di Mirko Testa


NAPOLI, venerdì, 13 febbraio 2009 (ZENIT.org).- Il riscatto del Sud non può che partire dal Sud stesso e avere il volto coraggioso e pieno di speranza dei giovani, sostiene il Cardinale Crescenzio Sepe, Arcivescovo di Napoli.

E' quanto ha detto in sintesi, questo mercoledì pomeriggio, il porporato introducendo i lavori del Convegno “Chiesa nel Sud, Chiese del Sud. Nel futuro da credenti responsabili”, promosso dalle Chiese delle cinque regioni meridionali a vent’anni dal documento dell'episcopato italiano, “Chiesa italiana e Mezzogiorno” e in corso fino al 13 febbraio a Napoli.

Nel suo discorso, il porporato ha gettato da subito uno sguardo alla situazione attuale, caratterizzata da “un tempo di estrema difficoltà, un tempo di incertezza e di sofferenza che vede ancora di più nel bisogno e nella precarietà le famiglie, i giovani, coloro che ogni giorno lottano per portare a casa il pane quotidiano, con onestà e con fatica, preoccupati di mantenere integra la propria dignità”.

Senza trascurare le difficoltà affrontate dall'intero Paese toccato dalla crisi economica e finanziaria, che ha investito l'intero pianeta, e “il fatto che la crisi del Mezzogiorno italiano – come  affermano molti analisti – deriva proprio dal mondo globalizzato”, le cui dinamiche sembrano escludere “localismi  fuori dal tempo e, forse, dalla storia”.

Tuttavia, di fronte all’“idea del fallimento” evocata da un Mezzogiorno, che appare privo di una identità monolitica e caratterizzato da una “fragile storia di frammentazione”, “le  Chiese del Sud non possono e non vogliono rassegnarsi, in nome del Vangelo che grida giustizia, pace e verità”, ha affermato con forza.

“Noi, insieme alla nostra gente, vogliamo essere protagonisti dello sviluppo del  territorio in cui viviamo e in cui hanno vissuto i nostri padri. Senza vergogna, senza nasconderci le difficoltà”.

“Noi – ha continuato – non abbiamo paura di accettare le sfide e le provocazioni che ci vengono dalla società globalizzata, né pensiamo di rinchiuderci nei confini gretti e mortificanti del disimpegno, né possiamo accettare devastanti catastrofismi che sono la matrice di fuga dalla realtà e, quindi, dalla speranza”.

“Siamo stati chiamati a diffondere la Parola che Gesù Cristo ci ha insegnato, ad annunciare il Vangelo della speranza nella terra nella quale vivono e soffrono i nostri figli”, ha proseguito.

“Come discepoli di Cristo, noi abbiamo la responsabilità di dare voce a coloro che non hanno voce o ne hanno poca – ha poi osservato –. Come Chiese del Sud, sentiamo il bisogno di essere dalla parte di chi soffre, di chi è ammutolito e non ha la forza di gridare il proprio riscatto”.

Il Cardinale ha quindi centrato il resto della suo intervento sui giovani che al Mezzogiorno “hanno dato sempre molto e, spesso, sono stati essi per primi a pagare i prezzi che la mancanza di lavoro, la sopraffazione della violenza organizzata, la rete di clientele, che li ha esclusi da ogni processo produttivo, ha imposto in modo sistematico e talvolta crudele”.

“Proprio al Sud è capitato spesso di dover scoprire il valore  dei nostri giovani nel momento in ci si sono fieramente opposti all’insorgere della malavita e non hanno esitato a scendere in piazza per far sentire la loro voce”, ha aggiunto.

“Abbiano ammirato il loro coraggio – ha continuato l'Arcivescovo di Napoli –, e vorremmo che non andasse disperso, ma che si trasformasse in una risorsa permanente di fiducia e di coraggio da mettere al servizio di una nuova stagione di riscatto”. 

“I giovani devono ritornare a essere il volto e l’anima di un meridione che non può fare a meno né della loro intelligenza, né delle loro braccia. E, soprattutto, non può fare a meno della loro speranza”, ha avvertito.

“I giovani sono chiamati a essere le vere 'sentinelle' della rinascita del Mezzogiorno”.

Per fare ciò, ha però poi precisato, occorre “correggere lo strabismo che ci ha portato a guardare altrove, sperando e credendo che l’unica possibilità di salvezza potesse arrivare solo dai ricchi nord del mondo; ritenendo che quei  modelli fossero i soli da inseguire; dimenticando che bisogna guardare nella direzione più congeniale alla identità e alla specificità dei nostri popoli”.

La soluzione sta nel “partire dal Sud per riscattare il Sud”, ha detto; nel “riscoprire la parola Sud, liberandola dalle negatività che le sono state gettate addosso”, e rivalutare il Sud “come bellezza, come calore, come spontaneità, come generosità, come capacità di affetti”, “come patrimonio umano, culturale e religioso, come intelligenza e vivacità, come terra di integrazione e di accoglienza”.

“ Dobbiamo recuperare le vie che ci sono proprie: la via della bellezza per raccontare, con nuovi linguaggi, all’uomo, sperduto nel deserto di proposte vuote e insignificanti, il Vangelo della speranza”, ha affermato.

“Contro i condizionamenti perversi della criminalità organizzata, contro la diffusione di comportamenti asociali, di fronte alla nuova e aggravata incidenza delle 'illegalità' diffuse, contro l’impoverimento del capitale umano, costretto a emigrare e a rivolgere altrove le proprie attese e le proprie capacità, il nostro grido si fa ancora più forte, oggi, in questa circostanza: Non rubate la speranza!”, ha quindi concluso.