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Famiglia o famiglie? Amore o amori?

Quando ricorriamo a concetti analoghi dobbiamo essere attenti a non creare confusione, altrimenti l’analogo diventa equivoco

Sabato 30 gennaio al Circo Massimo di Roma si sono radunate tantissime persone provenienti da tutta Italia “in difesa della famiglia e dei bambini” (come recitava lo slogan ufficiale della manifestazione). La difesa dei bambini passa attraverso la difesa della famiglia.

Sabato 23 gennaio ci sono state delle manifestazioni in molte piazze italiane per difendere il riconoscimento di diversi tipi di famiglia, con lo slogan “Amore =”.

Domande importanti: Famiglia o famiglie? Amore o amori?

Cominciamo con la prima. E cerchiamo di essere chiari e onesti. Il vocabolo “Famiglia” è un concetto analogo: viene riferito e realtà molto diverse solo in quanto tra di esse c’è qualche punto di somiglianza. Si parla di famiglia per riferirsi all’unione sponsale stabile e pubblica di un uomo e una donna, la quale unione può eventuale generare dei figli; si usa il termine anche per indicare una comunità religiosa che costituisce una “famiglia spirituale”; i biologi lo usano per la classificazione tassonomica; si può addirittura parlare della “famiglia umana”. Sono la stessa cosa?

Quando ricorriamo a concetti analoghi dobbiamo essere attenti (e onesti) per non creare confusione; sennò l’analogo diventa equivoco. Pasticcio. Non è la stessa cosa dire che qualcuno “è andato al gabinetto” e dire che “è in corso una riunione del gabinetto dei ministri” (i maliziosi possono fare un sorrisino…). E per evitare equivoci è importante soprattutto non usare il vocabolo analogo come se fosse univoco. Una “famiglia religiosa” non deve essere equiparata a una “famiglia” punto e basta. In questo caso l’equivoco non è tanto facile, perché sappiamo tutti che si tratta di realtà ben diverse. Il problema è quando si pretende che ogni tipo di convivenza tra adulti, eventualmente legati affettivamente, costituisca una famiglia equiparabile all’unione sponsale stabile e pubblica di un uomo e una donna.

Il pasticcio è ancora maggiore quando si pretende che quei diversi tipi di unione e convivenza possano essere riconosciuti e trattati dalla società come se fossero la stessa cosa, o quasi. La società, e a nome suo lo Stato, si interessa in modo diverso ai diversi tipi di raggruppamenti umani che i cittadini possono costituire. Un conto è una “società per azioni”, un conto diverso è una “società responsabilità limitata”, e un altro ancora una “società non profit”, per esempio una ONLUS. Sono realtà di natura diversa e interessano alla società in modo diverso. Perciò lo Stato le tratta in maniera diversa. L’impresa non può pretendere i benefici concessi all’ONLUS.

La famiglia costituita dal rapporto sponsale stabile e pubblico di un uomo e una donna ha una sua particolare natura, che la rende specificamente diversa da ogni altro tipo di unione o relazione umana. Un elemento sostanziale della sua identità è che si tratta di una unione che è di per sé “generativa”: da lui e lei possono essere generati altri membri della nostra comunità umana. Come diceva Blondel, sono due che si fanno uno per diventare tre. E questa specificità definitoria della famiglia è iscritta nel tipo di rapporto umano tra lui e lei, che chiamiamo “matrimoniale”, aldilà del fatto biologico che avvenga o meno il concepimento. Ed è sopratutto a motivo di quella natura “generativa” del matrimonio che la società e lo Stato s’interessano di quel tipo di rapporto umano in maniera specifica, riconoscendo dei diritti particolari e ponendo dei precisi doveri. Lo Stato non ha un interesse a regolamentare i rapporti affettivi delle persone. E non deve farlo. Non deve neanche intromettessi nei rapporti liberi di convivenza tra le persone adulte, che siano coppie o gruppi di più persone. Lo fa e lo deve fare quando invece si tratta di un matrimonio, di una relazione “generativa”, e per tanto importantissima per tutta la società.

Solo in questo caso si può parlare in maniera univoca e non confusionale di “famiglia”; oppure si utilizzi il termine in senso meramente analogico, senza pretendere che si attribuiscano gli stessi diritti e doveri, per esempio ad una “famiglia religiosa” o alla famiglia tassonomica del Anas erythrorhyncha!.

E veniamo alla seconda domanda: Amore o amori? E ci risiamo: analogia. È inutile che si scriva su dei cartelloni “Amore =” Che significa? Che tutti i tipi di amore sono uguali? Posso amare mia moglie, mio figlio, un mio amico, il cane, la mia squadra del cuore, il cinema, il prossimo e Dio. Amore? Certo. Ma amori diversi, diversi tipi di volizione positiva e di affetto. E di nuovo, non è il rapporto di affetto che interessa allo Stato che lo Stato deve o può regolamentare.

E allora lo Stato stia da parte quando due o più persone adulte, dello stesso sesso o di sessi diversi, nutrono tra di loro sentimenti affettivi o convivono sotto lo stesso tetto e condividono lo stesso frigorifero (come possono essere tre studenti amici per la pelle che condividono l’appartamentino per affrontare le spese) se non si uniscono con quell’unico, specifico tipo di unione che è in se “generativo”. Lui e lei.

Ogni altro tipo di rapporto e convivenza non è matrimonio e non è famiglia. Non sia trattato in quanto tale.

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Gonzalo Miranda, L.C. è professore Ordinario alla Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum

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