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Per settimane i mass media del mondo intero si sono occupati del tema degli abusi sessuali su minori commessi da alcuni sacerdoti in varie parti del mondo. L’analisi dei fatti, visti con il distacco dell’osservatore, da lontano e non a caldo, può riservarci interessanti sorprese.

Per prima cosa, la gravità oggettiva degli episodi di cui si è occupato in primis il New York Times e poi, a seguire, la grande stampa internazionale. Al di là dell’accanimento giudicante, verso la Chiesa e il Santo Padre, che non riesce a celare comprensibili motivi di inimicizia, unanime è la riprovazione per l’aberrazione dell’abuso sessuale sui minori. Ed è proprio questo unanime sentimento di condanna a rivelarsi un dato prezioso e a suggerirci alcune riflessioni.

In primo luogo emerge un dato sorprendente: l’uomo del nostro tempo, tempo di relativismo e di nichilismo, in cui tutto è permesso e in cui la libertà sembra identificarsi con il libertinismo, conserva in realtà la coscienza del bene e del male.

Gridare allo scandalo pedofilia nella Chiesa rivela che la coscienza dell’uomo, ieri come di oggi, riconosce il male come tale, lo chiama per nome e lo denuncia. C’è dunque una verità che grida nel cuore umano contro ciò che è inumano. L’uomo non si accontenta di verità puramente soggettive, esiste una verità che si impone come tale alla coscienza, che la coscienza non crea ma è costretta a riconoscere come tale. L’uomo sa riconoscere il male come male e lo condanna. In modo particolare quando ciò avviene nella Chiesa.

Perché? Perché la Chiesa riflette la luce di Cristo - lumen gentium sul proprio volto, diventando essa stessa "luce" del mondo, nel momento in cui proclama il Vangelo, la lieta notizia del bene supremo, dell’amore del Padre che si dona nel Figlio per ciascuno di noi. La Chiesa illumina il cuore dell’uomo attraverso il Vangelo che annuncia nonostante il suo essere “nel” mondo con tutta la drammaticità che questo comporta anche in ordine al peccato del mondo. Alla luce del Vangelo, il male, anche quello commesso dai suoi ministri, appare in tutta la sua mostruosa malvagità e come tale viene riconosciuto in tutta la sua potenza distruttrice della dignità della persona umana. Nell’istituzione che porta al mondo la luce anche la più modesta polvere appare in tutta la sua pesantezza. Perciò la Chiesa fa bene, malgrado tutto, malgrado anche al suo interno l’uomo riveli l’inquinamento del suo cuore, a proclamare che il male esiste, che non viene dall’esterno, ma viene dal cuore stesso dell’uomo e inquina tutte le sue azioni, tutte le sue relazioni.

Questi fatti offrono anche altri motivi di riflessione. Ci dicono che la Chiesa deve svolgere il suo compito profetico e non smettere mai di richiamare l’uomo, dentro e fuori la Chiesa, ad una continua conversione di vita, perché il cuore dell’uomo è incline al male. Essa stessa si proclama semper reformanda. La sua fedeltà a Cristo si misura nella attenzione ai piccoli. Di più. La Chiesa oggi è chiamata a essere profetica a partire dalle sue stesse ferite, che sono le nostre, e che possono diventare feritoie attraverso cui passa l’amore di Dio che trasforma il cuore dell’uomo.

Nell’Anno Sacerdotale è urgente per la Chiesa proclamare ad intra e ad extra senza titubanze: “spalancate le porte a Cristo e alla sua misericordia redentrice”. Sono proprio questi terribili fatti che mostrano come il cuore dell’uomo può cedere a mostruose spinte che lo portano a compiere atti a dir poco disumani. Ma proprio questo, oltre a seguire all’invito alla conversione, mostra come tutti abbiamo bisogno di un Salvatore, di una misericordia più grande del nostro peccato.

Come può la Chiesa navigare in queste acque agitate conservando una rotta sicura e rispondendo all’evangelico richiamo “Duc in altum”, prendi il largo, senza farsi bloccare da complessi di inferiorità o da derive autoreferenziali?

Esemplare a tale proposito è il richiamo nella Via Crucis del 2005 dell’allora Cardinal Ratzinger alla sporcizia che è nella Chiesa e all’esigenza di purificazione, di pentimento e di conversione. Di fronte a certi attacchi la migliore difesa non è sminuire ma far pulizia. E la lettera ai cattolici irlandesi di Benedetto XVI riprende esattamente i toni di quella mirabile Via Crucis del 2005.

Come ha ricordato in un coraggioso editoriale letto il 9 aprile 2010 alla Radio Vaticana il portavoce del papa, Padre Lombardi, “una delle cose che colpisce di più è che oggi vengono alla luce tante ferite interiori che risalgono anche a molti anni addietro, a volte di diversi decenni, ma evidentemente ancora aperte. Molte vittime non cercano compensi economici, ma aiuto interiore, un giudizio nella loro dolorosa vicenda personale. C’è qualcosa che va ancora capito veramente. Dobbiamo fare una esperienza più profonda di eventi che così negativamente hanno inciso nella vita delle persone, della Chiesa e della società. (…) Accanto all’attenzione per le vittime bisogna poi continuare ad attuare con decisione e veracità le procedure corrette del giudizio canonico dei colpevoli e della collaborazione con le autorità civili per quanto riguarda le loro competenze giudiziarie e penali, tenendo conto delle specificità delle normative e delle situazioni dei diversi paesi”.

Per esercitare un discernimento profondo di questi fenomeni e guardare con sguardo lungo alla presente temperie della vita della Chiesa mi vengono alla memoria due memorabili discorsi di Papa Roncalli e di Papa Montini.

Sono discorsi che possono essere letti nella luce del Vangelo e dei segni dei tempi. Parlano di noi, dei nostri peccati e dei nostri pastori. Parlano di paura e di speranza, di fiducia e di timore. Ci ricordano Pietro e i discepoli atterriti per la tempesta e Gesù che calma le acque.

“Gaudet Mater Ecclesia” è la celebre allocuzione di Giovanni XXIII all’inizio del Concilio Ecumenico Vaticano II.

“Venerabili padri e fratelli, gioisce – affermava il papa buono l’8 ottobre 1962 - la madre Chiesa alla chiarezza di questo giorno che la divina provvidenza ci dona (…). Sovente nel quotidiano adempimento del ministero apostolico, al mio orecchio giungono voci che non trovano risonanza nel mio cuore. Sono voci di persone ardenti di zelo per la religione ma che non valutano i fatti con sufficiente equanimità e prudenza. I tempi presenti? Sono tutti rovine e sciagure. I tempi passati? In confronto ad essi siamo passati in un chiaro peggioramento. Chi parla così si comporta come se nulla ci sia da imparare dalla storia , maestra di vita; e come se, al tempo dei precedenti Concili, tutto sia andato a gonfie vele a proposito di dottrina cristiana, di moralità, di giusta libertà della Chiesa. A me pare di dover apertamente dissentire da questi profeti di sventure, che vanno pronosticando eventi sempre più infausti, come se incombesse ormai la fine del mondo”.

Il secondo memorabile discorso è quello pronunciato da Paolo VI il 7 dicembre 1965, vigilia della chiusura del Concilio: “noi ricordiamo come nel volto di ogni uomo, specialmente se reso trasparente dalle sue lacrime e dai suoi dolori, possiamo e dobbiamo ravvisare il volto di Cristo (cfr. Mt 25,40), il Figlio dell’uomo, e se nel volto di Cristo possiamo e dobbiamo ravvisare il volto del Padre celeste: “chi vede me – disse Gesù – vede anche il Padre” (Gv 14,9), il nostro umanesimo si fa cristianesimo, e il nostro cristianesimo si fa teocentrico tanto che possiamo altresì annunciare: per conoscere Dio bisogna conoscere l’uomo”.

Il volto di Cristo anche in questa temperie per la vita della Chiesa è reso trasparente dalle lacrime di chi soffre, dei bambini soprattutto.

Certi attacchi gratuiti alla Chiesa, spesso immeritati, non ci possono far dimenticare le critiche meritate e l’esigenza, che Papa Benedetto c ontinua a ribadire, di purificazione, pulizia, conversione. Fare pulizia significa anche rinnovare profondamente i seminari, ripensare la formazione e l’educazione affettiva dei sacerdoti, preparare il terreno, sulle orme del Curato d’Ars, a una generazione di sacerdoti liberi dal clericalismo, aperti alla dimensione sociale del loro ministero, capaci di donarsi senza riserve e in cui rifulga lo spirito del Vangelo.

Un’ultima riflessione sul futuro della Chiesa e sulle caratteristiche del pontificato di Benedetto XVI.

Su un periodico, di norma niente affatto tenero con la Chiesa, (il settimanale L’Espresso del 23 aprile 2010) proprio accanto alla prevedibile e conformista intervista al “teologo di corte” dei salotti radical chic Vito Mancuso, è apparsa una intelligente riflessione del Vaticanista Sandro Magister. “Il mite papa Benedetto - scrive Magister - passerà alla storia per parole e atti di grande audacia. Con la lezione di Ratisbona svelò dove affonda la radice ultima della violenza religiosa, in un’idea di Dio mutilata dalla razionalità. Ed è grazie a questa lezione che oggi tra i musulmani sono più forti le voci che invocano una rivoluzione illuminista anche nell’Islam, la stessa che c’è già stata nel cattolicesimo degli ultimi secoli. Altro che papa oscurantista e retrogrado. Benedetto XVI è un grande “illuminista” in un’epoca in cui la verità ha pochi estimatori e il dubbio la fa da padrone. All’uomo moderno egli chiede di aprire gli spazi della ragione, non di rinchiuderla nei soli dati misurati dalla scienza. È sua l’idea di aprire un “cortile dei Gentili”, dove tutti possano incontrarsi sotto l’ombra di Dio, anche chi non lo conosce. È sua la proposta agli uomini del nostro tempo “di vivere come se Dio ci fosse”, perché da questa scommessa, come disse Pascal, c’è solo tutto da guadagnare e niente da perdere. Un mese fa, in un’udienza del mercoledì ai pellegrini, Benedetto XVI paragonò l’ora presente della Chiesa a quella dopo San Francesco. Anche allora c’erano nella cristianità, correnti che invocavano una “età dello Spirito”, una nuova Chiesa senza più gerarchia, né precetti né dogmi. Oggi qualcosa di simile avviene quando, sull’onda di accuse che pretendono di travolgere tutto, si invoca un Concilio Vaticano III che sia “nuovo inizio e rottura”. Poi stringi stringi, il programma dell’immaginario Concilio si riduce all’abolizione del celibato del clero, al sacerdozio per le donne, alla liberalizzazione della morale sessuale e a più democrazia nel governo della Chiesa. Le stesse cose che, attuate in alcune Chiese protestanti, non ne hanno prodotto rigenerazione alcuna. Anzi, come si vede nella Comunione anglicana hanno generato robuste correnti di migrazione verso la Chiesa di Roma, come al solo porto sicuro”.

Sono parole che indicano che la strada della purificazione e della pulizia (una strada che nessun accomodamento istituzionale può impedire di proseguire senza tentennamenti) non coincide con l’adattamento della Chiesa al pensiero politicamente corretto e ai suoi luoghi comuni.