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Pregnant woman with fetus

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La Francia dichiara guerra a chi è contro l’aborto

Pronta una misura per sanzionare chi su internet dissuade le donne dall’abortire. Alliance Vita: “Le donne vogliono essere informate, irresponsabile nascondere la realtà di un atto non banale”

Si dà il caso che la Francia abbia particolarmente a cuore il gentil sesso. Altrimenti non si spiegherebbe la presenza, a Parigi, di un ministero per i Diritti delle donne. Appare tuttavia discutibile l’interpretazione che tale dicastero dà al concetto in questione.

Non sembra, ad esempio, che venga considerato un “diritto delle donne” quello di essere informate riguardo alle possibili ripercussioni sulla loro pelle di scelte delicate e irrevocabili. Lo dimostra il fatto che Laurence Rossignol, titolare del ministero, vuole censurare tutte le voci che Oltralpe si spendono contro la pratica dell’aborto mettendone in luce i danni, quello letale nei confronti del concepito e quelli psicologici e fisici nella donna.

Si chiama “reato d’intralcio all’aborto” il nuovo crimine che la Rossignol si prepara a inserire nero su bianco nel progetto di legge sull’uguaglianza e la cittadinanza. Se già dal 1993, in Francia, esistono sanzioni che vanno dalle multe ai due anni di carcere per chi impedisce alle donne o ai medici l’accesso alle cliniche che praticano l’aborto e anche per chi verso di loro “esercita pressioni morali e psicologiche”, da domani le sanzioni verranno estese ai siti internet che diffondono informazioni “fuorvianti” sull’interruzione di gravidanza.

“Mentire al fine di scoraggiare le donne dal ricorrere all’aborto, interferisce nelle loro scelte”, ha detto la ministra. La quale ha spiegato inoltre che l’efficacia della legge del ’93 è stato l’incentivo a procedere con la censura anche nei confronti del mondo digitale: “Il reato ha funzionato molto bene, non perché ci siano state molte condanne ma perché queste azioni sono sparite, senza dubbio per la paura dei gendarmi”.

Questa stessa paura la si vuole ora suscitare pure in chi, via internet, svolge un’opera di informazione sull’omicidio che si cela dietro l’aborto, sui danni psicologici e talvolta anche fisici nei confronti delle donne e sulle soluzioni alternative dinanzi al dramma di vivere una gravidanza indesiderata.

Malgrado le rassicurazioni della Rossignol sul fatto che si potrà continuare ad “esprimere liberamente” la propria ostilità all’aborto, rischiano di finire sulla graticola tutte quelle realtà francesi impegnate nella lotta alle interruzioni volontarie di gravidanza ed anche al sostegno verso le donne.

Da parte del ministero infatti non è stata fatta chiarezza su quali siano le “menzogne” utilizzate per scoraggiare le donne dall’abortire. Ecco allora che qualsiasi opinione divergente con la linea pro-aborto del Governo potrà essere sanzionata.

A lanciare l’allarme è l’associazione Alliance Vita, che a seguito dell’annuncio della ministra ha pubblicato i risultati di un sondaggio sul tema dell’aborto svolto insieme al servizio di assistenza alle donne che vivono gravidanze difficili Sos Bebe.

Ebbene, per il 55% delle donne francesi il numero degli aborti (218mila lo scorso anno) “non è normale”; per l’89% dei francesi questa pratica “lascia tracce psicologiche difficili nelle donne”; per il 72% “la società deve aiutare le donne ad evitare il ricorso all’aborto”; per l’84% è giusto che le donne vengano informate sulle conseguenze che questa pratica può originare.

È la voce delle donne stesse, dunque, a sconfessare chi afferma di battersi per i loro “diritti”. Alliance Vita, ricordando al Governo che molti medici si sentono dissuasi da questa legge censoria dall’informare le donne che chiedono di interrompere la gravidanza sui traumi post-aborto, denuncia che “è irresponsabile nascondere la realtà di un atto che non è banale, in quanto mette in gioco il destino di vite umane”.

Sulla base della propria esperienza, l’associazione spiega che “le donne spesso ne soffrono in solitudine le dure conseguenze”. Pertanto “è il momento di sollevare il tabù sull’aborto”. E non di silenziare anche sul web le voci scomode su questo presunto “diritto fondamentale” delle donne.

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