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Mons. Charles Palmer- Buckle

ZENIT

La ricchezza universale della Chiesa in Africa. Intervista a mons. Palmer Buckle

L’arcivescovo di Accrau (Ghana), indica la strada per far crescere la partecipazione alle Messe, trae un bilancio del recente Sinodo ed esprime le sue speranze per la visita del Papa in Africa

Le chiese in alcune parti del mondo sono troppo vuote la domenica mattina, e molti sacerdoti si chiedono cosa si può fare al riguardo. Un prelato, che viene da un continente dove la partecipazione alle Messe non è un problema ha provato a fare una proposta al riguardo al Sinodo. Si tratta dell’arcivescovo Charles Palmer Buckle di Accrau, (Ghana), che durante l’assise ha spiegato che se le persone vengono accolte e invitate a conoscere la novità portata dal Vangelo piuttosto che essere esortate a conformarsi, allora non solo si assiste ad un aumento della partecipazione alle Messe, ma tutta la Chiesa universale ne trae beneficio. Intervistato da ZENIT, il presule ha ricordato le parole che Benedetto XVI espresse per definire la Chiesa in Africa: “polmone spirituale dell’umanità”, e si è detto certo che il prossimo viaggio di Papa Francesco in Kenya, Uganda e Repubblica Centrafricana del 25-30 novembre, contribuirà ad un maggior senso di unità nel continente, confermando una più rapida crescita della Chiesa cristiana in esso ma anche nel mondo. Di seguito l’intervista.

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Quale contributo hanno apportato, secondo lei, i vescovi africani presenti al recente Sinodo sulla famiglia?

Sicuramente la ricchezza culturale e i differenti punti di vista, anche se la maggior parte dei prelati africani si sono formati in Europa e in America. È evidente che francesi, tedeschi, italiani o spagnoli hanno prospettive differenti dagli africani. Quindi direi che stiamo contribuendo alla Chiesa in un modo universale. Stiamo portando una doppia ricchezza culturale, la nostra e, in aggiunta, quella che abbiamo acquisito.

Che cosa è per voi africani la famiglia?

Per noi africani, la famiglia è importantissima. Già nel 1994, durante l’assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi per l’Africa, abbiamo indicato come tema: “La Chiesa come famiglia”. Già allora avevamo scelto di sviluppare la nostra Chiesa come famiglia, perché la famiglia è un concetto istituzionale nel senso che ci parla, dalle profondità della nostra cultura, antropologicamente, spiritualmente, filosoficamente e religiosamente. Nel 2009, quando siamo tornati a Roma per la seconda Assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei vescovi, Benedetto XVI ha indicato il nostro continente come “il polmone spirituale dell’umanità”. Lo ha detto sia nella Messa di apertura, e poi nella esortazione post-sinodale Africae Munus. A questo Sinodo abbiamo partecipato quindi per condividere la nostra esperienza, le nostre prospettive culturali, e ci siamo aperti per ascoltare che cosa significa la famiglia per gli europei, per gli asiatici, per i latino-americani, per il Nord America. Abbiamo ascoltato con molta attenzione perché vorremmo evitare le insidie ​​e le trappole in cui le famiglie dei paesi avanzati sono cadute. Vorremmo anche aiutare il mondo a guardare alle famiglie nella bellissima, prospettiva originale del Vangelo. 

Quale ritiene sia il problema più grande delle famiglie del suo paese, il Ghana?
La maggior parte delle nostre famiglie in Africa sono giovani, più del 65% della nostra popolazione ha meno di 35 anni di età.  I due terzi della popolazione africana è costituita da giovani. Le coppie iniziano a sposarsi già intorno ai 18 anni. La famiglia in Africa, poi, è fondamentale per tutte le attività: dall’istruzione alla formazione religiosa del popolo, dallo sviluppo culturale della gente, agli aspetti sociali, politici ed economici. In Ghana, in particolare, la più grande preoccupazione è come aiutare le persone che si sposano. Perchè il matrimonio cristiano è diverso dal rito e dalla mentalità tradizionale. Ci sono alcuni problemi nella concezione della donna e anche di poligamia. Dobbiamo anche affrontare il concetto di famiglia allargata, che è una ricchezza culturale tipica del nostro paese, e cioè l’amore che i bambini devono imparare a nutrire non solo per il padre e la madre, ma anche per i nonni, per gli zii, per le zie e anche per le persone che potrebbero non essere dello stesso clan, e che sono stati adottati. La mia preoccupazione è come aiutarli a mantenere la ricchezza culturale, i valori e la fedeltà ai principi cristiani. L’accettazione superficiale di quest’ultimi è tra i problemi più gravi, quelli cioè che indeboliscono e dividono i legami familiari, insieme anche alla povertà e alla mancanza di istruzione. Le nuove generazioni, inoltre, sono molto sensibili ai messaggi veicolati dai media, quindi dovremo vedere come utilizzare i media per influenzare positivamente la formazione, l’istruzione, la comprensione cristiana della dottrina e della fede, e anche per aiutare le persone ad evitare l’influenza negativa della cultura utilitaristica e l’idolatria di denaro e potere.

Precisamente quali sono questi cattivi insegnamenti che arrivano dai media?
 I media più potenti sono di proprietà occiedentale, e in questo momento stanno proponendo nuove forme di famiglia che possono portare alla disgregazione della famiglia naturale. Tanti valori positivi come la fedeltà, la dedizione per gli altri, la rinuncia a interessi egoistici, vengono accusati di distruggere l’individualità. Essi ignorano ciò che rende una coppia una vera famiglia, e cioè una scuola di formazione, di educazione, dove si impara a perdonare, dove si impara a convivere con le differenze. I media a volte suggeriscono che se è difficile allora bisogna smettere, dividersi, divorziare… Questo modo di fare conduce a un atteggiamento rinunciatario, insieme ad una certa dose di aggressività. Non porta alla solidarietà e alla collaborazione, e questo procura più di un danno a tutti i componenti della vita familiare. 

Oltre a queste sfide della famiglia, quali sono le maggiori difficoltà che la Chiesa in Africa deve affrontare?
La Chiesa in Africa sta crescendo molto velocemente, e quindi avrà bisogno di molto aiuto per mettere insieme le istituzioni necessarie al fine di favorire e consolidare la crescita, come ad esempio la costruzione di seminari e università. Noi inviamo molti nostri studenti in Europa per studiare e poi tornare in Africa. In realtà moltissimi dei sacerdoti africani e delle religiose africane svolgono servizi in Germania, Francia, Italia, Spagna, alcuni dei paesi dell’Europa orientale, negli Stati Uniti d’America, in Canada, e così via. Vorremmo che fossero visti come fratelli e sorelle che sono venuti a condividere la missione e, pertanto preghiamo, che i cristiani in Europa e in America non li costringano a rinunciare alla loro cultura originaria.

Cosa intende dire?
Non vincolarli alla mentalità culturale europea del cristianesimo, perché se si vuole un sacerdote africano in una parrocchia degli Stati Uniti, del Canada o in Europa, e si costringe a comportarsi esattamente come il prete tedesco, italiano, francese o americano, allora non stanno arricchendo la Chiesa universale. Non dovrebbero essere costretti a conformarsi, ma devono essere conformi nel portare la novità. Un nuovo modo di celebrare il culto, un nuovo modo di condivisione, un nuovo modo di parlare, un nuovo modo di evangelizzare, in modo che l’Africa possa portare il suo contributo nella Chiesa Universale. A volte, quando si vede un sacerdote africano, la gente pensa: “È qui per riempire un vuoto, ci sarà per breve tempo…” o cose del genere. Non pensano a lui come un missionario, ma la verità è che il sacerdote africano è lì per portare alla Chiesa universale la ricchezza che la Chiesa d’Africa offre. Questa novità nella predicazione, nel canto, nel modo di stare con la gente secondo i modi tradizionali africani, non è qualcosa che dovrebbe essere cambiato, o comunque non deve essere anestetizzato nel conformismo. Accogliere questa ricchezza e novità potrebbe aiutare la Chiesa universale a riportare la gente a frequentare le messe. 

Quali sono, invece, le sue speranze e le aspettative per la visita di Papa Francesco in Africa?
Non vediamo l’ora di accoglierlo. Crediamo che la sua prima visita in Africa sarà davvero straordinaria, perché il continente africano è quello con la più rapida crescita nella fede cristiana. Ci aspettiamo anche indicazioni in modo da non crescere solo in maniera vibrante e selvaggia, ma in maniera vigorosa e unita. La presenza del Papa ci darà un più profondo senso di unità con la Chiesa universale. Noi crediamo che la sua visita non sarà funzionale solo ai tre Paesi che visiterà, ma una spinta per l’intero continente africano. E speriamo e preghiamo che ciò che lui vivrà e vedrà in Africa lo spingeranno a tornarci di nuovo nel 2019, quando si celebrerà il 50 ° anniversario del SECAM.

Avete già recapitato l’invito?
Lo abbiamo fatto in maniera verbale e lo abbiamo esteso per iscritto.

Papa Francesco ha già risposto?
No, ma lasciamo che decida lui cosa fare [Ride].

 

 

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