I cattolici in Kuwait

Intervista al Vicario Apostolico monsignor Camillo Ballin

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di Alessandra Nucci

ROMA, martedì, 15 settembre 2009 (ZENIT.org).- La storia della fede in Kuwait è la storia di una Chiesa giovane e dinamica ma senza futuro, perché fatta di lavoratori stranieri cui è vietato mettere radici nel Paese.

I kuwaitiani sono un milione, gli stranieri sono il doppio, e di questi circa 400mila sono cristiani di diverse provenienze. Anche se dovessero restare in Kuwait per tutta la vita, non otterrebbero mai il permesso di comprare casa.

Per questo le chiese scoppiano, ma non vi si trova un anziano, perché i fedeli che vi convergono vivono una vita provvisoria, in attesa di andare altrove.

Ce ne ha parlato il Vicario Apostolico, mons. Camillo Ballin, sacerdote comboniano nativo del Veneto, che ha trascorso quasi tutti i suoi anni di sacerdozio nei paesi arabi: 2 anni in Siria e Libano per imparare l’arabo, 24 anni in Egitto, 10 anni in Sudan. In Kuwait c’è dal 2005.

I cristiani sono soggetti a restrizioni in Kuwait?

Ballin: Come in tutti gli altri paesi arabi, anche se meno che in Arabia Saudita. Io esco sempre con veste e crocifisso, ma è proibito tenere le celebrazioni liturgiche fuori dalle tre chiese esistenti. Così, il problema numero uno è lo spazio. A fronte di 350mila fedeli provenienti da Filippine, India, Sri Lanka, Bangladesh e Pakistan, più 6000 cattolici arabi, disponiamo di 16 sacerdoti (un filippino, un egiziano, uno dello Sri Lanka e gli altri dall’India) e solo tre chiese.

Come riescono allora ad andare a Messa, almeno la domenica, tutti i fedeli?

Ballin: Celebriamo messe in nove lingue diverse, in vari riti che la Santa Sede ha voluto unificare sotto il Vescovo latino, che sono io: siro-malabar, siro-malancar, siro-maronita, copto-cattolico e naturalmente latino. Solo in cattedrale ci sono 22 corali. Ma tutto questo non basta, avremmo bisogno di almeno un’altra chiesa grande, ma non ci concedono il terreno, e se anche trovassimo i soldi per comprarlo da privati, non ci darebbero il permesso di farci una chiesa. Se un giorno per qualche motivo ci fosse un panico durante la Messa, avremmo centinaia di morti per accalcamento. Chi non riesce ad entrare rimane fuori. Dentro non c’è un centimetro per muoversi.

Come fate a distribuire la Comunione?

Ballin: La prendono nell’uscire, senza cioè tentare di tornare al posto.

E durante la settimana?

Ballin: In cattedrale di giorno c’è l’adorazione continua, c’è sempre gente che prega sia in cattedrale, sia alla cappella dell’adorazione, sia alla grotta della Madonna – che si trovano tutti sullo stesso terreno – sia nelle altre due parrocchie.

Speranze per il futuro?

Ballin: Non c’è un futuro sicuro, in quanto non ci sono fedeli locali e quindi neanche preti locali. In verità ci sono 4 piccole famiglie cattoliche kuwaitiane e circa 200 cristiani protestanti, ma non potranno che essere assorbite dall’emigrazione e dai matrimoni.

Quando si pensa ai paesi musulmani, viene da domandarsi se ci sono mai delle conversioni…

Ballin: In 40 anni non ho mai accettato una conversione. Primo, perché sono quasi sempre spie del governo, secondo perché lo fanno quasi sempre solo per avere il visto per l’estero.

Secondo lei è possibile chiedere reciprocità rispetto a come vengono accolti i musulmani in Occidente?

Ballin: I paesi occidentali sono paesi atei, a cui i diritti umani non interessano. L’Italia ha 660 moschee: qualcuno ha mai pensato di chiedere facilitazioni per i cristiani nei paesi arabi? Nessuno. Eppure noi non chiediamo privilegi, solo di poter pregare senza pericoli gravi derivanti dall’accalcamento.

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ZENIT Staff

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