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Family day against the gender ideology in the schools - june 20  2015 - Roma

ANSA

La resistenza italiana alle unioni civili

Il Governo annuncia l’ennesimo slittamento del ddl Cirinnà. Dal 1988 ad oggi, grazie all’opposizione delle famiglie, in Italia una legge simile non è mai passata

Tra qualche mese, forse, le unioni civili saranno realtà anche in Italia, accolte tra applausi e grida liberatorie da parte di quanti le attendono da molto tempo. Alcuni persino dal lontano 12 febbraio 1988. È a quella data che risale la prima proposta di legge finalizzata a formalizzare le convivenze di fatto.

Intanto però, c’è da registrare l’ennesimo rinvio. Malgrado gli annunci del Governo che si sono rincorsi negli ultimi mesi, il ddl Cirinnà bis sulle unioni civili non verrà approvato entro il 2015. Lo ha annunciato Maria Elena Boschi, ospite della trasmissione Porta a Porta. “Slitteranno a dopo la legge di Stabilità, probabilmente a gennaio”, le parole della ministra per le Riforme.

La mancata intesa tra maggioranza e opposizione sui tempi di esame delle riforme alla Camera, ha dunque suggerito di lasciare le unioni civili nella palude della commissione Giustizia del Senato. E il fatto a Palazzo Chigi è stato accolto come una boccata d’ossigeno. Il tema in questione, infatti, è una spina nel fianco dell’attuale maggioranza di Governo, vista la pervicace riluttanza del Nuovo Centrodestra riguardo alcuni punti salienti del testo.

Riluttanza, quella degli esponenti centristi, che interpreta il sentimento di gran parte degli italiani ed è emblematica di una situazione che nel nostro Paese costituisce un unicum a livello europeo. Tra i membri dell’Ue, l’Italia fa compagnia a Bulgaria, Cipro, Polonia, Romania e Slovacchia, unici luoghi in cui non è previsto alcun tipo di norma che regoli le convivenze di fatto.

Ciò che caratterizza e distingue il nostro Paese, tuttavia, è l’appartenenza al cosiddetto mondo occidentale – dove ormai stanno diventando prassi addirittura i matrimoni omosessuali – e un dibattito sul tema che ha i “capelli bianchi”, giacché riemerge ciclicamente da quasi 28 anni.

I Paesi sopra elencati (Cipro a parte) si trovavano ancora al di là della cortina di ferro quando per la prima volta, a Roma, si iniziò a ventilare l’ipotesi di una legge che regolasse le convivenze tra persone non unite in matrimonio, anche omosessuali. Era appunto l’inverno del 1988, il Governo era presieduto dal democristiano Giovanni Goria e in Italia teneva banco l’inchiesta sulla loggia massonica P2.

Su insistenza dell’Arcigay, Alma Agata Cappiello, avvocato del Partito Socialista, presentò alla Camera una proposta di legge chiamata Disciplina della famiglia di fatto, la quale non fu mai nemmeno calendarizzata.

I tempi non erano ancora maturi – fu il pensiero aleggiante tra le frange più progressiste del Paese -. Ma la cosiddetta “maturità”, su certi temi, sembra ancora lungi dall’approdare sui lidi del Belpaese. Quello della deputata socialista fu solo il primo di 46 testi per regolare il tema delle unioni civili. Fiumi d’inchiostro che si sono in gran parte rovesciati nell’oblio.

Già negli anni Novanta – lo ricorda anche Wikipedia – divenne consistente il numero di proposte di legge di questo tipo presentate sia alla Camera sia al Senato, così come divennero pressanti gli inviti del Parlamento europeo a parificare coppie omosessuali ed eterosessuali nonché coppie conviventi a coppie sposate.

Nel corso della XIII legislatura (Governo di centro-sinistra, presieduto da Romano Prodi prima e da Massimo D’Alema poi), fu presentata una ridda di disegni di legge. Nessuno di questi arrivò mai all’ordine del giorno delle Camere. Stesso destino di altri testi redatti prima e dopo. Come scrive Il Fatto Quotidiano, solo tra Ds e Pd, tra il 1996 e il 2015, in circa vent’anni, ne sono stati presentati 11. Tutti rimasti sulla carta.

Una svolta sembrava dovesse avvenire ad inizio millennio. Il tema, in sordina fino a quel momento, cominciò ad attrarre a sé i riflettori per via dell’interesse mostrato dai maggiori organi d’informazione. Si manifestò chiaramente l’impegno dell’editoria di massa a veicolare l’opinione pubblica verso il consenso a un riconoscimento delle unioni civili, anche tra persone dello stesso sesso.

Ne fu prova il risalto che nel 2002 venne dato alla notizia (di per sè superflua) della formalizzazione dell’unione, presso il Consolato francese a Roma, tra un uomo francese e un attivista lgbt italiano. Sfruttando l’onda emotiva suscitata da quell’evento, il deputato Franco Grillini (anche lui attivista lgbt) presentò una proposta di legge sottoscritta da 161 parlamentari di centro-sinistra. A quel disegno, che rimase tale, fu anche assegnato il primo acronimo, Pacs.

Un acronimo caratterizzò anche un’altra proposta, avanzata nel 2007 durante un Governo di centro-sinistra presieduto da Romano Prodi. Si tratta dei famosi Dico (Diritti e doveri delle persone conviventi), firmati da Rosy Bindi, ministra della Famiglia, e da Barbara Pollastrini, titolare delle Pari opportunità.

La possibilità concreta che la legge venisse approvata provocò una vera e propria sommossa popolare. Levarono gli scudi le famiglie italiane, le gerarchie ecclesiastiche e l’opposizione parlamentare. Resta negli annali il Family Day del maggio 2007, quando un milione di persone scese in piazza San Giovanni, a Roma, “per rimettere la famiglia al centro”, come titolò ZENIT nell’articolo di cronaca di quella giornata. Mobilitazione che ottenne il risultato sperato: i Dico furono sotterrati insieme al Governo, che cadde di lì a poco.

Successivamente è stato fatto qualche altro tentativo (in pochi ricordano a tal proposito i Didore, proposta del 2008 firmata da esponenti di Forza Italia), ma sempre invano. Vane sembrano essere anche le pressioni mediatiche, testimoniate dalla sempre più costante presenza in tv di servizi atti a magnificare, in nome dell’accoglienza, le relazioni omosessuali. Vano anche l’impegno profuso finora durante l’attuale legislazione, la XVII. Il ddl Cirinnà e la contestuale introduzione del gender nelle scuole hanno il merito di aver generato un risveglio delle famiglie italiane, pronte a creare trincee così come avvenne nel 2007.

Molti osservatori, non a caso, hanno battezzato come “un nuovo Family Day” la massiccia manifestazione del 20 giugno scorso, sempre in piazza San Giovanni. Da quel selciato bagnato dalla pioggia è stato lanciato un messaggio chiaro al Governo e ai parlamentari: riguardo l’unicità della famiglia naturale e i diritti dei bambini, gli italiani non sono disposti a negoziare.

Messaggio arrivato a destinazione, tanto che il ddl Cirinnà è stato accantonato, a beneficio di un nuovo testo che, sempre stilato dalla senatrice democratica, si sta tentando di far approvare. Chissà se nei prossimi mesi, dopo 28 anni di strenui battaglie, l’assedio dei Golia (il potere mediatico) riuscirà a rompere la resistenza dei Davide (le famiglie italiane). Se ciò avverrà, bisognerà riconoscere a quest’ultime almeno l’onore delle armi.

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