Il lavoro, cammino di santità cristiana

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ROMA, lunedì, 19 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito un articolo apparso sul nuovo numero di Paulus, dedicato a “Paolo il lavoratore e a firma della prof.ssa Carla Rossi Espagnet, docente di Mariologia presso la Pontificia Università della Santa Croce.

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La dottrina e la prassi diffuse da san Josemarìa Escrivà, fondatore dell’Opus Dei, richiamano alla memoria l’immagine del «padrone di casa che trae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52), cioè gli insegnamenti perenni del Vangelo rinnovati per tutti i cristiani laici che sono chiamati a santificarsi in mezzo al mondo. Per questo Giovanni Paolo II ha definito san Josemarìa «il santo dell’ordinario» (Discorso del 7 ottobre 2002). Il carisma fondazionale dell’Opus Dei mette in luce la presenza di una dinamica che lega lavoro professionale e santità, un rapporto che raramente nella spiritualità cristiana è stato messo a fuoco in senso positivo; a lungo sono prevalse piuttosto letture che sottolineano le difficoltà che il lavoro pone alla ricerca della santità, in quanto fonte di “distrazione” dalle cose di Dio, o addirittura occasione di cedimento alle lusinghe della disonestà, dell’ambizione, della sete di potere.

Nell’Eden non c’era ozio

Eppure il giovane Josemarìa, raccolto in preghiera il 2 ottobre 1928, “vide” gli uomini e le donne del lavoro innalzare a Dio la lode e l’offerta a Lui gradita del frutto delle loro menti e dei loro corpi impegnati nella fatica quotidiana del lavoro, dell’edificazione di questo mondo e del servizio ai propri fratelli, in obbedienza al mandato divino: «Il Signore prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gn 2,15; cfr. Gn 1,28). Quel giorno san Josemarìa comprese che il lavoro è presente nel piano di Dio non come castigo per il peccato, ma come parte del comando originario e beatificante ricevuto dai nostri progenitori, e che l’uomo e la donna furono creati in una situazione paradisiaca, ma non oziosa. Il lavoro accompagnò la loro vita nel giardino, alimentandone la gioia e la comunione con Dio, e fu strumento di crescita personale e di servizio alla loro discendenza. Quando il peccato ruppe l’armonia tra l’umanità e il Creatore, anche il lavoro venne snaturato e divenne strumento di asservimento dell’uomo, com’è indicato dal segno della fatica: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane» (Gn 3,19). Da quel momento, nel cuore dell’uomo entrò la falsificazione del bene originario e anche il lavoro diventò un potenziale strumento di peccato contro Dio, contro il prossimo, contro se stessi e tutto il creato. Ma, come tutta la creazione, esso non perse il suo orientamento al bene e conservò il progetto fondamentale del Creatore, di modo che il suo destino si compie pienamente solo quando è indirizzato alla lode di Dio, al servizio del prossimo, alla crescita personale e allo sviluppo del mondo. L’offerta di Abele è chiamata a ripetersi nella storia, fino alla fine del mondo (Gn 4,4).

Un privilegio… ma per molti

A conferma della bontà sostanziale del lavoro, il Verbo redentore si fece non solo uomo, ma uomo lavoratore (cfr. Giovanni Paolo II, Laborem exercens, n. 26). A Nazareth, stupiti per la sua attività di predicatore, i suoi concittadini si domandavano: «Non è costui il carpentiere?» (Mc 6,3); «Non è egli forse il figlio del carpentiere?» (Mt 13,55), mostrando di conoscerlo per il lavoro che svolgeva e gli era stato insegnato da Giuseppe. Gesù è vero uomo, e come tale fa sue tutte le realtà umane buone. È un lavoratore e ha la mentalità di chi lavora; per questo, va a chiamare i discepoli mentre lavorano. San Josemarìa vi meditò spesso e scrisse: «Ciò che ti meraviglia a me sembra ragionevole. – Che il Signore sia venuto a cercarti nell’esercizio della tua professione? Così cercò i primi: Pietro, Andrea, Giovanni e Giacomo accanto alle reti: Matteo seduto al banco degli esattori… E – sbalordisci! – Paolo nel suo accanimento di metter fine alla semenza dei cristiani» (Cammino, n. 799). San Josemarìa comprese, quel 2 ottobre in cui nacque l’Opus Dei, come questo significasse che tutto il campo dell’attività professionale è un luogo adatto per incontrare Dio; che il tempo e i luoghi del lavoro non devono essere “senza Dio”; che Egli non va cercato solo nella preghiera personale e liturgica, e negli spazi sacri delle chiese e dei chiostri. «Dall’inizio dell’Opera, nel 1928, la mia predicazione è stata questa: la santità non è un privilegio di pochi, perché possono essere divini tutti i cammini della terra, tutte le condizioni di vita, tutte le professioni, tutte le occupazioni oneste» (Colloqui con mons. Escrivà, n. 26). Spesso, quando gli si chiedeva di spiegare che cosa fosse l’Opus Dei, san Josemarìa ricorreva al paragone con i primi cristiani, che assunsero con pienezza la loro vocazione senza modificare per questo la propria vita familiare e professionale: «essi […] non si distinguevano esteriormente dagli altri cittadini. I soci dell’Opus Dei sono persone comuni; svolgono un lavoro qualsiasi; vivono in mezzo al mondo come realmente sono: cittadini cristiani che vogliono corrispondere in pieno alle esigenze della loro fede» (Colloqui, n. 24; in seguito all’erezione canonica dell’Opus Dei come Prelatura personale, non si parlerà più di “soci”, ma di “membri” o di “fedeli”). I primi cristiani avevano accolto Gesù nella loro esistenza e sapevano di essere chiamati alla santità; sapevano che la prospettiva della santità non era riservata solo a quanti avessero adottato un regime di vita particolare, come se ci fossero differenze sostanziali tra i battezzati, o diversi gradi nella chiamata divina a essere un altro Cristo. La vocazione universale alla santità è ben espressa negli scritti del Nuovo Testamento che il fondatore dell’Opus Dei meditava con impegno. Ad esempio, lo colpiva molto l’incipit di varie Lettere di san Paolo: «“Salutate tutti i santi. Tutti i santi vi salutano. A tutti i santi che sono in Efeso. A tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi”. – Non è davvero commovente questo appellativo – “santi”! – che i primi fedeli cristiani impiegavano per nominarsi fra loro?» (Cammino, n. 469).

Per costruire un mondo nuovo

Il lavoro svolto in mezzo al mondo, a contatto con altre persone che vi vengono coinvolte in complessi rapporti umani, e con le tensioni caratteristiche di ogni impegno volto a ottenere dei risultati e a incidere nella realtà sociale, economica e culturale: questa è la materia dell’incontro con Cristo di chi è consapevole che il battesimo comporta una chiamata a vivere “con Gesù e come Gesù”, e ha accolto questa sfida, con la grazia di Dio. Poiché è il battesimo che ci configura con Cristo, è evidente che l’impegno vocazionale a svolgere santamente il lavoro professionale interessa tutti i battezzati. San Josemarìa comprese che Dio chiama la maggior parte dei cristiani a santificare non delle attività svolte in modo generico, come fossero hobby o passatempi, ma l’ambito specifico nel quale ognuno impiega le proprie potenzialità e il proprio tempo con maggiore continuità e intensità, applicandosi non solo nell’azione ma anche nello studio e nella continua formazione professionale. Il suo è un concetto di lavoro propriamente laicale, diverso da quello monastico per il quale il lavoro è molto importante – basti ricordare l’Ora et labora della regola benedettina [cfr. dossier di questo numero, p. 375] – ma come esercizio di virtù teso a evitare l’ozio e altri vizi, piuttosto che come attività tesa a costruire il mondo e a stringere legami di socialità. Evidentemente il lavoro monastico ha portato frutti preziosi per tutta la società, ma ciò è avvenuto quasi a prescindere dall’intenzione di coloro che, con la loro attività, perseguivan
o un intento eminentemente ultramondano. Il laico cristiano ha a cuore questo mondo, nel quale incontra Cristo e lo serve soprattutto attraverso il suo lavoro professionale svolto con competenza, passione e sensibilità. Si tratta di un lavoro nel quale confluiscono le capacità intellettuali e affettive necessarie ad affrontare le problematiche non solo tecniche che si presentano, ma anche quelle umane, e che molto spesso porta ad essere all’avanguardia nell’individuarle e risolverle. L’attenzione al cuore del cristiano e nel contempo al mondo in cui vive sono sempre presenti in Escrivà: «Dall’insegnamento paolino, sappiamo che dobbiamo rinnovare il mondo nello spirito di Cristo, che dobbiamo mettere il Signore nell’alto e nel profondo di tutte le cose. – Ti pare che tu lo stia facendo nella tua occupazione, nel tuo lavoro professionale?» (Forgia, n. 678). La domanda di san Josemarìa non è oziosa, perché nasce dalla consapevolezza di quanto sia facile trasformare la passione per il lavoro professionale in uno strumento di ambizione personale, allontanandosi così diametralmente dall’ideale evangelico. Infatti, in un altro suo scritto, egli ammonisce: «È importante che ti dia da fare, che offra la spalla… In ogni modo, metti gli impegni professionali al loro posto: sono esclusivamente mezzi per arrivare al fine: non possono essere considerati neanche remotamente come la cosa fondamentale. Quante “professionalìti” impediscono l’unione con Dio!»

(Solco, n. 502). Il neologismo “professionalìte” venne coniato da san Josemarìa sul modello del linguaggio medico che indica col suffisso -ite l’infiammazione di un organo:

come l’appendicite o la congiuntivite sono l’infiammazione dell’organo corrispondente, così la “professionalite” è la malattia spirituale di chi fa del proprio lavoro un fine egoistico, alterandone la funzione originaria. Il lavoro che serve all’affermazione di sé, che sottrae tempo ed energie ai rapporti in cui non vi è un interesse professionale, invece di essere il luogo di incontro con Cristo, allontana da Dio e dagli altri, a cominciare dalla famiglia. Il progetto di amore della propria vita, da cui nasce la famiglia, dovrebbe trovare nel lavoro lo strumento per sostenersi ed espandersi non solo dal punto di vista economico; al contrario, spesso esso viene inaridito a livello spirituale ed affettivo proprio dall’eccessivo impegno professionale che, se può essere redditizio sul piano economico, non lo è certo su quello delle relazioni familiari, che vengono relegate ai ritagli di tempo e private delle energie di cui hanno bisogno per crescere. Per incontrare Dio nel suo lavoro, il laico cristiano deve impostare l’attività professionale come un servizio di eccellenza alla propria famiglia e a chi usufruisce di quel lavoro; deve impegnarsi per svolgere nel miglior modo possibile il suo compito specifico, sapendo che questa è una forma di carità particolarmente importante per chi vuole amare Dio attraverso le cose del mondo. L’onestà, la competenza e il senso di solidarietà contribuiscono a rendere migliori i rapporti umani, e a umanizzare la vita sociale prima ancora delle diverse forme di volontariato, che pure sono in molti casi necessarie per risolvere situazioni di disagio. La fede vissuta con profondità non porta dunque a disinteressarsi delle questioni terrene, ma a riconoscere il loro valore proprio arricchendolo di un ulteriore e più importante significato: «Da’ un motivo soprannaturale alla tua ordinaria occupazione professionale, e avrai santificato il lavoro» (Cammino, n. 359).

Materializzare la vita spirituale

Concludo questa breve presentazione del pensiero di san Josemarìa sulla santificazione del lavoro, con un passo della sua omelia più meritatamente famosa, alla quale rimando per ulteriori approfondimenti: «A quegli universitari e a quegli operai che mi seguivano verso gli anni Trenta, io solevo dire che dovevano saper materializzare la vita spirituale. Volevo allontanarli in questo modo dalla tentazione – così frequente allora, e anche oggi – di condurre una specie di doppia vita: da una parte, la vita interiore, la vita di relazione con Dio; dall’altra, come una cosa diversa e separata, la vita famigliare, professionale e sociale, fatta tutta di piccole realtà terrene. No, figli miei! Non ci può essere una doppia vita, non possiamo essere come degli schizofrenici, se vogliamo essere cristiani: vi è una sola vita, fatta di carne e di spirito, ed è questa che dev’essere – nell’anima e nel corpo – santa e piena di Dio: questo Dio invisibile lo troviamo nelle cose più visibili e materiali. Non vi è altra strada, figli miei: o sappiamo trovare il Signore nella nostra vita ordinaria, o non lo troveremo mai. Per questo vi posso dire che la nostra epoca ha bisogno di restituire alla materia e alle situazioni che sembrano più comuni, il loro nobile senso originario, metterle al servizio del Regno di Dio, spiritualizzarle, facendone mezzo e occasione del nostro incontro continuo con Gesù Cristo» (Amare il mondo appassionatamente, in Colloqui, n. 114).

Carla Rossi Espagnet

Pontificia Università della Santa Croce

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ZENIT Staff

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