Sinodo: speranza per l'Africa e per la pastorale della salute

Intervista a monsignor Jean Marie Mpendawatu

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di Carmen Elena Villa

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 23 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Dopo 20 anni di lavoro al Pontificio Consiglio per la Salute, monsignor Jean Marie Mpendawatu, nato nella Repubblica Democratica del Congo, ha ricevuto una telefonata inaspettata mentre si trovava in visita nel suo continente. “Lei è stato nominato sottosegretario del Pontificio Consiglio per la Salute”.

Il presule confessa che la nomina lo ha colto di sorpresa. Nel corso della sua vita sacerdotale, si è sempre dedicato alla pastorale negli ospedali, lavorando come cappellano in vari centri sanitari del suo Paese, europei e canadesi.

Monsignor Mpendawatu ha parlato con ZENIT delle speranze che il Sinodo per l’Africa porta sia al suo continente che alla pastorale della salute.

Come ha accolto la nomina a sottosegretario del dicastero per la Salute?

Monsignor Jean Marie Mpendawatu: Nella mia Diocesi come in Africa, la nomina è stata accolta come una delle grazie per questo Sinodo. Qualcuno addirittura ha detto che dopo il viaggio del Papa si è vista la situazione dei poveri e dei malati e questa nomina sta a significare che l’Africa, soprattutto l’Africa sofferente, dei malati, è nel cuore della Chiesa.

Ha partecipato ad alcune discussioni del Sinodo? Secono lei come si sta svolgendo?

Monsignor Jean Marie Mpendawatu: Il dicastero per la Pastorale della Salute e il suo presidente, monsignor Zygmunt Zimowski, hanno rappresentato le istanze del dicastero fin dall’inizio. Io ho potuto incontrare dei Vescovi che partecipano, e sono andato due giorni al Sinodo.

La mia esperienza è positiva perché il Sinodo è un momento forte di comunione, soprattutto episcopale, di fraternità, di condivisione delle responsabilità per quanto riguarda la Chiesa.

Penso che la presenza del Papa, il successore di Pietro, che fa la comunione con tutte le Chiese e le Diocesi, così come il fatto di poter pregare insieme, discutere e cercare soluzioni rafforzino la collegialità episcopale, che da affettiva diventa effettiva.

E’ stata un’opportunità per tenere presenti le gioie, le luci, le speranze di una Chiesa come quella dell’Africa, che nonostante tutti i problemi va avanti dal punto di vista dell’approfondimento della fede.

La Chiesa è molto impegnata a far sì che ci siano più persone che aderiscono al messaggio di Cristo. Non dimentichiamo che in Africa ci sono nuovi catecumeni, molti ex pagani che si battezzano. C’è quindi un lavoro missionario che continua.

E per quanto riguarda la salute?

Monsignor Jean Marie Mpendawatu: In molti Paesi, più del 60% delle strutture ospedaliere è della Chiesa. Si presta servizio a molte persone di diverse religioni. La questione della salute non è un’opzione. È un dovere, un comando del Signore. E’ un binomio che comprende la catechesi, far conoscere il nome di Gesù. Nel suo nome c’è la salvezza. Gesù Cristo è veramente medico dei corpi e delle anime, e la Chiesa quando fa missione cerca di curare il corpo e l’anima. Anche nei Paesi sviluppati la Chiesa deve umanizzare ed evangelizzare nel campo della salute.

Parliamo dell’educazione sessuale in Africa. Sappiamo che in Uganda c’è un piano educativo sull’astinenza, la fedeltà e il preservativo come ultima via. Come considera questo fatto, come africano e come sottosegretario del Pontificio Consiglio per la Salute?

Monsignor Jean Marie Mpendawatu: L’esperienza dell’Uganda – se n’è parlato molto –, come di altre comunità che hanno dei programmi per la lotta all’Aids, è centrata sulla prevenzione, su un’informazione corretta sul virus e sul contagio e anche sull’educazione alla fedeltà coniugale permanente, all’astinenza e alla castità. Questo avviene anche con l’aiuto delle comunità ecclesiali di base, tenendo conto della fede, della morale e soprattutto dell’educazione alla maturità responsabile. C’è l’invito a cambiare i comportamenti, che è un punto focale per moltissime Diocesi, ma ci arrivano quei “tossici rifiuti” di cui ha parlato Benedetto XVI.

Circa il problema con la poligamia…

Monsignor Jean Marie Mpendawatu: Personalmente vedo che la generazione dei miei genitori e quella dei miei nonni, che sono stati tra i primi battezzati, non hanno mai conosciuto la poligamia. Prima della generazione di mio nonno, quando non c’era il cristianesimo, la poligamia era molto diffusa, ma già da tre generazioni non si trovano poligami. Il cristianesimo ci ha aiutati.

Che cosa si aspetta da questo Sinodo?

Monsignor Jean Marie Mpendawatu: In Africa ci sono, per varie ragioni, guerre e conflitti. Il tema della pace è fondamentale. Ci sono divisioni, separazioni tra gruppi, etnie, politiche. Le famiglie che hanno perso i propri cari restano con una grande sofferenza. I Paesi, poi, sono giovani, hanno 40 o 50 anni di indipendenza.

Tramite la sanità e l’ apostolato della misericordia, la Chiesa aiuta a sanare queste difficoltà. Per quanto riguarda l’Aids, ci sono vari istituti e associazioni – di varie confessioni – che lavorano in quel settore. Penso che possiamo lottare insieme e avere forza per chiedere ai vari Governi di aiutare le popolazioni.

Penso che il Sinodo possa essere una grande speranza, che attraverso la sanità e l’apostolato della misericordia possiamo contribuire alla riconciliazione in Africa, con Dio e con gli altri, perché in questo continente ci sia sempre più giustizia. Senza giustizia è difficile accedere alla salute. Ci sono diritti che non possono aspettare.

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ZENIT Staff

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