La sapienza è uno sguardo d’amore sulla vita

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario, 11 ottobre 2009

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di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “Mentre andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: ‘Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?’. Gesù gli disse: ‘Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre’. Egli allora gli disse: ‘Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza’. Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: ‘Una cosa sola ti manca: va’ vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!’. Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: ‘Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!’. I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: ‘Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio’. Essi, ancor più stupiti, dicevano tra loro: ‘E chi può essere salvato?’. Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: ‘Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio’” (Mc 10,17-27) .

Per questo pregai e mi fu elargita la prudenza, implorai e venne in me lo spirito di sapienza. La preferii a scettri e troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto,..l’ho amata più della salute e della bellezza, ho preferito avere lei piuttosto che la luce, perché lo splendore che viene da lei non tramonta. Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni; nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile” (Sap 7,7-11).

Il versetto d’inizio (Sap 7,7) della prima Lettura, testualmente dice “Per questo pregai…”: un significativo ed esplicativo riferimento a quanto precede, omesso per brevità, che però è opportuno andare a leggere. Infatti, il messaggio dei versetti 1-6 non riguarda solo l’ovvia constatazione fatta da Salomone (il “sapiente” per antonomasia) di essere nato come un comune mortale, fatto di quella creta nella cui fragilità non può trovarsi il tesoro divino della sapienza, ma annuncia, anche e soprattutto, la verità dell’uomo concepito, la verità della sua origine: creato dal Vasaio divino come un prodigio, ogni uomo è una viva impronta della Sapienza creatrice, il Logos Eterno, riconoscibile nel dono della coscienza spirituale.

Sì, perchè la coscienza non è meramente vigilanza e bagaglio cognitivo, una struttura della psiche umana, ma è la voce stessa di Dio che parla nella voce del cuore, ma di un cuore percorso dalla luce della verità, come insegna la Costituzione Conciliare “Gaudium et spes”: “La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità…(n° 16).

Quando una persona guarda l’altra con puro amore, il suo sguardo fa entrare in lei la luce della verità, e ne può aprire il cuore come un fiore al sole. Allora la vita vince e la gioia dilaga. E’ l’Amore di Dio che agisce in questa comunione reciproca, rigenerando o aumentando la “sapienza della vita”, cioè il gusto inebriante del vivere, quella pura gioia che i bambini conoscono così bene da far invidia a tutti i grandi. Se tuttavia questo sguardo amoroso trova le palpebre del cuore serrate, allora la luce non ha accesso e rimane solo tanta tristezza e buio, come vediamo oggi nell’incontro tra Gesù ed “il giovane ricco”.

Con questa premessa, desidero commentare la Parola di oggi raccontando quanto mi è accaduto di recente. Se avessi fatto leggere le parole di Salomone alla ragazza moldava incontrata presso il convento giorni fa, penso che il suo commento sarebbe stato più o meno in questi termini: certamente Salomone finchè stava nel grembo e poi alla nascita era povero e nudo come tutti, tuttavia era figlio di un re e nella sua casa non mancavano e non mancheranno mai in seguito quegli scettri, troni e ricchezze incalcolabili che da grande giudicherà privi di valore al confronto con la vera sapienza…

Quando mi ha visto avanzare, Mirjam mi è subito venuta incontro sorridendo con dolcezza, umile, con la mano stesa. Credo che senza difficoltà si sarebbe “gettata in ginocchio davanti a me” se non glielo avesse impedito il pancione scoperto sul quale finiva per riposare la mano: “padre, che cosa devo fare per questo bambino?”.

Fissando lo sguardo su di lei e su di lui le ho chiesto: “sei alla fine della gravidanza?”. “Ancora due settimane, padre” ha risposto, e subito mi raccontava tutte quelle ricchezze che non possedeva e non avrebbe potuto dare al suo bambino. L’ho ascoltata a cuore aperto, e dico la verità: ero incerto se fosse tutto così drammaticamente vero.., ma il bambino, a 17 anni, l’aveva tenuto, e se fossi stato il professionista di un tempo le avrei svuotato in mano il portafoglio. Mi sono limitato a farle un po’ di buona compagnia, finchè ho potuto, contento che mi desse “del tu”.

Qualche giorno dopo, su un altro marciapiede, ho fatto un incontro simile con “un giovane povero”. Invitato a pranzo con i miei tre confratelli dalla Superiora delle Suore di san Vincenzo de’ Paoli, sono stato fermato da un giovane sulla trentina (gli abiti, la barba e i capelli lunghi e trasandati ne aggiungevano dieci in più), evidentemente reduce da un incontro felicissimo che non poteva trattenersi dal comunicare.

Con due occhi azzurri in volto radioso mi mostrava le nuove scarpe nere che portava ai piedi, dono di un benefattore generoso, impietosito dalla vista delle impossibili ciabatte precedenti. L’avrei abbracciato. Lo strano era che Franz, uditi i miei complimenti per il dono ricevuto, non mi stava chiedendo nulla di aggiunto, se non il motivo della mia evidente invalidità fisica. In verità, dei due era più lui a fissare me con amore!

Di tale limpida e cristallina benevolenza ho capito la fonte cinque minuti dopo, quando la Superiora, venutami incontro sul cancello, mi ha raccontato che san Vincenzo, nel giorno della sua festa, le aveva fatto incontrare un povero senza scarpe, e lei non ne aveva di maschili da dargliene: allora è andata a prenderne un paio nuovo di sue, e il povero le ha provate, e andavano benissimo, e se ne era andato felicissimo, non senza aver ricevuto anche un po’ di soldi. Il commento finale della suora è stato questo: “Noi siamo ricchi, loro non hanno niente”.

Dove non c’è amore, metti amore e nascerà l’amore”, esortava il carmelitano san Giovanni della Croce. Ecco: il povero Franz aveva bussato, gli aveva aperto l’amore, l’aveva ricolmato della sua ricchezza incalcolabile, e così, pieno di gioia me l’aveva donata arricchendomi.

Mirjam, Franz, questo è il Regno di Dio in mezzo a noi: lo sguardo del suo amore che avvolge e fissa ogni uomo come la luce del giorno. Ma come la luce non potrebbe illuminare la realtà se non fosse riflessa dalla materia, così lo sguardo di Dio si serve del nostro volto, dei nostri occhi, del nostro cuore, per raggiungere come Luce il cuore del fratello che se ne sta solo e al buio. Così Dio potrà illuminarne la coscienza ed aiutarlo a sua volta ad accogliere il fratello, specialmente il più povero ed emarginato, come colui che, nel grembo, ha solo la voce della sua esile vita.

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* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento.
E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

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ZENIT Staff

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