La vita è un pane che si moltiplica

XVII Domenica del Tempo Ordinario, 26 luglio 2009

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di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 24 luglio 2009 (ZENIT.org).- “Dopo questi fatti, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea,..e lo seguiva una gran folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi.(…) Allora Gesù, alzati gli occhi,..disse a Filippo: ‘Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?’. Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: “Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo”. Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea fratello di Simon Pietro: ‘C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?’. Rispose Gesù: ‘Fateli sedere’. C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati disse ai suoi discepoli: ‘Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto’. Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: ‘Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!’. Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo” (Gv 6,1-15).

Che cosa vi è di più tragico, che cosa contraddice maggiormente la fede in un Dio buono e la fede in un redentore degli uomini che la fame dell’umanità? Il primo criterio di identificazione del Redentore, davanti al mondo e per il mondo, non dovrebbe essere quello di dare il pane e mettere fine alla fame di ogni uomo? Quando il popolo di Israele vagava nel deserto, Dio l’aveva nutrito mandando il pane dal cielo, la manna. Si credeva di poter riconoscere in questo un’immagine del tempo messianico: non doveva e non deve il Salvatore del mondo dimostrare la propria identità dando da mangiare a tutti? (Benedetto XVI, “Gesù di Nazaret”, pp. 53-54).

Le domande di papa Benedetto non si riferiscono solamente alla protesta degli Israeliti nel deserto, quando “Tutta la comunità mormorò contro Mosè e Aronne” dicendo: “Fossimo morti nella terra d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatto uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine.” (Es 16,2-3), ma sono anche voce della nostra spontanea obiezione nei confronti di un Dio-Provvidenza che, se indubbiamente nutre ogni giorno i passeri del cielo, non sembra direttamente curarsi con altrettanta sollecitudine dei suoi figli affamati, che a migliaia ogni giorno nel mondo continuano a morire per mancanza di pane.

Una responsabilità certamente divina, che tuttavia Dio ha affidato a tutti gli uomini, come fa intendere ancora Benedetto XVI nell’Enciclica “Caritas in veritate”: “Dare da mangiare agli affamati è un imperativo etico per la Chiesa universale, che risponde agli insegnamenti di solidarietà e di condivisione del suo Fondatore, il Signore Gesù” ( C. in V., n. 27). E’ questo un imprescindibile farsi prossimo che scaturisce dal Vangelo stesso, interpellando concretamente ogni persona di buona volontà, le cui orecchie un giorno udranno queste definitive parole: “Ho avuto fame e (non) mi avete dato da mangiare”(Mt 25,35.42).

Il messaggio del Vangelo di questa domenica, tuttavia, non si ferma qui, ma ci orienta a riconoscere il dramma di una denutrizione infinitamente più grave di quella alimentare, quanto lo è la perdita della vita eterna rispetto alla perdita della vita terrena. Partiamo da una domanda implicita nella stessa contestazione degli Israeliti nel deserto: qual’è il vero ed essenziale “nostro pane quotidiano”, se davvero crediamo che l’uomo non “è ciò che mangia”? In altre parole: di quale nutrimento ha bisogno la persona umana per vivere e crescere in maniera conforme alla sua soprannaturale dignità?

E’ questa la rivelazione dell’intero cap. 6 del Vangelo di Giovanni (che sarà letto per alcune settimane consecutive): grandiosa catechesi sul “vero cibo” e sulla “vera bevanda” per l’uomo di ogni tempo, da lui svolta come per ondate subentranti che sviluppano in progressiva altezza e profondità l’inesauribile e sublime mistero di Cristo “Pane di Dio..che..da’ la vita al mondo” (Gv 6,33).

Oggi vediamo Gesù che anticipa, sotto gli occhi di una gran folla, i gesti che compirà tra pochi intimi nel Cenacolo: “Prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti..” (Gv 6,11). Nell’Ultima Cena non ne avanzerà alcun pezzo, mentre qui ne vengono riempiti ben dodici canestri: un numero simbolico che accomuna i due banchetti nell’unico significato di tali pezzi avanzati e non gettati: buttarli sarebbe come scartare altrettanti pezzi d’oro purissimo, l’oro della sostanza del Corpo di Cristo.

Lo comprendiamo dal termine greco corrispondente (“klasmata”), che ricorda l’espressione “frazione del pane” con cui la Chiesa primitiva definiva l’Eucaristia: l’Eucaristia è Gesù, spezzato ed indiviso, distribuito in una miriade di piccole parti (“particole”), e tuttavia Corpo intero in ognuna di esse, Lui “il Tutto nel frammento”, Pane vivo del quale nemmeno una briciola va trascurata sull’altare.

Il sacerdote che sull’altare dice la Parola divina della consacrazione, intendendo fare in questo momento ciò che fa’ la Chiesa, sta di fronte al pane che tiene in mano come l’Angelo Gabriele stava davanti a Maria il giorno dell’Annunciazione. Prima di pronunciare le Parole: “Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi”, il sacerdote sa che la sostanza del pane sarà “spostata” dalla sua specie (Colui che spostò le acque del mare compie adesso un miracolo ben maggiore!), e che la sostanza della carne del Figlio di Maria sarà realmente presente tra le sue mani, come lo fu in Lei dopo l’assenso dato alle parole: “Concepirai un figlio” (Lc 1,31). Avvenuta la consacrazione, se l’Ostia santa sulla patena (o un suo frammento) parlasse, direbbe: “Sono proprio io!” (Lc 24,39), “sono Gesù! Questo è il mio corpo!”.

Se il concepito umano, un istante dopo la fecondazione, potesse parlare direbbe: “Sono io! sono un uomo, sono un figlio di Dio! Sono nato ora nel mondo, dopo essere stato concepito nel seno del Padre prima della creazione del mondo. D’ora in poi esisterò per sempre, perché ho ricevuto da Dio l’anima immortale. Io sono colui al quale voi, mamma e papà, darete il mio nome”.

Tutto ciò non deve lasciare perplesso nessuno. La parola “fecondazione”, nel caso della specie umana, dice molto più di un fenomeno biologico naturale. “Fecondazione!”: è una Parola che Dio stesso dice, quando lo spermatozoo maschile umano è entrato nell’ovocita femminile. Sì, “Fecondazione!” equivale a: “Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu” (Gen 1,2); equivale a: “Gesù gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. Il morto uscì(Gv 11,43-44); equivale a: “Gesù disse ad alta voce: “Fanciulla, alzati!”. La vita torno’ in lei e si alzo’ all’istante (Lc 8,54-55). “Fecondazione” è una parola che racchiude in sé una potenza eucaristica: fa’ essere ed esistere all’istante un uomo, “spostando” una sostanza semplicemente biologica in una sostanza personale.

Torna
ndo al Vangelo, vediamo in finale che Gesù, triste ed incompreso, solitario e silenzioso, si ritira sulla montagna, sfuggendo alla folla di tutti quelli che, oggi come allora, vanno alla ricerca del cibo materiale e finiscono per inciampare nello scandalo della fame, facendone il loro “voto di fiducia” per credergli. In fondo è in questo senso che, anche noi del 2009, facciamo nostre le obiezioni di Filippo e di Andrea, e dell’inserviente di Eliseo nel racconto parallelo della prima lettura: “Come posso mettere questo davanti a cento persone?” (2 Re,4,43). E’ l’obiezione “quantitativa” posta da coloro che, ignari della realtà profonda, spirituale dell’essere, non sanno cogliere un messaggio di verità che anzitutto è dato alla persona nella sua realtà vitale più essenziale.

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* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

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ZENIT Staff

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