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Terremoto. Mons. D’Ercole nella tendopoli: “A vincere non è mai il male”

Ad un mese dal sisma, la Messa di commemorazione officiata ad Arquata dal vescovo di Ascoli Piceno

A 30 giorni dal sisma di luglio che ha devastato alcune zone del Centro Italia, si è svolta ieri ad Arquata, nella tendopoli del campo che accoglie i terremotati, una celebrazione eucaristica officiata dal vescovo di Ascoli Piceno, mons. Giovanni D’Ercole. Il presule ha inquadrato la sua riflessione nella cornice della parabola del Vangelo di oggi, “che ben descrive la storia del mondo, dove alla ricchezza ostentata dal consumismo fa da sfondo una povertà sfruttata, e uno stuolo di poveri che bussano senza risposta alla porta dei benestanti, usurpatori di privilegi e benefici”.  Anche il terremoto, ha commentato D’Ercole, “ha privato delle case e dei propri effetti personali molti nostri fratelli, ha sepolto sotto le macerie tante vittime, che affidiamo ancora una volta alla misericordia di Dio”.

Il brano di Luca ci racconta anche che lo sfruttamento, la disonestà, l’egoismo accentrano nelle mani di pochi i beni e il potere: verità storica, del resto documentata dalla cronaca quotidiana”, ha sottolineato il vescovo. Tuttavia, lo stesso Vangelo ci dice che “l’egoismo e il potere assetato di denaro, generatore di sperequazioni sociali, non hanno l’ultima parola”, perché “a vincere non è mai il male, ma il bene e la giustizia, non l’odio e l’egoismo bensì l’amore”.

“Non è Dio – ha affermato D’Ercole – la causa degli squilibri sociali e delle inevitabili conseguenze che allargano il fossato tra i ricchi e i poveri, tra il nord e il sud dell’umanità. Non è Dio l’autore dei ricorrenti disastri ambientali dovuti allo scarso rispetto della natura e alla noncuranza umana, alla mancanza di responsabilità e alla volontà di profitto che rode come un tarlo la coscienza degli uomini”.

Al contrario, “Dio, Padre misericordioso, sta con il povero sfruttato, con le vittime dell’ingiustizia, con chiunque soffre. Apparentemente è impotente sul momento perché rispettoso della libertà umana, ma si riserva l’ultima parola, la vittoria definitiva”. Il segno è “la consolazione”, ha rimarcato il presule, “certamente definitiva nella vita eterna, ma già presente e operante sulla terra ovunque c’è qualcuno che spende la propria esistenza per andare incontro a chiunque e per qualsiasi motivo sta soffrendo”.

“Consolare – ha aggiunto – significa suscitare la speranza in chi si sente travolto dalla fatica della vita; ad esempio, qui, in chi con il terremoto ha perso tutto. Ma come? Tutti abbiamo bisogno di speranze, per piccole che siano, per continuare il nostro cammino quotidiano fatto di tante incertezze”. È indispensabile perciò “una grande speranza”, che “non può essere che Dio, il quale ci propone e dona quel che da soli sarebbe impossibile raggiungere”. “Solo il suo amore – ha proseguito mons. D’Ercole – ci dà la possibilità di perseverare con ogni sobrietà giorno per giorno, senza perdere lo slancio della speranza, in un mondo che, per sua natura, è imperfetto”.

Nell’omelia, il vescovo di Ascoli Piceno ha voluto citare anche il libro “Uno psicologo nel lager” di Viktor Emile Frankl, che ad Auschwitz ha perso tutto e tutti. “Quando non siamo più in grado di cambiare una situazione, siamo sfidati a cambiare noi stessi”, ha detto. “Il terremoto può averci tolto tutto quello che possedevamo, ma non ha tolto la possibilità di ridare senso al dramma stesso che si è abbattuto su di noi. In un certo modo, possiamo dire che il dolore sfidandoci ci obbliga a guardare la realtà con gli occhi della verità: l’imprevisto esiste; il terremoto è un indispensabile fenomeno della natura con il quale l’umanità convive da sempre; la morte non è un incidente di percorso, anche se arriva indisturbata e decisa quando meno te l’aspetti”.

“In questi momenti, come molti di voi hanno provato sulla loro pelle, crolla il mondo non solo fisicamente, e ci si ritrova soli a guardare al futuro. Il rischio da evitare è questo: camminare senza più una meta”, ha proseguito il presule. “Il nostro è un Dio misericordioso ma non ‘buonista’, un Padre pronto al perdono, che sconfigge la prepotenza dell’odio con l’onnipotenza del suo amore. Se oggi noi diciamo: ‘Mai più morti con il sisma’, Egli ci assicura la sua costante protezione perché questo avvenga; domanda però nel contempo l’impegno di tutti a lottare contro l’ingiustizia, a vigilare sulla legalità e il rispetto della natura e della dignità umana; ci chiede di metterci in gioco, ad ogni livello, per servire la causa del Bene, e abbattere con decisione la logica perversa del disimpegno egoista e dello sfruttamento”.

Pertanto, ha concluso mons. Giovanni D’Ercole, “il modo migliore per onorare la memoria delle vittime del terremoto, è proprio quello di lasciarci abbracciare dall’amore di Dio, testimoniato dalla solidarietà concreta degli uomini. Avviene allora il miracolo che tutti sogniamo, il miracolo della gioia: si può essere felici anche quando si soffre, purché si riesca a dare un senso a quel che si vive”.

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