Un incontro per riaffermare l’amicizia tra la Chiesa e il mondo delle arti

Quello di sabato a dieci anni dalla Lettera agli Artisti di Giovanni Paolo II

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ROMA, venerdì, 20 novembre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI incontrerà sabato, alle ore 11:00, gli artisti di diversi Continenti nella Cappella Sistina, a dieci anni dalla Lettera agli Artisti di Giovanni Paolo II e nel 45.mo anniversario dell’incontro di Paolo VI con gli artisti.

Nel frattempo, nel pomeriggio di questo venerdì, gli artisti dai cinque Continenti e appartenenti a cinque grandi gruppi (pittori e scultori; architetti; scrittori e poeti; musicisti e cantanti; registi, attori di cinema e teatro, fotografi, ballerini) sono stati invitati a visitare la Collezione di Arte Moderna e Contemporanea dei Musei Vaticani, sorta per desiderio di Paolo VI.

L’evento si aprirà con l’indirizzo di saluto al Pontefice dell’Arcivescovo Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura. Dopo la lettura di alcuni brani dalla Lettera agli Artisti di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI rivolgerà la sua parola ai presenti.

L’incontro affonda le radici nella Messa celebrata da Papa Montini per l’Unione Nazionale Italiana “Messa degli Artisti”, fondata da mons. Ennio Francia; l’evento si tenne nella Cappella Sistina, il 7 maggio 1964, negli anni del Concilio Vaticano II, e vide la partecipazione di scrittori, pittori, architetti, scultori, musicisti, cantanti, attori, registi.

Nell’omelia, il Pontefice esordì invitando i presenti ad abbandonare la “istintiva titubanza” suscitata dal luogo della celebrazione: un “cenacolo di storia, di arte, di religione, di destini umani, di ricordi, di presagi”; titubanza che poteva dare adito a “turbamento” al considerare l’ufficialità della presenza del Papa, in un incontro che forse si verificava per la “prima volta”.

“Noi abbiamo bisogno di voi – disse il Papa spiegando le ragioni dell’incontro –. Il Nostro ministero ha bisogno della vostra collaborazione […] il Nostro ministero è quello di rendere accessibile e comprensibile il mondo dello spirito, dell’invisibile, dell’ineffabile, di Dio. In questa operazione […] voi siete maestri”.

La missione dell’artista, affermava ancora il Pontefice, “è quella di carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori e di rivestirli di parola, di colori, di forme, di accessibilità […] e di conservare al mondo dello spirito la sua trascendenza, il suo alone di mistero”.

Tema di quel “primo incontro amichevole” era quello di “ristabilire l’amicizia tra la Chiesa e gli artisti”, un’amicizia turbata per la ricerca da parte degli artisti di fonti di ispirazione distanti dal sentire della Chiesa, turbata per “certe espressioni artistiche che offendono noi, tutori dell’umanità intera, della definizione completa dell’uomo, della sua sanità”.

Dal canto suo – proseguiva Papa Montini – la Chiesa ha imposto agli artisti “come canone primo l’imitazione, ma anche stili, tradizione, maestri […] vi abbiamo talvolta messo una cappa di piombo addosso”.

Da qui l’invito lanciato dal Papa agli artisti a “ritornare amici, alleati”, ad attingere dalla Chiesa “il motivo, il tema, quel fluido segreto che si chiama l’ispirazione, la grazia, il carisma dell’arte”, nella certezza che la Chiesa lascerà “alle voci degli artisti il loro canto libero e potente”.

In occasione della chiusura del Concilio, l’8 dicembre 1965, tra gli otto Messaggi rivolti al mondo dal Papa Paolo VI, quello indirizzato agli artisti ribadiva l’alleanza della Chiesa con gli “innamorati della bellezza” che avevano edificato e decorato i suoi templi, celebrato i suoi dogmi, arricchito la sua liturgia.

Nel testo il Pontefice esortava i cultori dell’arte a non rifiutare di mettere il loro talento al servizio della verità divina e a non chiudere il loro spirito al soffio dello Spirito Santo. Grazie alle vostre mani – scriveva il Papa – la bellezza infonde la gioia nel cuore degli uomini, unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione.

“Ricordatevi – si legge nella conclusione del Messaggio – che siete i custodi della bellezza nel mondo: questo basti ad affrancarvi dai gusti effimeri e senza veri valori”.

Giovanni Paolo II e gli artisti

Giovanni Paolo II, con la sua sensibilità di poeta e drammaturgo, fu sempre vicino all’arte, alla creazione artistica nelle sue diverse sfaccettature e nel suo rapporto con il bene e ai suoi interpreti. Una testimonianza di tale sollecitudine è nella Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio dell’ottobre 1982 in cui si concedeva a tutto l’Ordine dei Predicatori il culto liturgico di Fra Giovanni da Fiesole (più noto come Fra Angelico) con il titolo di “Beato”.

Il 18 febbraio 1984, in occasione dell’Anno Santo della Redenzione, il Papa presiedette la prima Messa votiva nella Basilica domenicana di S. Maria sopra Minerva, durante la quale il Beato Angelico venne proclamato “Patrono degli Artisti”.

Successivamente, in vista del grande Giubileo, Giovanni Paolo II scrisse una Lettera agli Artisti, datata 4 aprile 1999, dedicata “a quanti con appassionata dedizione cercano nuove ‘epifanie’ della bellezza per farne dono al mondo nella creazione artistica”.

La riflessione del Pontefice sulla vocazione e il servizio dell’artista si apre con una citazione della Genesi – “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” – citazione che colloca la “costruzione della bellezza”, l’opera delle mani umane, nel solco e nella prospettiva della Creazione divina.

“Immagine di Dio Creatore”, l’artista esprime nel frutto del suo talento una duplice disposizione, morale ed estetica, e rende in tal modo “un servizio sociale qualificato a vantaggio del bene comune”; si può quindi discernere “nel servizio artistico un’autentica spiritualità, che contribuisce a suo modo alla vita e alla rinascita di un popolo”.

Nel mistero dell’Incarnazione – si legge ancora nel testo – il Figlio di Dio in persona si è reso visibile, introducendo nella storia dell’umanità la ricchezza evangelica della verità e del bene ed offrendo all’arte filoni inesauribili di ispirazione.

Riferendosi all’età moderna, accanto a nuove espressioni di umanesimo cristiano, il Papa nota l’affermarsi “di una forma di umanesimo caratterizzato dall’assenza di Dio e spesso dall’opposizione a Lui, un clima che ha portato a un certo distacco tra il mondo dell’arte e quello della fede, almeno nel senso di un diminuito interesse di molti artisti per i temi religiosi”.

La Chiesa continua tuttavia a nutrire grande apprezzamento nei confronti dell’arte, che costituisce “una sorta di ponte gettato verso l’esperienza religiosa, una sorta di appello al Mistero”.

Di qui l’auspicio di una nuova alleanza con gli artisti, auspicio che il Papa rinnova, citando il discorso pronunciato dal suo predecessore Paolo VI nella Sistina, il 7 maggio 1964.

Soffermandosi sull’esigenza di un rinnovato dialogo tra fede e arte, Giovanni Paolo II ricorre, da un lato, ad un’affermazione: “La Chiesa ha bisogno dell’arte”, dall’altro, lancia un interrogativo: “L’arte ha bisogno della Chiesa?”.

E spiega: “Per trasmettere il messaggio affidatole da Cristo […] la Chiesa deve rendere percepibile il mondo dello spirito, dell’invisibile, di Dio […] deve trasferire in formule significative ciò che è in se stesso ineffabile. L’arte ha una capacità tutta sua di cogliere l’uno o l’altro aspetto del messaggio traducendolo in colori, forme, suoni che assecondano l’intuizione di chi guarda o ascolta”.

Tornando poi agli albori del mondo e alla presenza dello Spirito Santo, che pervade con il suo Soffio della Creazione, la Lettera sottolinea come ogni autentica opera d’arte contenga in sé qualche fremito di quel soffio e consenta al suo autore di compiere “una qualche esperienza dell’Assoluto che lo trascende”.

Il Pontefice esorta, in
fine. la grande famiglia dell’arte a lasciarsi ispirare dal mistero del Cristo risorto e invoca sui loro cammini la guida della Vergine Santa, effigiata da innumerevoli artisti e contemplata dal “sommo Dante” negli splendori del Paradiso.

Benedetto XVI, bellezza, verità e bontà

Il tema della bellezza ricorre spesso nel pensiero di Benedetto XVI. Agli esordi del pontificato, nell’omelia per l’inizio del Ministero Petrino, il 24 aprile 2005, il Papa ha meditato sul significato di bellezza e amicizia che hanno come ultima scaturigine Cristo stesso: “Non vi è niente di più bello che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l’amicizia con lui”.

Poche settimane più tardi, il 28 giugno, nel discorso per la presentazione del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, il Papa così commentava la presenza di immagini nel testo: “Nel testo sono anche inserite delle immagini all’inizio della rispettiva parte o sezione. Questa scelta è finalizzata a illustrare il contenuto dottrinale del Compendio: le immagini, infatti ‘proclamano lo stesso messaggio che la Sacra Scrittura trasmette attraverso la parola, e aiutano a risvegliare e a nutrire la fede dei credenti’” (Compendio, n. 240).

“L’arte – disse – ‘parla’ sempre, almeno implicitamente, del divino, della bellezza infinita di Dio, riflessa nell’Icona per eccellenza: Cristo Signore, Immagine del Dio invisibile. Le immagini sacre, con la loro bellezza, sono anch’esse annuncio evangelico ed esprimono lo splendore della verità cattolica, mostrando la suprema armonia tra il buono e il bello, tra la via veritatis e la via pulchritudinis”.

Nel Messaggio rivolto all’Arcivescovo Gianfranco Ravasi in occasione della XIII seduta pubblica delle Pontificie Accademie sul tema “Universalità della bellezza: estetica ed etica a confronto”, Benedetto XVI è tornato a riflettere sulla “intima connessione che lega la ricerca della bellezza con la ricerca della verità e della bontà. Una ragione che volesse spogliarsi della bellezza risulterebbe dimezzata, come anche una bellezza priva di ragione si ridurrebbe ad una maschera vuota e illusoria”.

Una riflessione dettata non solo dal dibattito culturale – notava il Papa – ma anche dalla realtà quotidiana: “A diversi livelli, infatti, emerge drammaticamente la scissione, e talvolta il contrasto tra le due dimensioni, quella della ricerca della bellezza, compresa però riduttivamente come forma esteriore, come apparenza da perseguire a tutti i costi, e quella della verità e bontà delle azioni che si compiono per realizzare una certa finalità”.

“Infatti – continuava –, una ricerca della bellezza che fosse estranea o avulsa dall’umana ricerca della verità e della bontà si trasformerebbe, come purtroppo succede, in mero estetismo, e, soprattutto per i più giovani, in un itinerario che sfocia nell’effimero, nell’apparire banale e superficiale o addirittura in una fuga verso paradisi artificiali, che mascherano e nascondono il vuoto e l’inconsistenza interiore”.

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ZENIT Staff

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