RU 486: la Geenna della vita

XXVI Domenica del Tempo Ordinario, 27 settembre 2009

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di padre Angelo del Favero*

ROMA, domenica, 27 settembre 2009 (ZENIT.org).- “Giovanni gli disse: ‘Maestro, abbiamo visto uno scacciare demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva’. Ma Gesù disse: ‘Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità vi dico, non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geenna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue’” (Mc 9, 38-43.45.47-48).

E ora a voi, ricchi: piangete e gridate per la sciagure che cadranno su di voi! (…) Sulla terra avete vissuto in mezzo a piaceri e delizie, e vi siete ingrassati per il giorno della strage. Avete condannato ed ucciso il giusto ed egli non vi ha opposto resistenza” (Gc 5,1.5-6).

Geenna è il nome dell’antica valle di Hinnon, a sud ovest di Gerusalemme, usato in un secondo tempo per indicare il luogo definitivo del giudizio e della pena. In questa valle si teneva il culto pagano del dio assiro Molok, consistente nel sacrificio dei bambini, diffuso anche in Israele (cfr, 2Re, 16,3; e il re Acaz). Per quest’abominio Dio punirà il suo popolo e la valle di Hinnon si chiamerà valle della strage (Ger 7,31-34: “Hanno costruito le alture di Tofet – il luogo dei sacrifici – nella valle di Ben-Innom, per bruciare nel fuoco i loro figli e le loro figlie..Perciò, ecco, verranno giorni nei quali non si chiamerà più Tofet né valle di Ben-Innom, ma valle della Strage.”).

Il concetto di Geenna si andrà distinguendo da quello della valle di Hinnon, divenendo nel N.T. sinonimo di pena ultima e definitiva conseguente al giudizio divino (Gesù ai farisei: “Serpenti, razza di vipere, come potrete sfuggire alla condanna della Geenna?” – Mt 23,33).

Gesù oggi nomina tre volte la Geenna per indicare quella separazione da Dio che il catechismo chiama “inferno”, consistente nel “fuoco” di un’eterna agonia: l’intollerabile privazione dell’Amore del Padre, Grembo eterno di ognuno di noi, Vita della vita dell’uomo.

L’inferno è l’esistenza sprofondata nel baratro eterno del “non-Amore”, essendo ormai tardi per afferrare la mano della Misericordia, protesa in vita fino all’ultimo istante, ma sempre rifiutata.

Il simbolo iconografico del fuoco da’ l’idea di un dolore urente, come il tormento di un’ustione sulla pelle, continuamente in atto. L’inferno è l’eterna “ustione” dell’essere, dolorosissima tortura dell’anima e del corpo risorto, che non sarà provocata da fiamme di fuoco fisico.

L’inferno si spiega con l’Amore. Infatti, poiché è l’Amore la vita dell’anima, il suo cibo essenziale e la sua beatitudine (essendo stata creata dall’Amore, per l’Amore e in vista dell’Amore sin dal primo istante dell’umano concepimento), ne segue che il tormento più profondo e intollerabile che ci sia per la persona umana è la separazione eterna, totale, irreversibile e cosciente dall’Amore. Questo è l’inferno, questo è il fuoco della Geenna di cui parla Gesù.

Potrei dire la stessa cosa affermando che l’inferno è vivere per sempre separati dalla Vita, è la vita senza Vita, la vita vissuta nella morte e la morte vissuta nella vita, la vita come morte perennemente in atto. L’inferno è il gelo eterno e privo di vita di un’esistenza senza mai nemmeno un raggio del “Sole che sorge”; è il deserto totale del non amore, arsura infuocata, sete inestinguibile. E’ la tenebra, l’odio, la morte che dicono per sempre al condannato: “poiché tu hai scelto liberamente di vivere così in vita, ora vivi così per sempre: tu in noi e noi in te”.

Soffermiamoci ora sul significato storico di Geenna: è il luogo dell’uccisione sacrificale dei figli al dio pagano, luogo intollerabile ed abominevole per il Dio trinitario dell’amore e della vita, Lui che è triplice Relazione sussistente di figliolanza divina. Comprendiamo allora che ovunque sulla Terra avvenga una strage di figli, questo è per il cuore del Padre un luogo e un momento di indicibile strazio.

Ed è soprattutto il peccato della vita rifiutata e soppressa nel grembo a far gemere il cuore di Dio, amante e creatore della vita. Il grembo materno, infatti, permette a Colui che è “Signore e da’ la vita”, di dare la vita ad una moltitudine di figli. Quanto sconfinato sia il dolore che si rinnova nel cuore di Dio ad ogni decisione di abortire, lo possiamo intuire immaginando e amplificando all’infinito divino il dolore delle madri di Betlemme, mentre stringono al seno il corpo insanguinato ed esanime del loro bambino, strappato e ucciso dalla spada di Erode.

L’aborto è il peccato che “distrugge” il cuore filiale del Padre, lo strazia e lo “fa morire”, poiché “proprio nella carne di ogni uomo, Cristo continua a rivelarsi e ad entrare in comunione con noi, così che il rifiuto della vita dell’uomo, nelle sue diverse forme, è realmente rifiuto di Cristo” (Evangelium Vitae, n° 104). E Cristo è il Figlio unigenito del Padre.

Sì, la spada di Erode, mentre uccide il bambino nel grembo materno, trapassa anche l’anima del Padre celeste, contemporaneamente a quella di Maria, Madre della Vita. Lo fa intendere in maniera impressionante un passo del profeta Geremia: “Le mie viscere, le mie viscere! Sono straziato. Mi scoppia il cuore in petto, mi batte forte…Stolto è il mio popolo: non mi conosce, sono figli insipienti, senza intelligenza; sono esperti nel fare il male, ma non sanno compiere il bene. (…)Sento un grido come di donna nei dolori, un urlo come di donna al primo parto;..che spasima e tende le mani: “Guai a me! La mia vita soccombe di fronte agli assassini” (Ger 4,19.22.31).

Che l’aborto sia causa di una profonda sofferenza in Dio, come un’intima lacerazione delle sue “viscere materne”, lo fa intendere anche l’evangelista Giovanni, affermando che il Verbo Figlio unigenito “è nel seno del Padre” (Gv 1,18). Perciò ogni attentato alla vita umana nel grembo si ripercuote “nel seno del Padre”, nella stessa Fonte eterna che ha generato quella vita.

Veniamo più precisamente al messaggio del Vangelo di oggi. Tante volte ho letto e meditato queste drastiche parole di Gesù: “Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile..E se il tuo piede..E se il tuo occhio..” (Mc 9,43s).

Oggi le comprendo alla luce sinistra della RU 486, e le comprendo così: se la tua mano sta per prendere il bicchiere per deglutire le pastiglie mortali, gettalo via!; se il tuo piede sta per mettersi in cammino verso l’ospedale che ti fornirà il mezzo per uccidere tuo figlio, fermati!; se il tuo occhio dovrà poi verificare nel bagno l’omicidio del tuo bambino abortito, non sia mai! Perchè il fatto stesso di ingerire il velen
o mortale della RU 486 ti separerebbe automaticamente dalla Vita, come un tralcio che si getta nel fuoco, e tu, con le due mani, con i due piedi e con i due occhi (cioè con tutta la tua persona), ti ritroveresti nella Geenna.

Sì, ma non pensare solo al fuoco dell’inferno nell’al di là, bensì anche alle conseguenze nell’al di qua: sarai da te stessa tagliata fuori dall’amore, tagliata fuori dalla vita, tagliata fuori dalla pace del cuore. Perciò: “E’ meglio per te entrare nella vita con una mano sola..con un piede solo..con un occhio solo anziché con due..nella Geenna”.

Cosa significano: una mano sola, un piede solo, un occhio solo? Significano l’aver accettato l’attuale momento difficile, questa situazione precaria, la rinuncia che in un primo momento ti ha fatto entrare nella tentazione di rifiutare la vita del bambino. Tutte cose reali, sacrifici concreti, disagi gravi, conseguenze dure e irreversibili. Ma l’alternativa è infinitamente più grande di ciò a cui si è rinunciato, è “entrare nella vita”. Cosa vuol dire?

Risponde Benedetto XVI: “La vita nel senso vero non la si ha in sé da soli, e neppure solo da sé: essa è una relazione. E la vita nella sua totalità è relazione con Colui che è la sorgente della vita. Se siamo in relazione con Colui che non muore, che è la Vita stessa e lo stesso Amore, allora siamo nella vita. Allora “viviamo” (Enciclica “Spe salvi”, n° 27).

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* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

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ZENIT Staff

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