STRASBURGO, giovedì, 8 luglio 2004 (ZENIT.org).- I delegati nazionali per le vocazioni in Europa si sono incontrati a Strasburgo dall'1 al 4 luglio scorso per riflettere sul tema: “Maestro buono che cosa devo fare? (Lc.18.1): Accompagnare i giovani nel loro cammino vocazionale”.

Secondo quanto riferito in un comunicato inviato dal Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa: “In questo anno dell'allargamento dell'Unione europea la scelta della città di Strasburgo è stata particolarmente simbolica”. Il primo giorno di lavori, infatti, i partecipanti di 25 paesi hanno avuto la possibilità di visitare il Parlamento europeo.

Per dare uno sguardo più da vicino ai diversi temi affrontati nel corso di questo incontro e alle problematiche, dal punto di vista della pastorale vocazionale, sollevate dall’ingresso nell’UE di 10 nuovi Stati membri, ZENIT ha intervistato il Coordinatore Nazionale della Conferenza dei Direttori per le Vocazioni Diocesane , il Padre irlandese, Kevin Doran.

Cos'è il Servizio Europeo delle Vocazioni (EVS)?

P. Kevin Doran: L’EVS (European Vocations Service) è una federazione di servizi nazionali per le vocazioni di diversi Paesi che rientrano nel CCEE (Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa).

Il lavoro congiunto è iniziato oltre venti anni fa, tra i Paesi di lingua francese, ed ha ricevuto nuovo impulso in seguito al Congresso continentale europeo sulle vocazioni che si è tenuto a Roma nel 1997, e che ha prodotto il documento “In Verbo Tuo” (Nuove vocazioni per una nuova Europa).

Questo documento è una sorta di statuto per il ministero delle vocazioni in Europa. L’EVS, nella sua attuale struttura è stato costituito cinque anni fa con il Dr. Rainer Birkenmaier della Germania come Coordinatore. Io sono stato eletto lo scorso anno a Varsavia per succedergli. L’Arcivescovo Alois Kothgasser di Salisburgo, che è stato delegato dalla CCEE ad assumere l’incarico per il ministero delle vocazioni, è il nostro Presidente ex officio.

Perché è importante promuovere una cultura vocazionale?

P. Kevin Doran: Il tema della cultura permea il pensiero di Papa Giovanni Paolo II. Potrebbe essere descritto come uno schema coerente di valori, atteggiamenti e modi di agire, che si riflette nella vita di una comunità o di una società.

L’idea di una cultura vocazionale è un argomento centrale nel documento “In Verbo Tuo”. Esso invoca un più stretto “collegamento tra Centro nazionale, Centri diocesani e organismi parrocchiali”, per la “promozione d'una autentica cultura vocazionale nella società civile ed ecclesiale” (n. 29).

Una cultura vocazionale si sviluppa quando una comunità inizia a rendersi conto sempre di più che la vita non è solo un caso bensì un dono che abbiamo ricevuto da Dio e che per sua natura richiede una risposta generosa da parte di ognuno.

L’amore di Dio che accompagna il dono diventa la ragion d’essere di ciò che siamo e di ciò che facciamo. Questo potrebbe iniziare in modo semplice con un rinnovato impegno per l’imitazione di Cristo nella routine della preghiera quotidiana, nell’amore reciproco e nella giustizia verso gli altri.

Ma la cultura vocazionale comprende anche impegni più specifici e più radicali quali il matrimonio cristiano, il sacerdozio e la vita consacrata, in armonia con la diversità dei doni che ogni persona ha ricevuto. È molto più difficile tener fede ad un impegno così radicale senza una positiva motivazione e una coerente visione della vita.

Di cosa si è discusso all’ EuVocatio 2004 di Strasburgo?

P. Kevin Doran: Già nell’incontro di Varsavia dello scorso anno abbiamo ricordato che il ministero vocazionale deve essere parte integrante della strategia pastorale globale della Chiesa. E questo in quanto, come accennavo, l’intera missione della Chiesa è di aiutare le persone a riconoscere e rispondere al dono di Dio. Abbiamo quindi deciso di concentrarci quest’anno sul nesso tra ministero vocazionale e la cura pastorale dei giovani.

Il tema generale che abbiamo scelto per la Conferenza è “Padre buono cosa devo fare?”. È la domanda che il giovane ricco pone a Gesù nel vangelo di S. Matteo e riflette in una certa misura la domanda che i giovani di tutto il mondo pongono, anche se non riconoscono espressamente Gesù: Cosa devo fare per essere veramente felice?

Padre Michael Kuhn è responsabile per il ministero dei giovani per conto della Conferenza Episcopale Tedesca. Il titolo della sua presentazione è stato preso dalla frase di apertura della "Gaudium et Spes", la costituzione pastorale del Vaticano II sulla Chiesa nel mondo moderno: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi (...) sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo”.

Lo abbiamo invitato a riflettere con noi sulle speranze dei giovani di oggi. Egli ha illustrato le conclusioni di una ricerca sociologica che suggerisce che per la maggior parte dei giovani di oggi la ricerca del significato si esprime nel desiderio di avere successo, di avere il maggior numero di esperienze possibili e di godere della vita.

Egli ha ritenuto che vi è qualche prova di un ritorno verso alcuni dei valori più tradizionali tra cui la centralità della famiglia. Precedentemente, nella stessa giornata, Padre Gilbert Caffin, che ha lavorato per lungo tempo nel campo dell’educazione cattolica presso il Consiglio d’Europa, aveva parlato negli stessi termini.

Egli aveva spiegato che il crescente multiculturalismo dell’Europa, la crescente complessità della società e la carenza occupazionale in tutta l’area ha avuto un significativo impatto sui giovani, rendendo meno facile per loro prendere impegni o pensare in termini di progetti comuni.

La paura di prendere impegni, specialmente di lungo termine, ha chiaramente implicazioni significative per la Chiesa, sia nei confronti del matrimonio, sia rispetto alle vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa. Ha una risonanza anche in molti altri aspetti della vita sociale. Ma i giovani temono una vita priva di significato ancor di più quanto temano l’impegno.

Abbiamo invitato il Padre Riccardo Tonelli a spiegarci in che modo il vangelo incide nell’esperienza dei giovani di oggi. Il titolo del suo intervento è stato “Gesù lo guardò e lo amò” (Questa fu la reazione di Gesù al giovane ricco con tutta la sua bontà e tutti i suoi timori). Il vangelo, ha spiegato Padre Tonelli, ci permette di riscoprire la nostra identità nella persona di Gesù, che ci chiama a stabilire una relazione con lui e ci invita ad impegnarci a fianco a Lui al servizio della vita. Questo è un progetto che dà significato e sintesi in un mondo che altrimenti appare assai frammentato.

Quattro brevi presentazioni ci hanno aiutato a dimostrare come la teoria può essere messa in pratica. Padre Jacques Annelli e Padre Marek Dzwiezki hanno descritto i progetti portati avanti dai servizi nazionali per le vocazioni della Polonia che contribuiscono ad uno sviluppo della cultura della vocazione.

Jean-Luc Pradels ha parlato della possibilità per i giovani di impegnarsi per un anno di servizio volontario nel corso del quale possone essere seguiti personalmente al fine di approfondire la conoscenza di se stessi e del significato della propria esistenza. Suor Katjia Roncalli ha raccontato come un gruppo di giovani suore francescane ha sviluppato un programma che consente di offrire informazioni inerenti alla fede e una guida voc azionale ad un gran numero di giovani ad Assisi e in una serie di altri centri in Italia.

In che modo l’allargamento dell’Europa a 10 nuove nazioni si ripercuote sul vostro lavoro e sulla presenza dei cattolici in Europa?

P. Kevin Doran: Venticinque Paesi erano rappresentati al Congresso dell’EVS - il numero più alto registrato finora alle nostre conferenze - dalla Bielorussia a Malta, dall’Albania all’Irlanda.

Comprensibilmente, le sfide che la Chiesa affronta nella pastorale vocazionale sono alquanto diverse in ognuno di questi Paesi. La Chiesa in Occidente ha molte risorse che la Chiesa orientale non ha. Ha avuto l’opportunità di svilupparsi in un certo grado li libertà, ma sembra ora un po’ stanca e bisognosa di rinnovamento.

Tuttavia in Oriente la Chiesa gode di una freschezza e di un’energia che scaturisce da cinquant’anni di sofferenza. In Scandinavia la Chiesa rappresenta solo una piccolissima parte della popolazione. Con questo alto grado di diversità, l’EVS non ritiene di dover svolgere un ruolo di programmazione di iniziative specifiche per tutta l’Europa.

Ciò che desideriamo è di condividere le nostre esperienze e di approfondire insieme alcune questioni suscettibili di trovare applicazione nei nostri Paesi. Nonostante le molte differenze tra di noi, abbiamo visto che possiamo imparare l’uno dall’altro perché siamo uniti dalla fede in Gesù e dal desiderio di proclamare la sua Parola ad una nuova generazione di europei.