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Voi siete certamente convinti dell’importanza, del valore dottrinale, spirituale e pastorale del Concilio Vaticano II, e della centralità in esso della Lumen Gentium, con le altre tre costituzioni (tale nome ne mette in evidenza, del resto, l’importanza e la peculiarità). Potrei anzi definire l’ultimo Concilio ecumenico una “icona” della Chiesa cattolica stessa, vale a dire di quello che specialmente il Cattolicesimo è, costitutivamente, comunione cioè, anche con il passato, con le origini, identità nell’evoluzione, fedeltà nel rinnovamento. È come albero frondoso nato da quell’umile seme gettato a terra, piangendo, due millenni fa, sepolto nelle tenebre – la morte redentrice di Cristo – ed esploso, in perenne primavera, con la sua risurrezione: la vigna del Signore ha esteso infatti le sue radici nel mondo intero. Testimone di quanto dico è, per fare un esempio, la presentazione della Chiesa cattolica in “Le Chiese cristiane del Duemila”1 e, con legame al Vescovo di Roma e alla Tradizione, una frase di K. Schatz, per il quale proprio «grazie alla struttura del Primato la Chiesa cattolica ha una particolare opportunità di collegare strettamente insieme stabilità e tradizione, da un lato, e dinamismo ed innovazione dall’altro»2.

1. Il Concilio Ecumenico Vaticano II e sua corretta ermeneutica

Grande fu l’evento conciliare e molti ancora certo se lo ricordano anche visivamente. Vi parteciparono 3.068 Padri, provenienti da quasi tutte le Nazioni della terra. Nei quattro suoi periodi (11 Ottobre 1962 – 8 dicembre 1965) si svolsero 168 congregazioni generali e 10 sessioni pubbliche. Furono promulgati 16 documenti: 4 costituzioni – come abbiamo già indicato –, 9 decreti e tre dichiarazioni.

Aggiungo, per accennare alla vastità dell’impegno, che, se penso solo agli “Atti” ufficiali del magno Sinodo, vedo nella mia biblioteca, allineati, 62 grossi tomi di un bel rosso vivo. Ma sono apparsi già anche alcuni diari di “personaggi” famosi, o almeno attenti, partecipanti in vario modo al Concilio, da sottoporsi peraltro scrupolosamente al vaglio critico incrociato. La cosa è lunga e difficile, ma essi portano sapore ed ingredienti personali utili alla storia, pur sottomessi al giudizio degli Atti (fatti) ufficiali.

Certo vi è qui, oggi, il rischio di uno scivolamento verso una storia di frammenti, che in realtà non sfuggirebbe facilmente alla cronaca. In effetti a tutto ciò è sottostante l’impegno di molti a sminuire l’importanza dei documenti conciliari stessi, sintesi di Tradizione ed aggiornamento, per far prevalere un ben noto convincimento, che da sempre ho definito ideologico, il quale “punta” soltanto sugli aspetti innovativi apparsi in concilio – da prolungarsi nel postconcilio –, sulla discontinuità insomma, se non sulla rottura, rispetto alla Tradizione. Se ne ha esempio chiarissimo nel volume “L’evento e le decisioni. Studi sulle dinamiche del concilio Vaticano II”3, in cui si “ricupera” l’attuale tendenza storiografica generale, la quale privilegia l’evento, la discontinuità, appunto, il cambiamento, ovvero il mutamento traumatico, e ciò in contrapposizione all’antecedente indirizzo dei famosi “Annales”, che guardava piuttosto al periodo lungo, con sottolineatura della continuità storica (per Braudel, il quale ne portò il vessillo, la storia è «una scienza sociale applicata che mette in luce strutture, sistemi, modelli perenni anche se a prima vista invisibili»).

E non ci si avvede che, se per avvenimento si intende non tanto un evento “degno di nota”, ma una rottura, una novità assoluta, il nascere quasi di una nuova chiesa, in casu, una “rivoluzione copernicana”, il passaggio da un tipo di Cattolicesimo ad un altro – che ne perde però le caratteristiche inconfondibili –, detta prospettiva non potrà e non dovrà essere accettata, almeno per quanto concerne la Chiesa cattolica e la storia che tenga conto della sua specificità, della continuità della sua realtà più misteriosa, da preservarsi anche nella interpretazione dei suoi documenti. A questo proposito, leggendo i contributi alla ricerca pubblicati nel citato volume, si rimane veramente sorpresi per le critiche radicali manifestate a tre noti studiosi quali sono Jedin, Ratzinger e Kasper (con le sue quattro ottime regole ermeneutiche) e allo stesso Poulat.

In tal modo quella che fu una posizione estrema al Concilio Vaticano II, nella cosiddetta “maggioranza” – la definirei “oltranzista” (contraria cioè ad una costante e fattiva ricerca del “consenso”, dell’abbraccio tra aggiornamento e Tradizione), sempre più desiderosa di imporre il proprio punto di vista, sorda ai “richiami” e all’opera di “cucitura” di Paolo VI – è riuscita, dopo il Concilio, a monopolizzarne finora la interpretazione dell’“evento”, rigettando ogni diverso procedere, che si vitupera magari come anticonciliare.

A questo proposito mi piace confermare il mio pensiero con quello dell’ortodosso Nicos Nissiotis, prima di passare direttamente all’esame della Lumen Gentium, della Chiesa conciliare. Egli – afferma Y. Spiteris, nel volume pubblicato sul Vaticano II per il Grande giubileo – «mette in evidenza la ben nota coesistenza in seno al Concilio della corrente progressista e conservatrice»4. «Personalmente credo di vedere in questa coesistenza delle due correnti più che una giustapposizione contraddittoria, una dinamica dialettica [io la direi dialogica, nonostante tutto] che ha dato la possibilità alla Chiesa cattolica di fare dei grossi passi avanti senza troppi scossoni e ferite traumatiche e senza escludere nessuno dal suo corpo. Questa dialettica necessaria la troviamo nei documenti principali quali la “Lumen Gentium”, la “Gaudium et Spes” e l’“Unitatis redintegratio”»5.

Aggiungo un’altra considerazione dello stesso teologo ortodosso che ci può ancora essere utile, la seguente: «Dopo 20 anni [il testo fu pubblicato nel 1987] esiste una fortissima critica contro il Vaticano, soprattutto da parte del Consiglio Mondiale delle Chiese... Essi son rimasti delusi perché aspettavano dal Concilio il riconoscimento della loro Chiesa e del loro sacerdozio. Ma questo non è avvenuto... [l’affermazione è attuale anche per la Dichiarazione Dominus Jesus]. Ognuno ha cercato di valutare il concilio partendo dal suo punto di vista, dai suoi interessi. Così ognuno ne ha considerato solo un aspetto senza abbracciare il suo insieme che è tanto complesso. Si trattava infatti di un avvenimento complesso nel quale cercavano di coesistere tutte le grandi tendenze del cattolicesimo». E anche qui mi trovo d’accordo.

2. Schizzo storico del procedere della Lumen Gentium

Orbene, stilando ora un breve schizzo storico del procedere del testo della Lumen Gentium, che ci permetta di avere una visione della Chiesa conciliare illuminante la pastorale di accoglienza (a questo proposito, se si vuole approfondire la conoscenza di tale Chiesa, consiglio un sintetico ma apprezzato volume di Annibale Zambarbieri6), dal primo al 7 dicembre 1962 fu proprio lo schema de Ecclesia (poi Lumen Gentium) a polarizzare l’attenzione dentro e fuori il Concilio. Si componeva di 11 capitoli, ma – come attestò il re­latore, Mons. Franić – la Commissione dottrinale, nel redigerlo, non aveva inteso comporre un trattato completo sulla Chiesa. Non mancarono le critiche, com’è naturale, poiché si era a concilio, in dibattito legittimo: vi si riscontrò un modo di procedere troppo astratto e scolastico, scarsamente ricettivo dello spirito pastorale, universalista ed ecumenico che avrebbe dovuto connotare il Concilio per indirizzo di papa Giovanni, che lo aveva convocato. Vi appariva anche una certa reticenza in tema di collegialità episcopale. Fu il Card. Döpfner (seguito da Suenens, Jaeger e dallo stesso Wojtyła) a chiedere poi che accanto all’immagine del Corpo Mistico si desse spazio anche a quella del “Popolo di Dio”: ecco qui una delle idee che faranno più strada in concilio, e dopo, come importante cambio di prospettiva, magari, successivamente, in un contesto sociologico deviante.

Molti si dichiararono favorevoli al documento, anche se altri progetti apparvero all’orizzonte e alcune voci (cito il Card. Suenens – «ecclesia ad intra... ecclesia ad extra», ricordate? – e il Card. Montini: «mancata, o almeno non annunciata esistenza di un disegno organico, ideale e logico del Concilio») si udirono, espressione di preoccupazione per una mancata organica progettazione ecclesiologica conciliare. E ciò nonostante che Papa Giovanni XXIII avesse “approvato il testo de Ecclesia”, apponendovi soltanto qualche modifica di dettaglio. Il Card. Lercaro manifestò pure la sua adesione al­la richiesta Suenens Montini, con l’aggiunta preziosa della considerazione del mistero di Cristo nei poveri.

Si stabilì quindi una griglia di venti argomenti (poi ridotti a 17) che “riassunsero”, in parte, i 72 schemi iniziali, talora rappresentanti capitoli di uno stesso schema, mentre veniva ribadito l’intento pastorale del tutto. Intanto si coagulava il gergo di “maggioranza” e “minoranza”, di tendenza innovatrice e conservatrice, per intenderci, anche se vi fu e vi è il rischio, così, di semplificare in modo artificiale un reticolo molto più complesso di convergenze e divergenze, pure fluttuanti. In effetti questo cliché di due teologie, di due ecclesiologie, ha pesato non poco, sfavorevolmente, sui lavori conciliari e soprattutto sui teologi, e altresì su una successiva ermeneutica non corretta.

Il Card. Suenens, nella riunione della Commissione di coordinamento del 23 Gennaio 1963, suggerì quindi – dopo aver ricevuto luce verde al riguardo dal Card. Cicognani – una rifusione del de Ecclesia in quattro capitoli. La cosa fu dibattuta, specialmente per quel che riguarda la collegialità, confermandosi, in concilio, la centralità della questione ecclesiologica, della Chiesa conciliare. Nel documento si decise di introdurre pure un capitolo sui religiosi, e più tardi (il 29 Ottobre) uno su Maria Ss.ma (con maggioranza stretta: 1114 placet contro 1074 non placet, perché sulla Madre di Dio quelli che votarono contro preferivano un testo a parte).

La rielaborazione dello schema rimaneva affidata alla Commissione dottrinale, divisasi allo scopo in sottocommissioni e, come base del rifacimento dei nuclei più caratteristici del documento, venne scelto quello “cucito”, insieme ad altri, dal noto teologo lovaniese Mons. Philips. Da notare che egli fece sapere che il 60% del testo così approntato era ripreso da quello anteriore. Vi è qui un ulteriore spunto di riflessione anche per quel che concerne l’espressione “Chiesa conciliare”, che non è una nuova Chiesa.

Siamo al II periodo, con il nuovo papa e con la editio altera recognita del regolamento del Concilio. Noto specialmente, per i laici, che era ufficializzata in tale momento la partecipazione di esperti laici all’attività delle Commissioni, mentre auditores pure laici avrebbero potuto assistere alle sedute conciliari.

L’ecclesiologia (Chiesa conciliare) vi ottenne ancora un posto privilegiato e la nuova redazione riscosse, dopo due sedute, il consenso necessario (2231 placet su 2301 votanti) per continuare a costituire la piatta­forma dei dibattiti dei singoli capitoli. Iniziata, il 4 ottobre, la discussione di quello sulla Gerarchia si manifestarono più chiara­mente divergenze esistenti in seno all’assemblea. Segno ne fu la questione della votazione intesa a conoscere l’indirizzo di fondo dei Padri. Il 29 ottobre si pervenne così a proporre il testo delle domande, rimaneggiato rispetto a quello ini­ziale suggerito da don Dossetti, con tocco finale di Paolo VI. Esse divennero nel frattempo cinque (con la richiesta di un voto orientativo sul diaconato). La distruzione delle primitive schede per la votazione, fatte preparare indebitamente, causò l’allontana­mento da presso i Moderatori dell’uomo di fiducia del Card. Ler­caro, (appunto Dossetti), che lo aveva cooptato quale segretario dei “quattro”, istituendo così, di fatto, una alternativa non regolamentare con il Segretario generale del Concilio, Mons. Felici. Il Papa ebbe a dire: «quello non è il posto di Dossetti!».

Dopo il ridimensionamento e la rifusione degli schemi, tra il II e III periodo (si tratta del cosiddetto piano Döpfner), la importantissima Commissione coordinatrice impartì nuove raccomandazioni, specie sulla sacramentalità e collegialità epi­scopale, sempre in stretto vincolo con la costituzione Pastor aeternus del Vaticano I. E anche questo ci dice qualcosa circa l’espressione “Chiesa conciliare”.

Vi è in questo periodo altresì la trasformazione di un est in subsistit (la Chiesa di Cristo) in Ecclesia catholica (LG 8), che tanta importanza ha avuto nello sviluppo dell’ecumenismo postconcilare e tanto inchiostro ha fatto versare da parte dei commentatori del Concilio (v. l’intervento del Card. Ratzinger al convegno romano sul magno Sinodo, in occasione del Grande Giubileo e nel do­cumento Dominus Jesus, con importante intervista al Frank­furter Allgemeine). Varrà rilevare anche qui un’iniziativa piut­tosto pesante, agli inizi di settembre del 1964, di una parte influente e consistente di Padri (fra i quali molti Cardinali, guidati dal Card. Larraona), di critica alla dottrina della collegialità in senso stretto che si temeva volersi dilatare. Paolo VI, nel rispetto del regolamento, fece proseguire l’iter dello schema e quindi la votazione: oltretutto era con la triplice forma placet, non placet e placet juxta modum. Si continuò dunque nell’imp­egno per raggiungere consensus armonico, nel corso del III periodo, ben delineato nell’allocuzione pontificia di sua inaugurazione7.

Se le votazioni concernenti i primi due capitoli dello schema sulla Chiesa (come mistero e Popolo di Dio) furono “facili”, quelle sul terzo – “la costituzione gerarchica della Chiesa” – determinarono due schieramenti, abbastanza fissi, maggioritario e minoritario. Non ne seguiremo qui il dibattito, pur interessante, ma fermiamoci invece, sempre brevemente, alla Nota Explicativa Praevia, presentata, in una settimana difficile, che qualcuno giornalisticamente definì “nera”. In ogni caso non si può più chiamarla così, poiché con un po’ di prospettiva essa ora si considera positivamente decisiva, come Concilio, consenso e comunione, tra aggiornamento e Tradizione. Sarebbe bene rileggerne il testo, ma a me basta qui notare – oltre a menzionare il concetto realtà mistero di communio hierarchica, il quale sintetizza bene il I e II millennio ecclesiale, impresa cattolica necessarissima – che per la dichiarazione dello stesso Mons. Philips non vi è contraddizione tra essa e il testo conciliare. Vale anche ricordare, a conferma, che pure Schillebeeckx la considerò una chiarificazione, necessaria, dei termini delle questioni, per cui essa tolse quell’elemento di indeterminatezza e confusione, intrattenuto da alcuni volontariamente  com’egli asserisce , per far passare una concezione della collegialità in senso stretto non in armonia con la Tradizione.

La votazione definitiva sulla Lumen Gentium (così articolata, alla fine, in otto capitoli: il mistero della Chiesa; il popolo di Dio; la costituzione gerarchica della Chiesa; i Laici; l’universale vocazione alla santità nella Chiesa; i Religiosi; l’indole escatologica della Chiesa pellegrinante sulla terra e la sua unione con la Chiesa celeste e la beata Vergine Maria Madre di Dio nel mistero di Cristo e della Chiesa), con approvazione praticamente unanime, rappresentò un risultato straordinario, considerate le opposizioni sorte nel corso del dibattito in aula. Fu il merito , grande, di Papa Paolo, che giustamente non volle considerarsi semplice “notaio” del Concilio, come egli stesso affermò.

3. Sintesi ecclesiologica del Vaticano II e sua applicazione all’Erga migrantes caritas Christi

Da questo considerevole “entroterra” si dovrebbe dedurre facilmente che la sintesi ecclesiologica del Vaticano II, con applicazione alla Sitz im Leben migratoria, presente nell’Istruzione Erga migrantes caritas ChristiEMCC – (nn. 37 e 38) è indispensabile. Sono due numeri molto densi che qualcuno ha considerato, invece, quasi un corpo estraneo al Documento, giudizio che proprio non condividiamo. In effetti la Chiesa ad intra e ad extra è stata l’asse portante, di tutto l’impegno conciliare, la risposta fontale, in Cristo, vero uomo e vero Dio, ai “segni dei tempi”, il Segno posto da Dio anche fra i migranti8.

Naturalmente si è tenuto conto, nel testo dell’Istruzione, dell’interpretazione qualificata del Vaticano II che si ebbe in occasione del Sinodo straordinario dei Vescovi del 1985, dei due bellissimi volumi di bilancio e prospettive conciliari, venticinque anni dopo9, nonché pure di quello da me edito, con relativa visione prospettica10.

Il n. 37 di EMCC richiama così tre modalità-sintesi, e fondamentali, di realizzazione del ministero pastorale della Chiesa conciliare, mettendo al primo posto quella «in quanto comunione». Si dà così valore alle legittime particolarità delle comunità cattoliche, coniugandole con l’universalità. «L’unità della Pentecoste – attesta l’EMCC – non abolisce infatti le diverse lingue e culture, ma le riconosce nella loro identità, pur aprendole all’alterità, attraverso l’amore universale operante in esse. L’unica Chiesa cattolica è così costituita dalle e nelle Chiese particolari, così come le Chiese particolari sono costituite nella e dalla Chiesa universale (cfr LG 13)».

4. Base ecclesiale della pastorale d’accoglienza

È qui dunque posta la base teologica, ecclesiale, alla pastorale di accoglienza, nel contesto dell’evangelizzazione delle culture (v. nota 40 di EMCC e il commento apparso su People on the Move)11. Si tratta della pastorale specifica (cfr. n. 38 e nn. 49-55 di EMCC) del fenomeno migratorio che, mettendo in contatto fra loro persone di diversa nazionalità, etnia e religione, contribuisce a rendere visibile l’autentica fisionomia della Chiesa (cfr. Gaudium et Spes 92) e valorizza la valenza ecumenica12 e dialogico13–missionaria delle migrazioni (cfr. Ad Gentes 11 e EMCC nn. 59-69). È anche attraverso di esse, infatti, che si realizzerà tra le genti il disegno di comunione salvifica di Dio (cfr. At 11,19-21 e <i>Ad Gentes 39). Nell’accoglienza ecclesiale, comunque, è offerta ai migranti cattolici l’opportunità privilegiata, sia pur spesso dolorosa, di giungere a un maggior senso di appartenenza alla Chiesa universale oltre ogni particolarità (cfr. EMCC 39). La base di tale pastorale sarà dunque una cultura dell’accoglienza (ibidem), caratteristica espressione di Giovanni Paolo II.

Con tale base comunionale allora si capirà meglio quanto i nn. 41-43 dell’Istruzione indicano al popolo cristiano per realizzare accoglienza e solidarietà, senza dimenticare il capitoletto “Liturgia e religiosità popolare” (EMCC 44-48), che è pure manifestazione di accoglienza pastorale nella Chiesa conciliare.

Naturalmente la communio, nella Chiesa, è gerarchica e per questo si intende, fra l’altro, rimanendo attenti ai due numeri oggetto specifico di questa nostra ricerca, quanto leggiamo al n. 38, vale a dire: «La particolare situazione in cui vengono a trovarsi i Cappellani/Missionari, nonché gli Operatori pastorali laici, in rapporto alla Gerarchia e al Clero locale, impone agli stessi una coscienza viva della necessità di svolgere il ministero in stretta unione col Vescovo diocesano, o col Gerarca [orientale], e con il suo Clero (cfr. Christus Dominus 28-29; Apostolicam Actuositatem 10 e Presbyterorum Ordinis 7). La difficoltà e l’importanza del raggiungimento di certi obiettivi, sia sul piano comunitario che su quello individuale, stimoleranno infine i Cappellani/Missionari dei migranti a ricercare la più ampia e giusta collaborazione di Religiosi e Religiose (cfr. De Pastorali Migratorum Cura 52 55) e di Laici (cfr. ib. 56-61)».

In quanto missione – altro elemento di coagulo fondamentale del Concilio e del post-concilio (la Chiesa conciliare è missionaria!), specialmente in questi ultimi anni –, «il ministero ecclesiale si dirige verso un altrove» (si dice così, ma non si tratta immediatamente di un luogo), «per comunicare il proprio tesoro e arricchirsi di nuovi doni e valori», poiché è proprio una caratteristica del nostro documento (cfr. specialmente EMCC 96-100) quella di far scoprire che la missione non si realizza solo nei cosiddetti territori missionari, tradizionalmente in Africa o in Asia, dato che oggi gli abitanti dei vari continenti si spostano, e con essi la missione.

Nella stessa linea di pensiero è la considerazione seguente, nello stesso paragrafo del n. 37 dell’EMCC, la quale porta l’attenzione pastorale missionaria all’interno della stessa Chiesa particolare, «poiché la missione è prima di tutto irradiamento della gloria di Dio, e la Chiesa ha bisogno di sentir proclamare le grandi opere di Dio… e d’essere nuovamente convocata e riunita da Lui» (Evangelii Nuntiandi 15).

In ogni caso è preoccupazione dell’Istruzione EMCC di mettere insieme dialogo e annuncio (cfr. EMCC 59-60 e 61 ed altresì le quattro attenzioni particolari: nn. 61-64) trovando il suo fondamento nella visione sbocciata con il Concilio Ecumenico Vaticano II, pur con base su principi fondamentali cristiani14, quali la libertà dell’atto di fede, il dovere della ricerca della verità, il non relativismo in religione, i semina verbi (EMCC 96), ecc.

Nel III paragrafo del n. 37 v’è poi il tentativo di mettere insieme altri aspetti della Chiesa conciliare, per i quali v’è invece tendenza alla contrapposizione o a lasciarli negletti, per favorire una o l’altra immagine, o dimensione, magari per visione preconcetta o ideologica. Così è da intendersi, per esempio, l’aggancio immediato, nel nostro documento, di popolo e famiglia di Dio, concetto-realtà-pensiero tanto caro, quest’ultimo, alle Chiese locali in Africa. Anche le altre sfaccettature della “montagna di Dio”, che per noi è la Chiesa, sono messe una accanto all’altra, come «mistero, sacramento, corpo mistico e tempio dello Spirito», con la seguente conclusione: «la Chiesa si fa storia di un popolo in cammino che, partendo dal mistero di Cristo e dalle vicende dei singoli e dei gruppi che la compongono, è chiamata a costruire una nuova storia, dono di Dio e frutto della libertà umana» (EMCC 37). Ecco dunque la trama della storia che entra nell’ordito di Dio, nel mistero pasquale di morte e di vita, anche la trama delle gioie e dei dolori dei migranti, pellegrini sulla terra.

5. Componenti della Chiesa conciliare al servizio di una pastorale specifica

A questo punto dovrei analizzare come, concretamente, secondo l’EMCC, sono impegnate le varie porzioni della Chiesa, i componenti del popolo di Dio, nel servizio alla pastorale integrata, d’insieme (EMCC 93-95), specifica, congiunta, a favore dei migranti, cominciando dal laicato. Potrò farlo ancora solo brevemente, per richiami, perché il nostro studio va già lungo. Ampiamente ai laici si è fatto spazio nei nn. 45 (ministeri laicali), 60 (richiamo all’impegno dei Movimenti ecclesiali e delle Associazioni laicali), 47 (con attenzione alla famiglia) e 86-88 (più in generale, ma con proposta di istituzione di un “ministero non ordinato dell’accoglienza”), nonché 99 e nell’Ordinamento giuridico-pastorale, cap. I. Varrà qui richiamare inoltre che nel N. 99 di People on the Move, la nostra rivista, sono pubblicate (pp. 205-221) le Lettere circolari che il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti ha indirizzato proprio alle Associazioni laicali e ai Movimenti ecclesiali, dopo consultazione con il Pontificio Consiglio per i Laici, invitandoli a mettersi di cuore al servizio della causa dei migranti, nelle varie espressioni di mobilità umana. Richiamo altresì il n. 98 della stessa nostra rivista, dedicato a commenti autorevoli all’EMCC, già citati, in cui v’è il contributo di Mons. Clemens proprio sul laicato15.

Dovrei quindi passare in rassegna il ruolo, nel servizio migratorio, delle altre espressioni della Chiesa conciliare, come risultano dalla nostra Istruzione. Debbo peraltro limitarmi a rinviare, anche qui, a tutta la III Parte dell’EMCC, dal titolo: “Operatori di una pastorale di comunione” (nn. 70-88) e all’Ordinamento giuridico-pastorale, capitoli II e III, in cui ci si riferisce a Presbiteri e Religiosi, oltre che ai laici, nel loro ministero a favore dei migranti. Pure su questo punto rimando di nuovo ad autorevoli commenti, quelli di Mons. Ternyák e di Mons. Nesti16 e alle relative nostre lettere circolari congiunte17.

Nel capitolo VIII della Lumen Gentium è presentata infine la Beata Vergine Maria, Madre di Dio nel mistero di Cristo e della Chiesa. C’è anche qui il legame ecclesiale e un richiamo ai Migranti, nel contesto della santità (universale vocazione nella Chiesa: Lumen Gentium cap. V). Il n. 104, l’ultimo dell’ EMCC, è dedicato infatti a Maria, che già era chiamata, in antecedenza, «icona vivente della donna migrante» (n. 15) e «Madonna del cammino» (ibidem).

È richiamo altresì alla presenza della donna nel fenomeno migratorio, autorevolmente ricordata da Papa Benedetto XVI nel suo messaggio del 2006, per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato18.




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1 J. A. Moehler Institut ( ed.), Le Chiese cristiane nel Duemila, Queriniana, Brescia 1998, p. 13.

2 K. Schatz, «Riflessioni informali sul primato del Papa», in P. Hünermann (a cura di), Papato ed ecumenismo. Il ministero petrino al servizio dell’unità, EDB, Bologna 1999, p. 26.

3 M. T. Fattori – A. Melloni (a cura di), L’evento e le decisioni. Studi sulle dinamiche del concilio Vaticano II, Il Mulino, Imola 1997.

4 R. Fisichella (a cura di), Il Concilio Vaticano II. Recezione e attualità alla luce del Giubileo, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2000, pp. 395s.

5 Ibidem.

6 A. Zambarbieri, I concili del Vaticano, San Paolo, Cinisello Balsamo 1995.

7 Il 14 settembre, cfr. Acta Synodalia, III/1, pp. 140 151.

8 Cfr. A. Marchetto, «Le migrazioni: segno dei tempi», in Aa. Vv., La sollecitudine della Chiesa verso i Migranti (Quaderni universitari), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2005, pp. 28-40.

9 Cfr. R. Latourelle (a cura di), Vaticano II: Bilancio e prospettive venticinque anni dopo (1968-1987), 2 voll., Cittadella Ed., Assisi 1987.

10 Cfr. A. Marchetto, Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Contrappunto per la sua storia, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2005, con traduzione in spagnolo dell’EDICEP di Valencia, in attesa della pubblicazione di quella in inglese.

11 Cfr. N. DiMarzio, «Aspects of Culture and Migration in “Erga migrantes caritas Christi”», in People on the Move XXXVII (2005), n. 98, pp. 39-43.

12 Cfr. J. Voss, «Ökumenische Dimensionen in der Instruktion “Erga migrantes caritas Christi”», in People on the Move XXXVII (2005), n. 98, pp. 45-58.

13 Cfr. P. Shan Kuo-Hsi, «Inter-Religious Dialogue in the Migrants’ World», in People on the Move XXXVII (2005), n. 98, pp. 59-63.

14 Si veda, di Papa Benedetto XVI, il discorso alla Curia Romana, del 22 Dicembre 2005, in L’Osservatore Romano, N. 299 (44.136), 23 Dicembre 2005, pp. 4-5, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana in opuscoletto dal titolo: Una lettura storica del Concilio Ecumenico Vaticano II, Città del Vaticano 2006.

15 Cfr. J. Clemens, «I fedeli laici nell’Istruzione “Erga migrantes caritas Christi”», in People on the Move XXXVII (2005), n. 98, pp. 85-96.

16 Cfr. C. Ternyák, «Il sacerdozio nell’Istruzione “Erga migrantes caritas Christi”», in People on the Move XXXVII (2005), n. 98, pp. 65-75; e P. S. Nesti, «“Erga migrantes caritas Christi”. Consacrati: Uomini e donne del vangelo alla frontiera dell’amore», ibidem pp. 77-84.

17 Cfr. Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica – Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, Impegno pastorale nei confronti di migranti, rifugiati e altre persone coinvolte nei drammi della mobilità umana, in People on the Move XXXVII (2005), n. 99, pp.123-192. Ricordo pure la lettera circolare congiunta per la Formazione dei Futuri Sacerdoti e Diaconi Permanenti con la Congregazione per l’Educazione Cattolica, e quella agli Eccellentissimi Ordinari Diocesani sulla Pastorale della Mobilità umana con la Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, in People on the Move XXXVII (2005), n. 99, pp. 101-121; 193-204.

18 Cfr. People on the Move XXXVII (2005), n. 99, pp. 51-65.