La Santa Sede: occorre valorizzare il ruolo femminile nell'assistenza

Fornendo incentivi nei Paesi poveri per evitare l’emigrazione

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di Roberta Sciamplicotti

NEW YORK, lunedì, 9 marzo 2009 (ZENIT.org).- La valorizzazione del ruolo delle donne nei compiti di assistenza e la presenza di incentivi che evitino la fuga dei cervelli dai Paesi in via di sviluppo sono tra gli elementi sottolineati dall’Arcivescovo Celestino Migliore intervenendo questo lunedì a New York presso il Consiglio Economico e Sociale alla 53ª sessione della Commissione sullo Status delle Donne.

Nel suo discorso durante la discussione su come implementare obiettivi strategici in settori che destano particolari preoccupazioni, soprattutto “sull’equa distribuzione delle responsabilità tra uomini e donne, inclusa l’assistenza nel contesto dell’Hiv/Aids”, il presule ha affermato che considerare l’assistenza un aspetto fondamentale della vita umana ha “implicazioni profonde”.

Essa, infatti, coinvolge “programmi, politiche e decisioni di budget, così come atteggiamenti personali e impegno per il benessere altrui”, e fa constatare che gli esseri umani “sono creature non solo autonome e uguali, ma anche interdipendenti, che nonostante il loro status sociale e lo stadio a cui si trova la loro vita possono aver bisogno di assistenza”.

Il superamento del dilemma tra autonomia e dipendenza “favorisce anche una nuova visione dell’opera di assistenza, che non può più essere attribuita solo a certi gruppi, come donne e immigrati, ma va anche divisa tra tutti gli uomini e tutte le donne, in casa come nel settore pubblico”.

In particolare, ha osservato l’Arcivescovo, Nunzio Apostolico e Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite , “è sempre più insostenibile che continuino a esistere atteggiamenti e luoghi – anche nell’assistenza sanitaria – in cui le donne sono discriminate e il loro contributo alla società viene sottovalutato solo perché sono donne”.

Allo stesso modo, “è inaccettabile il ricorso alla pressione sociale e culturale per mantenere la disuguaglianza dei sessi”.

Nel contesto della lotta all’Hiv/Aids, ha dichiarato monsignor Migliore, “rimangono essenziali le cure della comunità e il sostegno mondiale per quanti sono affetti da questa malattia”.

L’assistenza domiciliare, mezzo preferito di assistenza in molte situazioni sociali e culturali, è spesso più risolutiva a lungo termine quando viene effettuata all’interno delle comunità, perché quando molti membri di quest’ultima sono coinvolti nell’assistenza e nel sostegno è meno probabile che alla malattia si associ lo stigma.

Purtroppo, ha lamentato l’Arcivescovo, l’assistenza domiciliare e comunitaria “è ampiamente non riconosciuta, e molti assistenti affrontano situazioni finanziarie precarie”, visto che ricevono una minima parte dei fondi spesi ogni anno per assistere i malati ed effettuare ricerche sulla malattia.

Dato che gli studi hanno dimostrato che gli assistenti comunitari e domiciliari subiscono uno stress superiore rispetto al personale medico, “dovrebbe essere fornito un sostegno maggiore a queste persone, soprattutto se donne e anziani”.

Il presule ha anche sottolineato alcuni aspetti della globalizzazione dell’assistenza che stanno interessando in particolare le donne povere e immigrate. “In società caratterizzate da importanti trasformazioni demografiche, sistemi familiari, occupazionali e assistenziali inadeguati, le donne immigrate rispondono alla richiesta di assistenza nei confronti di bambini, malati, handicappati gravi e anziani”.

In molte parti del mondo, inoltre, “è emerso un vero mercato nel settore dell’assistenza domiciliare, in cui soprattutto le donne si trovano in situazioni di vulnerabilità a causa del mancata regolarizzazione, dell’isolamento sociale, di difficili condizioni di lavoro e a volte di sfruttamento di ogni tipo”.

In questo contesto, i Governi “dovrebbero riconoscere che il budget e l’organizzazione delle istituzioni pubbliche sono in qualche modo alleviati dall’assistenza familiare e quindi adottare leggi migratorie volte a favorire un’integrazione sociale e la piena protezione degli assistenti immigrati”.

Il “sostegno per un’adeguata formazione professionale che offra agli assistenti domiciliari una conoscenza di base della salute e della psicologia”, inoltre, “rivaluterebbe la loro inestimabile attività e la metterebbe al riparo da riprovevoli tentativi di sfruttamento”.

Il presule ha quindi sottolineato come i Paesi in via di sviluppo soffrano di una notevole fuga di cervelli che è necessario fermare fornendo incentivi che scoraggino dall’abbandonare il Paese d’origine e che in troppe culture l’assistenza è ancora una questione relegata alla sfera privata.

“L’assistenza deve diventare un aspetto fondamentale del dibattito pubblico e assumere una rilevanza tale da modellare la vita politica e dare agli uomini e alle donne la capacità di preoccuparsi di più dei bisogni altrui”, ha dichiarato.

In questo senso, ha concluso, l’assistenza ha “la capacità di creare un processo di democratizzazione della società e di promuovere una consapevolezza pubblica mirante alla giustizia sociale ed effettiva e alla solidarietà per tutti gli uomini e tutte le donne”.

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ZENIT Staff

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