Pace e dialogo interreligioso, chiavi del futuro dell'Africa

Parla sul Sinodo monsignor Isizoh, del Consiglio per il Dialogo Interreligioso

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CITTA’ DEL VATICANO, martedì, 1 settembre 2009 (ZENIT.org).- L’Africa può diventare un esempio per il resto del mondo per quanto riguarda la convivenza pacifica e il dialogo tra le religioni, soprattutto con l’islam.

Lo ha spiegato in un’intervista pubblicata da “L’Osservatore Romano” monsignor Chidi Denis Isizoh, membro del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, riferendosi ai temi che saranno trattati nel Sinodo Speciale per l’Africa, previsto per il mese di ottobre.

Monsignor Isizoh, originario della Nigeria, ha spiegato al quotidiano vaticano che l’esperienza di dialogo tra le religioni si vive quotidianamente in Africa, in tutti gli ambiti e a tutti i livelli, e che solo in alcuni Paesi esistono conflitti.

Secondo il presule, nella maggior parte dei luoghi, cristiani, animisti e musulmani vivono e lavorano insieme.

La religione in Africa, ha spiegato, “non è qualcosa di separato dalle altre attività dell’esistenza. È lo stile di vita”.

Il dialogo si basa sulla vita e sulla cooperazione, “in cui ogni persona esprime gli ideali della sua religione: essere buoni vicini, onesti, mostrare sollecitudine verso chi è in difficoltà, mettere denaro e capacità a disposizione del bene comune del villaggio, partecipare al processo decisionale per il progresso della società, cercare di lottare contro la criminalità”.

Concretamente, nel caso dell’islam, monsignor Isizoh ha sottolineato che i rapporti sono buoni nella maggior parte dei Paesi, e che il conflitto è un’eccezione. “Questa è una buona notizia che spesso non viene riportata dai mezzi di comunicazione sociale più importanti”, ha osservato.

Nei casi di conflitto, inoltre, spesso i leader politici e alcuni gruppi d’interesse “manipolano i sentimenti religiosi per raggiungere i propri obiettivi”.

“Il dialogo fra cristiani nei Paesi dell’Africa sub-sahariana ha un vantaggio importante – ha spiegato –. La religione tradizione africana offre un contesto socio-culturale che dà ai cristiani e ai musulmani l’opportunità di comprendersi”.

Questo dialogo, ha aggiunto, è necessario nell’istruzione, nella gestione pubblica, nella lotta alla povertà e per instaurare la moralità nella vita pubblica e privata.

Pace e sviluppo

Quanto al tema del Sinodo, “La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace”, monsignor Isizoh ha commentato che uno dei maggiori ostacoli che incontra oggi la pace nel continente è l’eredità del colonialismo.

“Per la maggior parte, i Paesi africani scontano le conseguenze della fusione bizzarra di differenti popolazioni – che i mezzi di comunicazione sociale definiscono spesso ‘gruppi tribali’ – operata dal colonialismo”.

Questa divisione arbitraria del territorio ha provocato sempre tensioni tra i popoli e lotte di potere per controllare le risorse, com’è evidente in Paesi come la Repubblica Democratica del Congo, la Nigeria o il Sudan.

“È vero che dopo così tanti anni i Paesi più piccoli e con meno gruppi etnici sono riusciti ad accettare questa unione forzata, ma i più grandi saranno costretti a negoziare e trovare compromessi ancora per molto tempo”, ha aggiunto.

E’ questo uno dei fattori di maggior ostacolo allo sviluppo di questi Paesi. Altri, ha segnalato il presule, sono “l’avidità, il desiderio di ricchezza immediata, la corruzione, l’inaffidabilità da parte dei leader”.

Lo sono anche la “fuga di cervelli” provocata dalla povertà, l’emigrazione e l’analfabetismo, così come le “condizioni inique del commercio internazionale”.

“Noi tutti preghiamo per il successo del secondo Sinodo dei Vescovi per l’Africa. La scelta del tema mostra quanto la Chiesa africana sia vitale nella sua responsabilità verso il continente”, ha concluso il presule.

La Chiesa, puntando sulla riconciliazione, “è la voce di chi non ha voce. Parla a nome degli oppressi e degli emarginati della società. Conduce le persone ferite alla riconciliazione. Il modo in cui farlo sarà probabilmente uno dei più importanti punti di discussione del prossimo Sinodo”.

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ZENIT Staff

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