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Mons. Bertolone: “Primo Maggio, Festa del lavoro che non c’è”

Tra le tante azioni per combattere la disoccupazione giovanile, si potrebbe dar vigore a un rilancio dell’agricoltura nelle terre confiscate alla mafia

«Il lavoro non mi piace – non piace a nessuno – ma mi piace quello che c’è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi, scoprire la propria realtà che nessun altro potrà mai conoscere».

Guardando alla Festa del Primo Maggio, la garbata provocazione del romanziere inglese Joseph Conrad pone in evidenza il valore autentico del lavoro, restituendo anche il senso della sua necessità: è nel lavoro che la persona ritrova sé stessa, le sue capacità, la sua funzione nel mondo, come ricorda pure la Genesi (2,15): l’uomo è stato collocato sulla terra «per coltivarla e custodirla». È per questo che essere senza lavoro non dona serenità, ma insoddisfazione. Ed anche se lavorare stanca o non piace, non lavorare (o svolgere un lavoro alienante) diventa un dramma. Ecco perché la questione lavoro, intesa come assenza del lavoro ma anche della precarietà delle sue forme e della sua stessa qualità, rappresenta un’emergenza: creare le condizioni per garantire occupazione a chi la cerca è il mezzo per dare la dignità alle persone, ma anche da mangiare e da bere a chi ha fame e sete di giustizia, di autorealizzazione, di speranza di futuro. E questo ancor più in contesti in cui alle piaghe del lavoro nero, del caporalato e dello sfruttamento si aggiunge quella di una criminalità organizzata che ormai ha dismesso coppola e lupara per indossare cravatta e doppiopetto, corrompendo alla radice tanto le corrette regole del mercato quanto, e forse soprattutto, l’intima voglia di fare, di impegnarsi, di mettere a frutto i talenti che la Provvidenza ha distribuito a tante generazioni di meridionali.

Eppure, proprio dal Meridione e dalla nostra Calabria, la prima regione in Europa per numero di disoccupati secondo i dati Eurostat, arrivano esempi positivi che hanno bisogno di unirsi in rete per diventare sistema. La domanda da porsi, allora, è come sia possibile dare corpo e vita a tali potenzialità, intervenendo sugli apparati tecnici e istituzionali, ove occorra, ma anche favorendo e promuovendo un nuovo approccio al problema. È qui che, tra le tante azioni indispensabili e attuabili, potrebbe sperimentarne una esemplare: riportare nella disponibilità delle cooperative giovanili tutte le terre confiscate ai mafiosi. Cosa, questa, fino ad ora più semplice a dirsi che a farsi (la legge di riforma dell’istituto della confisca è ferma in Senato dal 2015) e che andrebbe accompagnata da presidi territoriali efficaci per evitare la reazione mafiosa. Ma purtroppo, in questo ambito come in altri, è ancora mezzanotte per una società che non riesce a percorrere sino in fondo la strada delle strategie creative in favore delle nuove generazioni e di quelle che verranno. Ma domani, a mezzogiorno, il tempo potrebbe cambiare. Potrà cambiare se i giovani sceglieranno l’impegno civile, facendosi rondini – scriveva Giorgio La Pira – capaci di andare verso la primavera ed essere essi stessi primavera in terre ansiose e meritevoli di riscatto e vita nuova.

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