L'importanza delle comunità di pace nel conflitto israelo-palestinese

La religione come fermento capace di unire

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di Mirko Testa

ROMA, venerdì, 6 novembre 2009 (ZENIT.org).- Per sciogliere i nodi del conflitto israelo-palestinese, occorre risolvere le tensioni di natura economica, sociale e politica e puntare su quelle comunità che rappresentano delle vere e proprie palestre di convivenza pacifica al di là delle diversità religiose.

Ne è convinto Gianluca Solera, responsabile network della Fondazione “Anna Lindh”, che opera per il dialogo tra le culture del Mediterraneo ed ha sede ad Alessandria d’Egitto.

Cattolico dalle lontane origini ebree sefardite, Solera, dopo aver trascorso molti anni a Bruxelles come consigliere politico del Parlamento europeo, è partito per la Palestina nell’estate del 2004, ed è rimasto per due anni nei Territori studiando arabo all’università di Bir Zeit.

Le esperienze da lui annotate sono poi confluite nel volume “Muri, lacrime, za’tar” (Nuovadimensione, 2007, pagg. 448, € 18.00), la cui prefazione è stata curata da mons. Michel Sabbah, per vent’anni Patriarca latino di Gerusalemme.

In una intervista a ZENIT Solera ha indicato alcune problematiche che minano alla base il cammino di pace come il “processo di teologizzazione legato alla creazione dello Stato di Israele” e la “grande confusione tra il piano cultuale, spirituale e affettivo e il piano religioso, politico e istituzionale che sta consumando Israele dall’interno”.

Il filosofo ebreo Martin Buber affermò nel 1947 che il conflitto arabo-israeliano è un conflitto di due popoli su una stessa terra. In questo senso, ha spiegato Solera, il problema degli insediamenti ebraici costituisce un serio impedimento verso la riconciliazione tra le due parti.

Attualmente 450.000 coloni ebrei vivono in circa 150 insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme est. I cosiddetti avamposti, cioè le colonie non autorizzate, sarebbero un centinaio. Tutte le leggi internazionali considerano illegali sia le colonie che gli avamposti.

La Road Map voluta da Onu, Unione Europea, Stati Uniti e Russia ha chiesto il congelamento degli insediamenti israeliani esistenti prima del 2003, oltre che lo sgombero di quelli costruiti successivamente.

“Ci sono coloni – ha spiegato Solera – che vanno lì espressamente per lottare e sacrificare la propria vita per la terra d’Israele”.

Le cause di questo stato di cose, a suo avviso, vanno rintracciate in una “cultura, frutto della storia di persecuzione degli ebrei, che ha generato uno stato permanente di allerta e una sorta di ossessione collettiva”.

Tuttavia questa non è la norma, anzi è espressione di una minoranza. Infatti, nel suo libro, Solera parla di gruppi che si impegnano fattivamente per l’integrazione e il dialogo come l’associazione Rabbis for Human Rights (“rabbini per i diritti umani”), che nel 2006 ha vinto il premio per la pace della Fondazione Niwano, noto in tutto il mondo come il “nobel delle religioni”, e che sulla scorta della tradizione ebraica vigila sui oprusi che si verificano spesso ai check-point, offrono assistenza legale, oppure aiutano nella raccolta delle olive quei proprietari palestinesi i cui terreni confinano con gli insediamenti israeliani.

“Israele, pur riconosciuta dalle Nazioni Unite, è un paese senza confini certi”, ha affermato Solera.

All’epoca della divisione della Palestina nel 1947 e della nascita dello Stato d’Israele, le Nazioni Unite definirono Gerusalemme un corpo separato. Tuttavia, nel 1981 Israele proclamò unilateralmente l’annessione della città, compresi i quartieri orientali occupati nel 1967, dichiarandola sua capitale. Decisione questa mai avallata dalla comunità internazionale.

A questo proposito, ha sottolineato, “se l’identità ebraica viene ridotta a una questione di confini, perde la sua natura”.

Sull’altro versante, ha però denunciato una “islamizzazione del movimento politico palestinese” e un “ricorso all’identità religiosa come ultima risorsa per rafforzare le battaglie del movimento nazionalistico, in una logica che rende Dio prigioniero”.

Tuttavia, ha poi precisato, “occorre anche stare attenti a non rappresentare politicamente o mediaticamente la questione israelo-palestinese come uno scontro di civiltà. Questo è un errore politico e culturale gravissimo in Occidente, che crea le condizioni per l’instabilità e genera tensioni all’interno delle nostre società”.

“Le conseguenze potrebbero essere devastanti anche per noi – ha aggiunto –. Per le nostre relazioni con il mondo arabo e per la stabilità all’interno delle nostre stesse comunità in Occidente. In questo modo si scava un fossato ancora più profondo tra le due rive del Mediterraneo”.

“I divari in termini di sviluppo, di democrazia, di riconoscimento dei diritti culturali, di dignità che possono esserci tra comunità arabe e Occidente sono un fattore d’instabilità più grande che non le incomprensioni tra l’essere musulmani e l’essere cristiani”.

“Credo che la politica del dialogo interculturale – ha continuato – non abbia alcun senso se non si affrontano prima le tensioni di natura politica, economica e sociale”.

Per Solera, “il rifugiarsi nell’identità culturale e religiosa è un sottoprodotto dell’incapacità di affrontare questi nodi cruciali”.

“Occorre quindi disinnescare le bombe della diversità”, perché queste costituiscono “il terreno su cui il fanatismo può attecchire e crescere”.

“E in questo contesto i cristiani giocano un ruolo fondamentale nel mostrare che si può coesistere nonostante le diversità religioso-culturali”, ha osservato.

Per esempio a Taybeh, l’antica Efraim dove Cristo si rifugiò insieme ai discepoli, l’ultimo villaggio completamente cristiano in Terra Santa, è presente una comunità molto vivace che ha aperto le scuole ai bambini musulmani dei villaggi circostanti. Qui le parrocchie cattoliche hanno creato, inoltre, una casa di riposo e un centro di riabilitazione per handicappati rastrellando soldi in Palestina e all’estero.

“Bisogna difendere le comunità che vivono in coesistenza pacifica – ha sottolineato –. Ma bisogna diffenderle davvero: attraverso i pellegrinaggi, le visite, i gemellaggi tra le parrocchie, attraverso un lavoro di fondo tra i fedeli delle comunità”.

“I cristiani devono mostrare di essere portatori di fratellanza al di là delle convenienze politiche”, ha quindi concluso.

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ZENIT Staff

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