di padre Angelo del Favero*  


ROMA, venerdì, 20 febbraio 2009 (ZENIT.org).- “Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: “Figliolo, ti sono perdonati i tuoi peccati (…): alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua” (Mc 2,1-12).

Lo avevano portato da Gesù nella speranza che Egli lo guarisse dalla paralisi delle gambe: cercavano la guarigione del corpo, non quella dell’anima.

L’uomo sul lettuccio, probabilmente, non aveva nemmeno fatto l’esame di coscienza, anche se sapeva di dover collegare la sua malattia al peccato personale.

Non pensava di confessarsi, ma lo attiravano le cose meravigliose che aveva sentito dire di Gesù, il suo potere e la sua bontà.

Lui e i suoi amici non avrebbero sfondato il tetto dall’alto, se non avessero avuto una fiducia totale nel Maestro, più forte di ogni apparente impedimento a raggiungerLo.

Dice al plurale: “Si recarono da lui..”.

Non sono solamente i quattro barellieri, ma un gruppo di amici che fanno da battistrada…all’ambulanza (sono quattro come le ruote). Tutti insieme sono tanto determinati da riuscire a fare una cosa impossibile sotto ogni punto di vista:  violazione-distruzione di domicilio, interruzione forzata di pubblica assemblea, perturbazione dell’ordine pubblico, qualche contuso e ferito da calcinacci...e Gesù lascia fare senza scomporsi!

L’operazione avrà richiesto un buona mezz’ora per forare quel tetto-terrazza fatto di un’intelaiatura di canne, rami vari, fieno, travi e impermeabilizzato con uno strato di argilla. Gli apostoli (e il padrone di casa!) avranno cercato invano di fermarli, come tentarono di bloccare quella donna pagana (Mt 15,21-28) che cercava ad ogni costo Gesù, e riuscì a “sfondare” la barriera dei discepoli infastiditi dalle sue grida.

Il paralitico e la cananea. Ecco due esempi clamorosi di cosa significa fiducia in Dio: il tutto per tutto giocato senza paura di perdere la faccia, o i soldi, o la salute…: noi invece abbiamo persino paura di “perdere”  solo un poco del nostro tempo per incontrare Gesù nella preghiera.

Immaginiamoci, ora, protagonisti della scena in tempo reale, poiché la Parola di Gesù ha il potere di renderci contemporanei al Vangelo.

Gesù ha appena detto: “Figlio, ti sono perdonati i peccati” (Mc 2,5). Subito i benpensanti scribi commentano fra sé: “Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?” (Mc 2,7).

Certo, questo noi non lo pensiamo, ma..il nostro pensiero va alle sue gambe: che importano i peccati? Non è venuto a confessarsi ma a chiedere di camminare!

Notiamo che Gesù, vedendo il gran trambusto del tetto sbriciolato, non rimane ammirato per l’impresa audace del gruppetto perturbatore, bensì per la loro fede, quella fede “ad ogni costo” di cui il “blitz” dall’alto è segno fin troppo evidente.  Cosa che già anticipa ciò che Gesù intende anzitutto fare; ed anche il motivo per cui non si è minimamente scomposto. Il motivo è che, per Gesù, la cosa più importante nella situazione del barellato, ciò di cui ha veramente bisogno, non è la guarigione della paralisi ortopedica, ma di quella spirituale, la paralisi delle gambe interiori causata da uno stato di peccato.

E’ a questo livello che siamo interpellati oggi anche noi, “presenti” al miracolo.

E la domanda è questa: è più importante l’aiuto umano o l’aiuto divino? E’ più necessario lo psicologo o il sacerdote?

Il lettuccio del paralitico rimanda al lettino della psicanalisi, certamente più confortevole dell’“armadio” del confessionale. Ma quanti psicologici comprendono che solo la grazia di Dio agisce interiormente e trasforma tutta la persona? Quanti consigliano l’aiuto del sacerdote, oltre al loro?

Questo paralitico ha chiesto l’aiuto dei suoi amici. Si sono fatti “in quattro” per portarlo da Gesù, ma se il tetto di quella casa di Cafarnao fosse stato di cemento, l’impresa non sarebbe riuscita.

Cosa voglio dire?

Anzitutto questo: quando la gioia di vivere è andata perduta, e l’esistenza è un collasso psicologico permanente perché la ferita profonda di ciò che abbiamo o ci hanno fatto continua a sanguinare giorno e notte, allora solo il Signore Gesù può guarire la paralisi del cuore, Lui solo ha il potere di risuscitare l’anima: “..e Io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo”.

Certo non basta il gesto materiale e formale della confessione in sé, ma è necessario un pentimento sincero mediante il quale il cuore deve rientrare in se stesso e cominciare a togliere ciò che lo separa da Dio: travi di giudizi e di peccati passati, canne di orgoglio che non si piega e non si spezza, rami di turbamento che soffocano la preghiera, il tutto nell’argilla fragile dei nostri sensi e sentimenti perturbati.

Non è l’analisi psicologica che opera la necessaria e radicale pulizia dell’anima (anche se il suo contributo può essere tanto importante quanto quello dei quattro barellieri della parabola), ma Dio solo, che interviene sempre efficacemente quando trova l’umiltà del cuore: “Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto” (Salmo 51,6).

Ma quando la nostra volontà si indurisce, e non vogliamo muoverci per accogliere il perdono divino, né perdonare a chi ci ha fatto del male, né perdonare a noi stessi e forse nemmeno a Dio, allora stendiamo un tetto di cemento tra noi e Gesù, che ci impedisce di discendere interiormente fino ai suoi piedi per  accostarci con fiducia al trono della Suo Amore misericordioso.

Pensiamo, ad esempio, alla cosiddetta “sindrome del post-aborto”.

Sembrerebbe trattarsi di una malattia come tante: “sindrome ansioso-depressiva; colite psicosomatica; ipertensione arteriosa da stress..”. Ma la sindrome del post-aborto è anzitutto una paralisi dell’anima, e come tale solo il Figlio di Dio la può guarire radicalmente. I suoi sintomi sono una conseguenza della perdita della pace del cuore, poiché l’aborto è una tragedia che consiste anzitutto nella decisione omicida della coscienza personale, davanti a Dio, a se stessi e al bambino nel grembo. E se la coscienza sociale della gente sembra aver perduto il senso morale dell’abominevole delitto chiamato “interruzione volontaria della gravidanza”, una tale anestesia non riguarda, in profondità, la mamma che ha acconsentito all’uccisione del suo figlio, anche se in quel momento drammatico, o in quel periodo della vita, la voce della sua coscienza fosse stata tanto sottile da venire soffocata dal rumore sordo del turbamento, o dal chiasso delle ragioni più materiali e superficiali che l’hanno indotta a chiedere il certificato di morte per suo figlio.

Non poche volte, nel mio confessionale, ho ascoltato madri che per anni, perfino decine di anni, non avevano trovato il coraggio di varcarne la soglia dopo avere abortito. E quale gioia cresceva dentro di me, mentre le ascoltavo tra fiumi di lacrime, sapendo che di lì a poco sarebbe ancora una volta accaduto ciò che annuncia oggi il profeta Isaia: “Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa. Io, io cancello i tuoi misfatti per amore di me stesso, e non ricordo più i tuoi peccati” (Is 43,18-25). Queste parole descrivono gli effetti vitali del Sacramento della Riconciliazione.

Si sente dire spesso che per perdonare è necessario dimenticare: non è vero e non è possibile!

Allo stesso modo in cui il paralitico non potrebbe alzarsi se gli si dicesse: dimentica le tue gambe, alzati! E’ Dio che cancella dalla Sua memoria i nostri peccati, come annuncia oggi Isaia, e di conseguenza il lor o ricordo non è più velenoso per l’anima, perché il Suo perdono purifica la nostra memoria.

Ma ciò accade solo quando ci accostiamo al trono della sua Misericordia, nel confessionale, poiché dipende da noi rimuovere...l’eclissi.

L’uccisione di un figlio nel grembo, infatti, in qualunque modo e tempo avvenga, opera un’eclissi totale interiore che intercetta la luce e il calore del Sole divino che dimora nell’anima e le da’ la vita; di conseguenza l’intera persona è precipitata in una “foiba” di morte interiore. E adesso, chi può spostare il pianeta dal cielo dell’anima?

Quella di Isaia: “Non ricordate più le cose passate, non pensate più le cose antiche!”(Is 43,18), non è una semplice esortazione, tanto pia quanto impraticabile, ma l’annuncio del dono di un miracolo: “Alzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua!” (Mc 2,11). Il paralitico non dimenticherà mai la sua paralisi, ma la barella è lì come un trofeo glorioso.

L’aborto è il più grande distruttore della pace del cuore di un genitore, specialmente della madre, ma anche del padre, poiché è un atto che devasta le radici dell’essere personale, ontologicamente caratterizzato dalla maternità e dalla paternità.

Scriveva Giovanni Paolo II, con riferimento alla donna, nel 1988: “L’analisi scientifica conferma pienamente come la stessa costituzione fisica della donna e il suo organismo contengano in sé la disposizione naturale alla maternità, al concepimento, alla gravidanza e al parto del bambino, in conseguenza dell’unione matrimoniale con l’uomo. Al tempo stesso, tutto ciò corrisponde anche alla struttura psico-fisica della donna.(…): la maternità, come fatto e fenomeno umano, si spiega pienamente in base alla verità sulla persona. La maternità è legata con la struttura personale dell’essere della donna e con la dimensione personale del dono: “Ho acquistato un uomo dal Signore” (Gen 4,1). Il Creatore fa ai genitori il dono del  figlio. Da parte della donna, questo fatto è collegato in modo speciale ad “un dono sincero di sé”. Le parole di Maria all’annunciazione: “Avvenga per me secondo la tua parola”, significano la disponibilità della donna al dono di sé e alla accoglienza di una nuova vita” (Lettera Apostolica “Mulieris Dignitatem”, n.18).

E’ stata la mano di Dio a plasmare la donna, comunicandole la maternità dell’essere. L’aborto non distrugge solo il bambino, ma anche la struttura materna personale della mamma, come le acque del diluvio distrussero tutto ciò che Dio aveva creato con mirabile ordine ed armonia perfetta.

E come Dio rinnovò la Sua creazione facendo “passare un vento sulla terra e le acque si abbassarono.. ed ecco, la superficie del suolo era asciutta” (Gen 8,1.13), così Egli fa passare il medesimo Vento nel confessionale, cioè manda “nell’armadio” lo Spirito Creatore a guarire la coscienza della donna che ha abortito, sollevandola dalla paralisi interiore. Egli, infatti, “lava ciò che è sordido, sana ciò che sanguina, bagna ciò che è arido, scalda ciò che è gelido..” (Sequenza), operando dall’intimo dell’essere poiché “ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito (2Cor 1,21-22).

Certamente ciò non si realizza d’un tratto, o nel breve spazio di un pomeriggio in confessionale, allo stesso modo in cui, eseguito il trapianto del cuore, è poi necessaria per mesi la riabilitazione motoria. E’ necessario, allora, che il sacerdote diventi il padre spirituale che accompagna nel tempo la donna lungo il cammino di risurrezione intrapreso.

Ma intanto, giorno dopo giorno, non se ne va la gioia donata al primo avvio, perché Dio ha realmente pronunciato il Suo “SI’” (2Cor 1,19), ha davvero rimosso l’eclissi, ed ora il Sole splende con tutta la sua forza: “Sia benedetto il Signore, Dio d’Israele, da sempre e per sempre” (Salmo 40,14).

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* Padre Angelo, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E' diventato carmelitano nel 1987. E' stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.