San Paolo e San Francesco, giovani per i secoli

Gli otto secoli di vita di un movimento perennemente giovane

Share this Entry

ROMA, domenica, 1° febbraio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito un articolo a firma di padre Franco Careglio apparso sull’ottavo numero della rivista “Paulus” (febbraio 2009), dedicato al tema della bellezza.

 

  

* * *

di Franco Careglio OFM-Conv 
 

L’anno 2009 segna una scadenza di rilievo per l’Ordine Francescano: la ricorrenza dei suoi otto secoli di vita. Non è poco per il movimento religioso iniziato dal giovane umbro Francesco, figlio di Pietro, il quale, intorno ai 25 anni, iniziò un deciso cammino di conversione che lo condusse a divenire perfetto seguace di Cristo. La sua conversione non fu improvvisa e folgorante come quella di Paolo undici secoli prima, ma in pochi anni andò delineandosi e attuandosi nella sua mente e nella sua vita. Entrambi questi personaggi hanno, pur dopo tanti secoli, una loro straordinaria propositività: Paolo per l’ineguagliabile capacità di comunicazione, che gli permise di annunciare la salvezza di Cristo nonostante le distanze, i pericoli, le diversità culturali, le persecuzioni; Francesco per la pace e la gioia profonda dell’anima, illuminata dalla consapevolezza di avere Dio per Padre e Cristo per fratello. Due mondi diversi, lontani cronologicamente e geograficamente, che tuttavia si accordano perfettamente, perché uniti dalla stessa divorante passione: Dio. Ne consegue che entrambi amarono con altrettanta forza ciò che Dio ama più di tutto, l’uomo. Sia l’uno che l’altro diedero prova di coraggio estremo, confidando sempre, senza cedimenti, nell’amore di Dio. Entrambi fecero esperienza di Dio in giovane età. Da questo i giovani potrebbero trarre non pochi spunti per una proficua riflessione. 

Secondo la cronologia più attendibile, la conversione di Paolo avvenne verso i trent’anni; Francesco conobbe Cristo qualche anno prima, tra i 23 e i 25. Nel 1209, appunto ottocento anni fa,  si recò a Roma e venne ricevuto dal potentissimo Innocenzo III, che approvò la forma di vita sua e dei suoi compagni; ed è davvero un merito da accreditare a questo pontefice l’aver accolto il giovane umbro, dall’aspetto certo poco gradevole.

Innocenzo diede l’approvazione orale, e Francesco poté quindi vivere la sua Regula vitae, detta poi “non bollata” perché non approvata mediante un documento; sarà poi papa Onorio III, quattordici anni dopo, ad approvare con la lettera apostolica Solet annuere (29.11.1223) una Regula redatta sempre dal Santo, però più breve e meno densa di citazioni bibliche e detta quindi Regola “bollata”.

  Fu lo Spirito di Dio, dal quale Innocenzo si lasciò guidare, a infondere nella sua mente fiducia in quello strano individuo; così come si lasciò guidare Ananìa (At 9,10-19), che si fidò dello Spirito e accolse il feroce persecutore dei cristiani, Saulo. A quelle età della vita, chiaramente, l’entusiasmo non manca; ma sia l’uno che l’altro non fecero caso al trascorrere degli anni, e continuarono l’energico lavoro di conversione propria e di apostolato fino a che le forze lo permisero loro. Queste caratteristiche, certamente, accomunano i due personaggi: il coraggio, la volontà di proseguire sempre, la tenacia indomabile.  Paolo incontrò ogni sorta di prove, durissime, come lui stesso narra nella Seconda lettera ai Corinti (2Cor 11,26), vero gioiello del Nuovo Testamento. Francesco incontrò incomprensioni terribili, avversioni, tribolazioni di ogni genere; eppure si recò in Palestina (1219), fu il primo cristiano, nella storia, a parlare con un esponente di altra fede non con il linguaggio della spada ma con quello della bontà; volle pure recarsi a Santiago ma non vi riuscì, per l’incurabile male agli occhi. Da dove dunque è venuta tanta forza a questi due uomini? Probabilmente, dal saper vedere il mondo con gli occhi di un bambino, il mondo cioè «fatto di giocattoli» (Mons. Tonino Bello), senza nascondersi i gravi problemi del loro tempo. Considerando brevemente due scritti dell’uno e dell’altro, si può forse evidenziare l’eterna giovinezza di questi uomini, che non sono uomini da ore devote o santi che reggono il giglio, ma cristiani che si sono innestati nei flutti della storia, vivendo appieno l’invito di Cristo (Mt 28,19) e fidandosi ciecamente della sua incontrovertibile promessa (Mt 28,20).

Il titolo con cui Paolo si presenta ai suoi cristiani e che difende con fermezza nei confronti degli avversari è quello di “apostolo di Gesù Cristo”. Egli però non fu discepolo di Gesù durante la sua vita terrena, anzi certo non lo conobbe neppure di persona: il suo apostolato deriva dal fatto che sulla via di Damasco il Risorto apparve anche a lui, «come a un aborto» (1Cor 15,8), cioè fuori tempo, quando ormai era chiuso il ciclo delle apparizioni ufficiali. Nella Seconda lettera ai Corinti, documento d’inestimabile ricchezza spirituale e umana, e anche uno degli scritti più lunghi e densi dell’Apostolo, si trova una frase che è ben significativa della sua ansia per Dio e per gli uomini: «L’amore del Cristo ci spinge» (5,14) che la nuova versione della Bibbia (2008) traduce con «l’amore del Cristo ci possiede»: espressione più efficace di un amore che non ammette deroghe o compromessi, tanto che «se uno è in Cristo, è una creatura nuova» (5,17). L’Apostolo insegna qui che il credente è fin d’ora una nuova creatura, ma deve camminare con estrema serietà verso la riconciliazione piena, eliminando i vizi che ancora minacciano il suo rapporto con Cristo. Il credente sarà perciò vero creatore di novità, sarà, per così dire, escavatore di umanità, portando alla superficie i tesori vecchi e nuovi come lo scriba di cui parla il vangelo (Mt 13,52). Il futuro sarà affidato non tanto agli uomini politici, che si aggirano dentro una strettoia terribile, quella della ragion di Stato, e nemmeno alle masse intese come forza d’urto, ma a questa rivoluzione sapienziale dell’amore di Cristo, unico centro creativo che informa la coscienza dell’uomo. Il regno di Dio, di cui spesso si parla, è il povero che abbiamo incontrato, è la giornata che abbiamo vissuto, è lo spettacolo di bellezza che abbiamo osservato, è la notizia tragica che ci ha colpito: eventi vissuti e sofferti nell’amore totale del Cristo, dal quale siamo avvolti e spronati.

Da notare poi che, se si confronta il nucleo centrale del messaggio di Gesù con quello di Paolo, appaiono senza dubbio innegabili somiglianze, che possono essere riassunte nell’iniziativa gratuita di Dio in favore del suo popolo e di tutta l’umanità. Non meno chiare sono però le differenze: mentre Gesù pone al centro del suo annuncio il regno di Dio, compiendo le opere che ne manifestano la venuta, Paolo concentra la sua attenzione sull’evento della morte e della risurrezione di Cristo, nel quale Dio stesso è all’opera per la giustificazione dell’uomo peccatore. Pur rivendicando un ruolo di primo piano nel disegno di Dio, Gesù non si attribuisce espressamente i titoli di Messia, Signore e Figlio di Dio; Paolo invece incentra su di essi tutta la sua cristologia. Sia Gesù che Paolo si schierano contro la legge mosaica: ma mentre il primo ne relativizza le disposizioni subordinandole alla pratica dell’amore verso Dio e il prossimo, il secondo squalifica la legge opponendo ad essa la fede, quale unica via per ottenere la giustificazione.

Nel “Testamento” redatto (o meglio dettato) da Francesco, si trova una frase che pare essere la chiave di comprensione della vita di questo giovane: «Quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e con essi usai misericordia». Si veda il volume delle Fonti Francescane, Padova 2004, al n. 110.

«E ciò che mi sembrava amaro – continua il testo – mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo». Ciò che fece scattare la conversione di Francesco fu dunque la vista dei lebbrosi. Egli s
i lasciò condurre dal Signore, e ciò che prima gli appariva ripugnante gli si cambiò in dolcezza. Da questa storia emerge un’altra immagine di Dio che è un’altra immagine dell’uomo. Quando è in crisi l’immagine di Dio è in crisi l’uomo, e viceversa. Dobbiamo dunque alimentare la nostra fede sposando la causa degli ultimi, come fece otto secoli fa Francesco, e non per semplice carità cristiana e nemmeno soltanto per un senso di giustizia. La nostra unica giustizia non è altro che Cristo, che ci sprona e ci possiede. Il nostro senso di giustizia, infatti, è sempre storicamente determinato e, quando l’avessimo realizzato, ci troveremmo magari a essere oppressori degli ultimi (ieri lebbrosi soltanto, oggi lebbrosi ammalati di AIDS). La nostra immagine di giustizia è una nostra via, ma le vie della giustizia di Dio non sono le nostre vie. La nostra via, e qui è sempre Paolo a ricordarlo, è il Cristo «crocifisso per la sua debolezza» (2Cor 13,4), perciò io devo compiacermi «nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,10). Restituire a Dio la sua santità, abolendo le immagini letterarie o scientifiche che presumono di tradurlo, non vuol dire cadere in un fideismo cieco. Chi parla di Dio con sicurezza da professore è potenzialmente un uomo iniquo. Solo se c’è adorazione, tremore, incapacità a volte di dire chi è Dio se non vedendolo nell’aspetto repellente del lebbroso, allora c’è anche rispetto per l’uomo. Francesco trovò la fede, e quindi la verità, sotto la santità e la durezza della croce, nel volto sfigurato dei malati. Ritrovare la fede, dunque, significa, sul piano storico, farsi garanti della libertà e della vita della persona; abolire tutte le barriere, tutte le discriminazioni consumate sulla stessa vita umana nello sterile e misero dibattito su ciò che è vita e ciò che vita non è; riconoscere che vita è sinonimo di giovinezza perenne dello spirito, indipendentemente dagli anni o dalla condizione fisica o sociale, respingendo le catalogazioni che rendono ancora così disumana la nostra società postmoderna.

Da persone come Paolo e Francesco inizia un discorso che va lasciato al silenzio di ognuno, ma che non può risolversi se non in un rinnovato impegno ad adoperarsi perché cambi questa società e sia non un luogo di divisioni e di conflitti, ma di unione nel Cristo, segno di unità tra tutti gli uomini. Non di competizione e conflittualità parlano Paolo e Francesco, ma di animazione cristiana interna al cammino storico fino alle prospettive che superano miti e dualismi e si identificano con l’eterna comunione con quel Dio che sarà un giorno Tutto in tutti.

Se qualcuno volesse conoscere più approfonditamente il messaggio francescano, può rivolgersi al sottoscritto presso la direzione di Paulus.

Share this Entry

ZENIT Staff

Sostieni ZENIT

Se questo articolo ti è piaciuto puoi aiutare ZENIT a crescere con una donazione