che è stato composto per quest’Ostensione da Anna Maria Galliano, parla della Sindone come “nobile icona” e come “mistica impronta” dove l’allusione che è tipica del segno – cioè il rimando simbolico dell’icona e dell’impronta misteriosa -, rende possibile, accessibile e anche veritiero il culto, al di là di quella che è l’autenticità storica. La verità teologica non ha bisogno dell’autenticità storica.

Gli ortodossi hanno una visione ancora più forte grazie a una teologia che distingue meno il tema dell’autenticità storica e della verità teologica, ma parla della verità tout court. La Sindone, per il mondo liturgico ortodosso, è qualcosa di molto più familiare che per noi in quanto, ad esempio, il c.d. corporale – cioè la tovaglia in cui si posa il sacramento del corpo del Signore -, reca disegnato proprio una Sindone. La scena della deposizione del corpo del Signore sul corporale esplica un rimando simbolico tra la tovaglia che riceve l’ostia consacrata – il corpo del Signore – e il telo che ha accolto il corpo del Signore. In questo senso, la Sindone appartiene all’ordinario della liturgia del mondo ortodosso e per questo i fedeli vi sono molto affezionati.

Sono previsti dei segni particolari nella celebrazione eucaristica di chiusura dell’Ostensione?

Tomatis: Due segni particolari: durante l’atto penitenziale l’assemblea sarà rivolta verso la Sindone. Inoltre, al momento dell’offertorio – in posizione centrale tra l’offerta delle intenzioni contenute nella preghiera dei fedeli e l’offerta dei dono eucaristici – verrà portato all’altare un cesto con le intercessioni, le fotografie, le preghiere lasciate durante l’Ostensione dai pellegrini di tutto il mondo.

Nella liturgia eucaristica la sfida è cogliere nel segno stesso dell’Eucarestia il sacramento del corpo donato raffigurato nella Sindone. Abbiamo lavorato molto insieme con un gruppo di architetti torinesi e dei designer di Vicenza per elaborare un calice e una patena per questa Ostensione, usati in tutte le celebrazioni eucaristiche. Il disegno del calice suggerisce in modo evocativo il telo che avvolge il corpo del Signore, così come il calice stesso avvolge il sacramento del sangue di Gesù.  Una sottile lamina d’argento avvolge il calice e ne fa intravedere l’oro sottostante, così come noi siamo invitati a vedere attraverso il chiaroscuro della croce di Cristo l’oro della Resurrezione.

Abbiamo cercato di lavorare sui grandi simboli della liturgia più che su segni aggiunti, convinti che la liturgia ci parla della Sindone.

Durante le Vie Crucis del periodo dell’Ostensione si è cercato, in particolare, un dialogo con i linguaggi dell’arte contemporanea…

Ogni venerdì c’è stata una Via Crucis che dalla Piazzetta reale è arrivata sul sagrato della cattedrale e quindi dentro la chiesa, avendo come filo rosso e simbolo il lenzuolo che è immagine di Gesù e anche del sepolcro vuoto. All’inizio si tratta di un lenzuolo che asciuga le lacrime della Passione di Gesù, un lenzuolo della consolazione, evocato attraverso le figurazioni astratte eseguite da una compagnia di danza perché in piazza si è cercato di attivare quei linguaggi che possono parlare a tutti, credenti e non credenti. L’idea è che tutti possano essere attirati dentro la storia della Passione di Gesù attraverso attori professionisti recitanti, una coreografia, elementi musicali. Il lenzuolo, poco per volta, diventa il corpo di Gesù sulla croce e il corpo di Gesù tra le braccia della Madonna la cui desolazione è stata drammatizzata sul sagrato del duomo. La via crucis ha riunito, così, i linguaggi contemporanei ai tratti delle sacre rappresentazioni popolari. La conclusione è quella di andare alla Sindone come in un’ultima stazione – che richiama il sepolcro vuoto -, allo stesso modo di Giovanni e Pietro che entrano ma, si dice del discepolo amato, “vide solo le bende e il sudario e credette”. Anche noi siamo entrati in duomo alla fine della via crucis per contemplare la Sindone e vedere e credere, con un parallelo tra la chiesa che custodisce la Sindone e il sepolcro che ha accolto il lenzuolo di Gesù.

L’obiettivo di far dialogare i linguaggi dell’arte contemporanea ha colto nella danza, in modo particolare quella contemporanea, la capacità di creare figure ed esprimere sentimenti attraverso il corpo che si slancia pur rimanendo nella sobrietà necessaria allo spazio della preghiera.

L’Ostensione può svolgere una funzione educativa rispetto alla preghiera e la liturgia?

Tomat
is: Guardare alla Sindone significa anche lasciarsi guardare dal Signore, così come nel linguaggio dell’icona guardarla è lasciarsi guardare da Colui che è raffigurato. Il dono della Sindone è l’evento spirituale di poter stare davanti al Signore e all’immagine che interpella ogni grado di fede e di situazione differenziata. Il pellegrinaggio da sempre è in grado di accomunare grandi, piccoli, turisti, vicini, lontani, credenti, non credenti; è veramente cattolico nel senso dell’universalità.

Penso che però ci possa essere anche un altro obiettivo: ritrovare un’attenzione alla preghiera davanti all’immagine. In un mondo in cui siamo segnati dall’immagine in movimento, la fede può ritrovare nel suo dna l’immagine come connaturata alla preghiera.

L’immagine non è indispensabile – possiamo celebrare una Messa in uno spazio vuoto perché l’unica immagine necessaria è quella dell’uomo che è immagine di Dio -, però essa è connaturale nella misura in cui il Figlio di Dio è immagine del Padre, e, come diceva il patriarca Atenagora, il cristianesimo è la religione dei volti, quindi cerca il volto, cerca l’immagine. Oggi è necessario un cambiamento d’immaginario nello spazio liturgico, nell’immaginario della fede: abbiamo bisogno di immagini significative che siano non solo devozionali, didattiche, ma epifaniche, che ci mostrino Colui che si è mostrato a noi.

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ZENIT Staff

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