Ordinario militare: “tutto finisce”, “resta solo Dio che è Amore”

Omelia per le esequie del militare ucciso in Afghanistan

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CAMPOBASSO, venerdì, 17 luglio 2009 (ZENIT.org).- Di fronte alla morte che mostra che tutto perisce, “resta solo Dio che è Amore”, ha affermato questo venerdì l’Arcivescovo Vincenzo Pelvi, Ordinario militare per l’Italia, celebrando le esequie del Caporal Maggiore Alessandro Di Lisio, ucciso martedì 14 luglio in un attentato in Afghanistan.

Nell’omelia della celebrazione, che ha avuto luogo nella Cattedrale di Campobasso, città natale del militare ucciso, il presule ha affermato davanti al mistero della morte, “che ci spaventa, ci addolora, sentiamo però che non tutto è finito: anzi, siamo qui per pregare l’Autore della vita, sorretti dalla certezza che Alessandro è stretto nell’abbraccio di Dio buono e misericordioso”.

“So che questo evento terribile mette in crisi la nostra fede, facendo nascere il dubbio, il timore e persino la ribellione”, ha riconosciuto l’Arcivescovo.

“La morte ci fa toccare con mano che tutto in un attimo può cessare: sogni, progetti, speranze. Tutto finisce; solo resta l’amore. Resta solo Dio che è Amore”.

“Dio può sembrare assente, il dolore può apparire una forza bruta e senza senso, le tenebre degli occhi pieni di pianto sembrano spegnere anche i più timidi raggi di sole. Eppure è proprio mentre si fa provocatrice la domanda: dov’è il tuo Dio? (Sal 42,4) che sentiamo emergere dal profondo la certezza dell’intervento amorevole di Dio”, ha osservato.

“Il nostro è un Dio che ha passione per l’uomo; un Dio che soffre con noi e per noi; un Dio che sceglie il silenzio per abbandonarsi tra le braccia di chi, soffrendo, si sforza di tenere accesa la fiaccola della speranza”.

Il cristiano, ha aggiunto, “nell’ora dell’agonia cerca il Signore, lasciandosi andare a Lui in un lamento che ottiene consolazione e serenità”, perché Dio “è coinvolto e partecipa alla sorte della storia umana intrecciando il suo respiro e le sue lacrime con quelle dei nostri giorni”.

L’Arcivescovo ha rivelato che osservando i volti dei familiari del Caporal Maggiore ha immaginato cosa devono aver provato i discepoli quando è morto Gesù.

“L’uomo più bello, più buono, più innocente, l’uomo che amavano più di ogni altro al mondo era stato ucciso ingiustamente. Forse avranno pensato di vendicarsi; ma questo non avrebbe ridato loro Gesù. La vendetta non rende giustizia, ma è sempre sconfitta. I discepoli, improvvisamente, hanno scoperto che Gesù era risorto. L’ingiustizia non era l’ultima parola”.

“L’eternità fiorisce nell’abbandono alla volontà del Signore, non nell’ansia del ragionamento; Dio non risponde al nostro bisogno di spiegazioni, ma alla sete di eternità”.

Missione di pace

“Alessandro è stato in Afghanistan come già in Iraq un instancabile operatore di pace, quella pace che viveva in lui come anelito indistruttibile e speranza insopprimibile”, ha dichiarato l’Ordinario militare.

“A nessuno può sfuggire la generosità del nostro Paese che, oltre a garantire la sicurezza del territorio, sta aiutando, con risorse economiche e personale civile, a ricostruire le Istituzioni di quel Paese, come pure le infrastrutture – dalle strade, alle scuole, agli ospedali – e l’economia, in particolare l’agricoltura necessaria per sostituire quella dell’oppio che finanzia i terroristi”.

“Il terrorismo, purtroppo, ha paura dalla solidarietà, perciò manifesta il disprezzo per la vita umana” ha confessato, ma le Forze Armate, “con la conquista pacifica dei cuori e delle menti, continueranno, con l’energia e la determinazione di cui sono capaci, a salvaguardare quella convivenza umana per ogni popolo, cultura e religione”.

Le missioni di pace, ha proseguito, “stanno aiutando a valutare da protagonisti il fenomeno della globalizzazione, da non intendere solo come processo socio-economico, ma criterio etico di relazionalità, comunione e condivisione tra popoli e persone”.

“Procedendo con ragionevolezza e guidati dalla carità e dalla verità, il mondo militare contribuisce a edificare una cultura di solidarietà e di responsabilità globale, che ha la radice nella legge naturale e trova il suo ultimo fondamento nell’unità del genere umano”.

“Se riconosciamo di essere una sola famiglia umana, non possiamo non aiutare chi è nel bisogno, perché sia salvaguardata ogni vita umana e la dignità di ogni uomo e di tutto l’uomo”.

“La vita – ha concluso – richiede senso di responsabilità, spirito di dovere, dedizione continua non sempre riconosciuta, testimonianza di valori vissuti con intelligenza e grande generosità e, a volte purtroppo, anche con il sacrificio supremo di sé”.

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ZENIT Staff

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