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Così ha vissuto Giovanni Paolo II l’11 settembre e la seconda guerra del Golfo

ROMA, mercoledì, 24 gennaio 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo due passaggi del volume “Una vita con Karol”, da questo mercoledì in libreria, la straordinaria testimonianza del Cardinale Stanislaw Dziwisz, l’uomo che per vari decenni è stato l’ombra di Wojtyla.

Pubblicato dalla Rizzoli e dalla Libreria Editrice Vaticana, il volume di memorie dell’attuale Arcivescovo di Cracovia, è una lunga conversazione col giornalista Gian Franco Svidercoschi.

I due passaggi sono estratti dal capitolo 34, “Uccidere in nome di Dio?”.

L’11 SETTEMBRE DEL 2001 IL PAPA ASSISTE AL CROLLO DELLE DUE TORRI GUARDANDO LA TELEVISIONE

Il Santo Padre si trovava a Castelgandolfo. Squillò il telefono, e dall’altra parte del filo sentì la voce spaventata del cardinale Sodano, segretario di Stato. Si fece aprire la televisione, e poté vedere quelle immagini drammatiche, il crollo delle Torri, con dentro, imprigionate, tante povere vittime. Passò il resto del pomeriggio tra la cappella e la tv, trascinandosi dietro tutta la sua sofferenza.

La mattina dopo, il Papa celebrò la Messa. Poi, in piazza San Pietro, tenne una udienza generale speciale. Ricordo le sue parole: «Un giorno buio nella storia dell’umanità». E ricordo anche che, prima della preghiera, fu chiesto ai fedeli di non applaudire, di non cantare. Era un giorno di lutto.

Era preoccupato, fortemente preoccupato che non finisse lì, che l’attentato potesse innescare una spirale di violenza senza fine. Anche perché, a parer suo, il crescere della piaga terroristica derivava, tra gli altri motivi, dallo stato di grave povertà, di scarsità delle possibilità di educazione e di sviluppo culturale, di cui soffrivano molti popoli arabi. E dunque, per sconfiggere il terrorismo, era necessario contemporaneamente eliminare le enormi disuguaglianze sociali ed economiche tra il Nord e il Sud.

[Pagg. 211-212]

MARZO 2003, IL PAPA TENTA DI SCONGIURARE LA SECONDA GUERRA DEL GOLFO

15 marzo 2003, un sabato. Assieme al cardinale Sodano e a monsignor Tauran, il Santo Padre ricevette il cardinale Pio Laghi, di ritorno dalla missione negli Stati Uniti. E Laghi, pur senza dare ancora nulla per perduto, riferì quanto aveva detto il presidente americano. Bush comprendeva perfettamente le ragioni morali del Papa, ma lui ormai non poteva più tornare indietro. Aveva imposto un ultimatum di 48 ore a Saddam Hussein.

Nel frattempo, il cardinale Etchegaray aveva già portato la risposta, non troppo negativa ma sicuramente ambigua, dei governanti iracheni: erano disposti a collaborare con gli ispettori delle Nazioni Unite, ma erano reticenti circa le cosiddette «armi di distruzione di massa».

Ormai si sapeva tutto ciò che si doveva sapere. E così, da quell’incontro del 15 marzo, uscì il testo dell’ Angelus del giorno dopo, contenente un accorato e insieme deciso appello sia a Saddam Hussein sia ai Paesi che componevano il Consiglio di Sicurezza dell’Onu. E, nel leggerlo alla finestra, il Santo Padre volle quasi accompagnare quell’ultima speranza che prendeva le vie del mondo. Per tre volte, ripeté: «C’è ancora spazio!», «Non è mai troppo tardi!». Ma tutto questo, evidentemente, non gli sembrò sufficiente. Aveva intuito, al di là degli spiragli, che la situazione era ormai sul punto di precipitare, e che si stava andando verso la guerra, con il rischio oltretutto che potesse trasformarsi in una guerra di civiltà o, peggio, in una «guerra santa». Allora, sentì il bisogno di dire quello che aveva nel suo cuore, di portare la sua testimonianza personale. Volle ricordare che apparteneva alla generazione di coloro che avevano conosciuto la guerra, e quindi, anche per questo, si sentiva in dovere di affermare: «Mai più la guerra!». Lo vedevo solo di profilo, da dove mi trovavo nello studio, ma lo vedevo. Vedevo il suo volto che si faceva sempre più tirato, e la mano destra che sembrava voler dare ancora più forza alle parole.

[Pagg. 212-213]

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