Autopsia di Eluana: l’ha uccisa la lebbra

Domenica 15 febbraio 2009, VI Domenica del Tempo Ordinario / B

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di padre Angelo del Favero*  

ROMA, venerdì, 13 febbraio 2009 (ZENIT.org).- “Venne da lui un lebbroso che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi puoi purificarmi!”. Ne ebbe compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, sii purificato!”. E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato” (Mc 1,40-42).

La Parola del Vangelo è sempre attuale, incarnata nella vita concreta come l’acqua e il lievito nella farina, amalgamati per diventare pane. Essa è reale nutrimento per la persona, poiché, se viene accolta, infonde lo Spirito stesso di Gesù, la forza e la gioia della Sua Presenza in ogni circostanza, sia che si tratti di fatti personali chiusi nel segreto, sia di quelli di rilevanza sociale.

Anche in questa VI Domenica del Tempo Ordinario, la Parola di Dio illumina, interpreta e giudica la vicenda di Eluana, “segno di contraddizione” (Lc 2,34) per tutti e per ognuno, il cui significato ancor meglio si comprende adesso che le è stata tolta la vita. E il significato è questo: negli imperscrutabili disegni di Dio, tutto è accaduto “perché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2,34-35).

Come l’autopsia serve ad accertare le cause organiche della morte di una persona, così l’evento della morte di Eluana ne ha svelato la causa  prima  di ordine morale e spirituale: un’autopsia compiuta da lei su quelli che, materialmente per azione diretta, o moralmente per approvazione, le hanno tolto il sondino.

L’autopsia si fa con il bisturi, per scoprire la verità clinica.

Il bisturi della “Verità” è la Parola di Dio: “viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12). 

In questa VI Domenica il bisturi ha un nome: Eluana.  

Il Vangelo racconta la guarigione di un lebbroso e viene preparato dalla prima lettura che parla dei criteri diagnostici di questa malattia secondo l’Antico Testamento, con una serie di norme che hanno soprattutto lo scopo di difendere la comunità dal contagio, isolando totalmente il malato: “Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto.., se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento” (Lv 13,45-46).

La lebbra, assieme ad altre affezioni della pelle, era considerata impurità contagiosa per se stessa (come inchiostro che macchia), incompatibile con la partecipazione al culto nel tempio e in sinagoga, allo stesso modo in cui un telo sterile in sala operatoria non può essere toccato da mano scoperta, altrimenti è inutilizzabile e si getta via. “Tuttavia si trattava di una questione religiosa, non medica. Le malattie della pelle, in cui appariva un disfacimento, venivano associate al disfacimento del cadavere. La “lebbra” era percepita come una minaccia all’integrità fisica dell’uomo e tutto ciò che corrompe o è corrotto, non può essere considerato puro. “Puro” è ciò che appartiene alla sfera di Dio e del sacro, “impuro” è ciò che vi si oppone e rende inadatti alla comunione con la divinità. La lebbra escludeva dalla comunità ed era perciò considerata segno di un castigo divino su un gravissimo peccato del soggetto colpito. Nei casi di lebbra dichiarata, la situazione del malato diventava drammatica: attraverso il suo abbigliamento che è quello del lutto (capo scoperto e vesti stracciate), attraverso la segnalazione pubblica della sua impurità, il lebbroso testimoniava la sua tragedia di escluso dalla società e dal culto” (G. Ravasi, in Nuova guida alla Bibbia, p. 104-105).

Eluana si trovava in una comunità religiosa di sorelle che avevano stabilito con lei una relazione di amicizia profonda, fatta di rassicurante presenza, di intensa comunicazione mediante lo sguardo, il volto sorridente, la tenerezza della parola e della mano. Ella poteva sentire questi messaggi d’amore, poiché i suoi sensi, corporali e spirituali, come attraverso un “sondino” li facevano giungere nel sacrario segreto del suo spirito immortale, vivo e vigile anche nel coma del corpo. Strumenti tecnici o dati di laboratorio non potevano cogliere i segnali vitali dell’anima di Eluana, ma le suore che l’hanno circondata per tanti anni li avvertivano con certezza, grazie all’amore.    

Come un bambino strappato dal seno di sua madre, improvvisamente Eluana è stata separata dall’amore della “sua” comunità religiosa e relegata in uno spaventoso isolamento, per essere sottoposta ad un protocollo di morte che certo lei non voleva: può forse un bambino desiderare di morire?

Sì, Eluana da 17 anni viveva come una bambina, in tutto dipendente, in tutto serena perché affidata alle mani di persone che le volevano bene per se stessa, come si ama un figlio.

Perché è stata portata via?

Perché Eluana è un caso di lebbra, non lei ovviamente, ma gli altri.

E’ una diagnosi uscita dalla bocca di Benedetto XVI, all’Angelus del 14/ottobre/2008, commentando il Vangelo domenicale che presentava Gesù che guarisce dieci lebbrosi: “In verità, la lebbra che realmente deturpa l’uomo e la società è il peccato; sono l’orgoglio e l’egoismo che generano nell’animo umano indifferenza, odio e violenza. Questa lebbra dello spirito, che sfigura il volto dell’umanità, nessuno può guarirla se non Dio, che è Amore. Aprendo il cuore a Dio, la persona che si converte viene sanata interiormente dal male”.

Questa è la verità che scaturisce dall’autopsia operata dalla Parola di Dio su coloro che hanno causato direttamente la sua morte e su coloro che, potendolo fare, non l’hanno impedita..:”Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere” (Mt 25,42). Potranno essi rispondere: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato e non ti abbiamo servito?” (Mt 25,44). Mistero della coscienza che solo Dio può scrutare. Forse, oggi, risponderebbero: “ma se non lo abbiamo fatto, non lo abbiamo fatto per Te!”.

Proprio così: la coscienza di molti, divenuta sorda e insensibile al grido esistenziale di Eluana (è tipico dei malati di lebbra la perdita della sensibilità dolorifica periferica), ha ritenuto di farle del bene togliendole il bene fondamentale della vita. E a tal punto è giunto l’errore e l’autoinganno di coloro che si sono associati per assicurarle la morte, che si sono dati questo nome: “Per Eluana”.

Per!”: come a convincere e a convincersi di un movente buono, favorevole alla sua vita. Si può stare davanti ad un corpo disfatto, coperto di piaghe da decubito e affermare che è perfettamente sano? Questa denominazione “Per Eluana” dice un ascesso, non un tessuto sano. Questo succede quando il cuore è diventato cieco, e non può vedere che “la vita dell’uomo non è un bene disponibile, ma un prezioso scrigno da custodire e curare con ogni attenzione possibile, dal momento del suo inizio fino al suo ultimo e naturale compimento” (Benedetto XVI, 11/2/2009, Discorso agli ammalati e agli operatori sanitari per la XVII Giornata mondiale del malato).

Non è solo insensato questo “per”, ma anche blasfemo, se solo facciamo memoria delle Parole di Gesù nell’ultima Cena, con le quali annuncia il dono della Sua vita per la nostra salvezza: “Questo è il mio corpo che è dato per voi;..questo è il mio sangue che è versato per voi” (Lc 22,19-20).

Coloro che hanno privato del vitale nutrimento il corpo di Eluana hanno mostrato uno stato di profonda denutrizione della propria coscienza, e il loro esempio rischia di comprometterne il retto giudizio anche in molti altri, come insegna Benedetto XVI: “Così la coscienza, che è un atto della ragione mirante alla verità delle cose, cessa di es
sere luce e diventa un semplice sfondo su cui la società dei media getta le immagini e gli impulsi più contraddittori”
(Discorso alla Pontificia Accademia per la Vita, il 24/02/2007, in occasione del congresso su “La coscienza cristiana a sostegno del diritto alla vita”).

Ma siamo certi che Eluana non è morta invano, e dal Cielo ha già iniziato la sua missione sulla terra: quella di far comprendere la preziosità assoluta di ogni vita umana.

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* Padre Angelo, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

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ZENIT Staff

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