La vita è un matrimonio indissolubile

XXVII Domenica del Tempo Ordinario, 4 ottobre 2009

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di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 2 ottobre 2009 (ZENIT.org).-“Partito di là, venne nella regione della Giudea e al di là del fiume Giordano. La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli insegnava loro, come era solito fare. Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: ‘Che cosa vi ha ordinato Mosè?’. Dissero: ‘Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla’. Gesù disse loro: ‘Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto. A casa i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio”.

Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: ‘Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro, infatti, appartiene il regno di Dio. In verità vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso. E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro’ (Mc 10,1-16).

La tua sposa come vite feconda nell’intimità della tua casa; i tuoi figli come virgulti d’ulivo intorno alla tua mensa. Ecco come è benedetto l’uomo che teme il Signore(Salmo 127,1-6).

Il Vangelo di oggi potrebbe avere questo titolo: “Il matrimonio è indissolubile come la vita che Dio crea congiungendo l’anima e il corpo”. Solo la morte separa l’anima dal corpo, solo la morte può separare gli sposi. Il vincolo coniugale, infatti, non è un nodo che Dio stringe e l’uomo può sciogliere di sua iniziativa; è piuttosto una trasformazione personale irreversibile operata dall’unione nuziale: un “io” che diventa “noi”, rimanendo “io”: “…e i due diventeranno una carne sola”. Anche prima delle nozze ognuno era, in se stesso, una carne sola, sola e solitaria; ma con le nozze ha mutato il proprio statuto ontologico ed è diventato “persona-sposa”, cioè carne-non-più-solitaria, inseparabilmente unita all’altra, come due pezzi di cera fusi insieme.

Questo mistero d’amore è già inscritto nell’evento mirabile della fecondazione umana: il pro-nucleo maschile, appena penetrato nell’ovocita, è attivato geneticamente e si dirige verso il pro-nucleo femminile per completarlo con il proprio apporto cromosomico. Il percorso verso la fusione richiederà una ventina di ore, ma il nuovo essere umano è già concepito allo start. La vita umana inizia in partenza: adesso esiste “una carne sola”, un nuovo essere umano. E’ qui ed ora che Dio dona la vita al figlio, è qui ed ora che l’anima indissolubilmente si unisce al corpo, ed è concepito un uomo. Solo la morte scioglierà “temporaneamente” l’anima da questo corpo, fino al giorno primo e ultimo della risurrezione della persona integrale. Vengo al Vangelo.

La disputa sul divorzio concesso da Mosè, manifesta la malizia dei farisei, che vogliono far cadere in fallo Gesù sul terreno della Legge. Evidentemente il Signore aveva spesso richiamato ed insegnato la bellezza divina della fedeltà coniugale, suscitando commenti e riserve nell’uditorio maschile, visto che a quel tempo era solo l’uomo ad avere il diritto legale di ripudiare la propria moglie. Ma Gesù fa del trabocchetto una pedana di lancio, poiché non si limita a condannare il divorzio, ma rivela la bellezza perfetta del disegno divino sul matrimonio, bellezza che si chiama santità, ed indica la via per vanificare anche solo l’idea della separazione dei coniugi.

I farisei avevano posto ad arte la questione sul livello sterile della casistica. La loro comprensione del matrimonio era ferma…al livello dei sintomi. Gesù invece li conduce alla diagnosi della malattia di base. Il riferimento alla clinica non è casuale. In effetti, come la sindrome cardiologica detta “sclerocardia” può essere tanto grave da non consentire ad un uomo di lavorare (giustificando la dichiarazione di invalidità), così la “sclerocardia” spirituale (alla lettera: “durezza del cuore”) fu la causa della concessione del divorzio da parte di Mosè, attuato mediante la consegna della dichiarazione di ripudio alla donna (Dt 24,1ss). Ripudio significa perciò l’allontanamento della moglie dalla casa.

Trasferito all’oggi, il concetto di ripudio, al di là dell’immediato ed ovvio significato di rifiuto deciso e sprezzante, è più esteso, riconducibile a “usa e getta”: “Applicata al matrimonio, questa mentalità risulta del tutto errata e micidiale. Il matrimonio non è come un vaso di porcellana che si può solo sciupare con il passare del tempo, mai migliorare, e, una volta che ha avuto un piccolo screzio, anche se incollato, perde metà del suo pregio. Esso appartiene all’ambito della vita e ne segue la legge. Come si conserva e si sviluppa la vita? Forse mantenendola staticamente sotto una campana di vetro, al riparo da urti, cambiamenti e agenti atmosferici? La vita è fatta di continue perdite che l’organismo impara a riparare quotidianamente, di attacchi di agenti e virus di ogni tipo che l’organismo intelligentemente prevede e sconfigge, facendo entrare in azione i propri anticorpi. Almeno finchè esso è sano. Il matrimonio dovrebbe essere come il vino, che, invecchiando, migliora, non peggiora.

Il processo che porta ad un matrimonio riuscito è dello stesso tipo di quello che porta alla santità. Forse che la santità si acquista non facendo niente, non compromettendosi, non sporcandosi le mani, nascendo già santi e mantenendosi tali per tutta la vita, come certe statuine di marmo e di plastica? No, è fatta di cadute, da cui ci si rialza, a volte di traviamenti profondi, peccati anche terribili, dai quali però un giorno ci si è ripresi, per cominciare una nuova vita. La santità è frutto di continua conversione e di crescita” (p. R. Cantalamessa, Riflessione sui Vangeli, Anno B, p. 300).

Una conversione che consiste anzitutto nell’accoglienza e nel perdono reciproco continuamente rinnovati, una crescita che è operata dalla grazia santificante, come il sole fa crescere il germoglio dalla terra.

La finale evangelica dei bambini toccati, abbracciati e benedetti da Gesù è icona semplice e perfetta della verità e della bellezza del matrimonio. In ogni bambino che stringe a sé Gesù abbraccia e benedice gli stessi suoi genitori, il loro matrimonio, e il loro non facile cammino quotidiano di fedeltà alla volontà di Dio, specialmente nell’educazione dei figli mediante l’amore. Quest’abbraccio benedicente del Signore (che ogni giorno avviene nell’Eucaristia) ha il potere di santificare la famiglia intera, poiché comunica la grazia dall’Alto: “Infatti, colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli” (Eb 2,11).

In maniera semplice ed affascinante, santa Teresa di Gesù Bambino, la monaca carmelitana definita da san Pio X “la più grande santa dei tempi moderni”, Dottore della Chiesa e Patrona delle missioni, ha detto: “La santità è una disposizione del cuore che ci rende umili e piccoli fra le bracc
ia di Dio, consci della nostra debolezza, e fiduciosi fino all’audacia nella sua bontà di Padre”
(cfr Novissima verba, 3 agosto 1897).

Teresa avrebbe anche potuto affermare che la santità è una disposizione familiare, dato che entrambi i suoi genitori sono stati dichiarati Beati un anno fa. Tuttavia, se è vero che i genitori santi meritano di generare dei santi, è anche vero che: “Nessuno nasce santo: non lo erano gli apostoli, segnati da limiti umani anche gravi. Come noi. Come tutti i cristiani… Gesù chiama gli uomini perché diventino santi e non perché lo siano già” (Benedetto XVI, Brindisi, 15/06/2008).

E’ una chiamata che spesso avviene nell’ambito familiare, inteso non solo come appartenenza, ma come immagine e testimonianza dell’amore e della santità di Dio, come fu il caso della santa di Lisieux, ultima di nove figli: “Teresa realizza nel soprannaturale soltanto ciò che in qualche modo ha vissuto nel naturale. E nulla ella ha forse sperimentato in modo più intimo e travolgente dell’amore del padre e della madre. Per questo la sua immagine di Dio è determinata dall’amore filiale. In ultima analisi è a Luigi e Zelia Martin che dobbiamo la dottrina della piccola via, dell’infanzia spirituale, perché furono loro a rendere vivo e palpitante nel cuore di Teresa di Gesù Bambino il Dio che è più del padre e della madre” (H.U.von Balthasar, Sorelle nello spirito).

Luigi e Zelia, nell’unità e fedeltà del loro matrimonio, hanno offerto ai loro figli la testimonianza di una vita cristiana esemplare, compiendo i loro doveri quotidiani secondo lo spirito del Vangelo. Allevando una famiglia numerosa, segnata da prove, lutti (tre bambini volati in cielo nel primo anno di età, la madre morta quando Teresa ha solo quattro anni) e gravi sofferenze (il padre affetto da demenza cerebrale), questi santi genitori hanno manifestato la loro fiducia in Dio aderendo generosamente alla sua volontà.

Per questo Dio benedisse la loro grande famiglia, che la Chiesa ha posto sugli altari come un segno per tutte le famiglie: perché non abbiano paura di avere i bambini che Dio vorrà loro donare, ma abbiano piuttosto paura della decisione di non averne.

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* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

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ZENIT Staff

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