Dona Adesso

P. François-Marie Léthel ocd, (Video "Speranza") - Foto (Screenshot) © Comunità dei Carmelitani del Teresianum

Vivere l’Eucaristia nel tempo del coronavirus

Una riflessione di p. François-Marie Léthel ocd

Scrivo questo testo a Roma il 27 marzo 2020, dopo tre settimane di confinamento nella nostra comunità dei Carmelitani del Teresianum. Condivido la vita dei nostri 25 giovani fratelli del Collegio Internazionale San Giovanni della Croce, provenienti dalle diverse parti del mondo. Viviamo una forte esperienza spirituale di clausura, come le nostre sorelle carmelitane, in un’intensa e semplice vita quotidiana di preghiera, di fraternità e di studio.

Non possiamo uscire a causa del contagio, rispettando pienamente tutte le giuste e coraggiose decisioni del Governo Italiano, condivise dai Vescovi che hanno sospeso tutte le celebrazioni e principalmente tutte le Messe, domenicali e feriali, con il Popolo. Tuttavia, la prima decisione di chiudere tutte le chiese di Roma, che era troppo dolorosa per la gente, è stata annullata dal Cardinale Vicario d’accordo con Papa Francesco e con il suo elemosiniere (delegato per i poveri), il cardinale Krajewski, che aveva fatto il gesto profetico di aprire la sua Chiesa ai poveri (sempre rispettando le norme di sicurezza).

Così le chiese di Roma rimangono aperte, e come sono molte, i fedeli hanno ancora qualche possibilità di entrare ogni tanto nella più vicina al loro domicilio quando escono di casa per le spese alimentari. Possono pregare davanti al Tabernacolo e anche chiedere individualmente la comunione ai sacerdoti. Molti sacerdoti accettano, sempre in pieno rispetto delle esigenze attuali: Solo comunione nella mano, dopo che lo stesso sacerdote si è disinfettato le mani.

La più grande sofferenza dei laici è la privazione dell’Eucaristia, soprattutto per i più impegnati che vivevano la messa e la comunione quotidiana come il cuore della loro vita. Papa Francesco sostiene la loro fede, invitandoli a seguire tramite la televisione la Messa che concelebra ogni giorno alle 7 del mattino nella sua cappella di Santa Marta, con 2 o tre sacerdoti che vivono con lui e le poche religiose che sono al suo servizio. Offre il Santo Sacrificio di Gesù per tutti, per tutto il mondo, e invita i fedeli che seguono la Messa a fare la comunione spirituale.

Lo stesso Papa Francesco ha invitato i sacerdoti a essere vicini ai fedeli tanto provati e anche a portare la comunione ai malati, ciò che è molto difficile nelle condizioni attuali e quasi impossibile per i malati di coronavirus. I malati più gravi sono nei servizi di terapia intensiva, intubati, totalmente isolati, serviti eroicamente dai medici dalle infermiere e da tutto il personale ospedaliero. Molti di loro sono stati contagiati e sono morti. Migliaia di malati sono già morti in condizioni estreme di sofferenza e di solitudine, senza la presenza dei familiari, senza l’assistenza del sacerdote e il dono dei Sacramenti della Riconciliazione, dell’unzione degli infermi e dell’Eucaristia.

Invece, nella nostra comunità, siamo 6 sacerdoti. Come il Papa, concelebriamo ogni giorno la Messa a porte chiuse, solo con i nostri giovani fratelli, sempre nel rispetto delle norme (distanza, comunione nella mano dopo disinfezione delle mani del presidente che distribuisce la comunione, comunione sotto le due specie solo per i sacerdoti e per intinzione). Viviamo la celebrazione e la comunione non come un “lusso spirituale”, ma come un impegno forte di solidarietà e di vicinanza orante con tutti i fedeli che non possono più vivere l’Eucaristia in questo periodo.

Come la nostra Sorella Teresa di Lisieux, Patrona delle Missioni, crediamo alla potenza della preghiera per tutta l’umanità che soffre, per i malati, i moribondi e i defunti, per i medici e le infermiere, per tutte le famiglie duramente provate da questo confinamento, e specialmente i governanti, le forze dell’ordine e tutte le persone che devono lavorare fuori casa e sono più esposte al pericolo.. Dobbiamo esser come lei “il piccolo Mosé” che prega con le mani alzate sulla montagna mentre i l’esercito combatte nella pianura (cf Es, 17, 8-12). Perché, come molti l’hanno giustamente detto, siamo in un tempo di guerra una nuova guerra mondiale, e questa volta si può parlare di “una guerra giusta”, perché lottiamo non contro dei fratelli umani, ma contro un nemico invisibile e disumano, questo virus, che dobbiamo vincere con le armi della fede e della ragione.

Più che mai, bisogna ricordare che la fede non va mai contro la ragione, questa ragione che guida i governanti, i medici e gli scienziati per lottare contro il nemico e finalmente vincerlo. Sarebbe un peccato grave non rispettare queste regole ragionevoli del confinamento, mettendo in pericolo non solo la propria vita, ma soprattutto la vita degli altri. Certo dobbiamo pregare con fiducia, senza dubitare dell’Onnipotenza di Dio, chiedendo anche miracoli di guarigione, e perché finisca presto questa tragedia. Come Teresa di Lisieux e tutti i santi, dobbiamo fissare continuamente in nostro sguardo su Gesù, chiedendo a Maria di condividere il suo sguardo di fede, speranza e amore quando l’ha visto soffrire e morire sulla Croce per la salvezza di tutti gli uomini.

Con Maria, dobbiamo contemplare Gesù Risorto, con la certezza che la morte non è l’ultima parola. E con la Chiesa, più che mai dobbiamo alzare lo sguardo verso i Cielo, contemplando Maria nella Gloria del suo Figlio, con tutti i santi conosciuti e sconosciuti, con la piena fiducia che la sofferenza innocente dei malati e dei morenti, unita alla sofferenza redentrice di Gesù, apre loro la porta del Cielo. Come Teresa di Lisieux, preghiamo ogni giorno per la salvezza eterna di tutte le anime dei defunti, che nessuna sia perduta per sempre.

Come gli altri fedeli, cerchiamo anche di usare al massimo i mezzi di comunicazione per raggiungere i nostri fratelli: Telefono, skype, WhatsApp. Abbiamo fatto con i nostri giovani carmelitani un video già ampiamente diffuso su YouTube (youtu.be/Q-zOk1F6Md0).

Siamo in tempo di guerra, e sarebbe urgente adattare ancora di più la pastorale eucaristica a questa situazione, cercando vie nuove e eccezionali per avvicinare Gesù Eucaristia ai fedeli, come lo facevano i cappellani militari portando la comunione ai soldati, specialmente ai feriti e morenti, spesso a rischio della propria vita.

Abbiamo tanti esempi di santi sacerdoti che hanno dato la vita per essere vicini ai fratelli nel pericolo. Già molti sono morti in Italia in questi ultimi giorni. Nel passato, possiamo ricordare la figura luminosa di san Giovanni Eudes (candidato ad essere dichiarato Dottore della Chiesa) nel XVII° secolo in Francia. Da giovane sacerdote, quando la peste (ancora più letale del coronavirus) era scoppiata in Normandia, aveva ottenuto dal suo Superiore il P. Pierre de Bérulle, il permesso di andare a vivere in mezzo agli appestati. Ogni giorno, con un altro santo sacerdote di questa regione, celebrava la Messa e caricava di ostie consacrate una piccola scatola di ferro che portava al collo per dare la comunione ai malati e ai morenti. Alla fine della sua lunga vita, conservava questa scatola di ferro come una preziosa reliquia!

Più recentemente, abbiamo l’esempio del Venerabile cardinale vietnamita François-Xavier Nguyen Van Thuân, che è rimasto 13 anni in carcere, al tempo della persecuzione comunista. E’ riuscito a celebrare l’Eucaristia ogni giorno nelle condizioni più estreme, con tre gocce di vino nel palmo di una mano, una piccola ostia nell’altra, conservando continuamente un’ostia consacrata nella tasca della sua camicia. Per un altro sacerdote prigioniero, aveva fabbricato un anello di ferro che era un “mini tabernacolo”, con un frammento di ostia consacrata. Ai prigionieri cattolici, dava una riserva di ostie consacrate in pacchi di sigarette, perché potessero continuare a vivere l’adorazione e la comunione. Durante questo periodo di persecuzione i vescovi vietnamiti avevano dato ai laici di fiducia il permesso di custodire l’Eucaristia per portarla nelle zone dove i sacerdoti non potevano penetrare. In una delle sue preghiere scritte in carcere, Mons. Van Thuan diceva a Gesù Eucaristia: “Ti porto con me giorno e notte”. Questa vicinanza continua con Gesù lo aiutava a perdonare, ad amare eroicamente i nemici, a tal punto che i suoi carcerieri comunisti diventavano i suoi amici! Affermava: “La mia sola forza è l’Eucaristia”. Era già lo stesso al momento della Rivoluzione Francese, quando molte donne coraggiose, laiche o religiose, custodivano l’Eucaristia.

L’Eucaristia è stata al cuore della vita e del magistero del santo Papa Paolo VI. Nella grande crisi del dopo Concilio (1968), ha difeso la verità della fede eucaristica (Sacrificio e Presenza Reale) cercando di promuovere nel Popolo di Dio l’Amore di Gesù Eucaristia nella celebrazione liturgica come nell’adorazione eucaristica. Si è sforzato di rendere Gesù Eucaristia più vicino ai fedeli quando ha permesso la comunione nella mano e quando ha istituito i ministri straordinari dell’Eucaristia, uomini e donne incaricati di distribuire la comunione e di portarla ai malati e anziani. Paolo VI ha veramente messo Gesù Eucaristia nelle mani dei fedeli, perché sia più vicino a tutti, specialmente ai sofferenti. Negli stessi anni, un’umile laica cooperatrice salesiana, Vera Grita (adesso in via di beatificazione), sperimentava questa meravigliosa vicinanza di Gesù Eucaristia che vuole fare di ogni fedele un vero “Tabernacolo Vivente”.

Nello spirito di Papa Francesco che lotta contro ogni forma di clericalismo, è più che mai necessario, in questa situazione drammatica, ricordare che noi sacerdoti, siamo ministri, cioè servitori dell’Eucaristia per il Popolo di Dio, e non padroni e proprietari. Dobbiamo, in comunione con i Vescovi, inventare delle vie nuove ed eccezionali per avvicinare ai fedeli la consolazione della presenza di Gesù Eucaristia, per la comunione e l’adorazione, nella misura del possibile, rispettando sempre tutte le norme di sicurezza.

Riguardo a questa dolorosa privazione dell’Eucaristia, sarebbe meglio non parlare di “digiuno eucaristico” (come si fa spesso oggi), perché questa espressione tradizionale significa al contrario privarsi di qualunque cibo per ricevere il cibo eucaristico. E’ meglio dunque parlare della privazione dell’Eucaristia, senza imporre a tutto il Popolo di Dio l’idea di un “digiuno”, come se la comunione quotidiana fosse un’esagerazione di cibo, un lusso spirituale, di cui sarebbe meglio astenersi. Questa concezione discutibile si è molto diffusa in Francia e in Italia (ne avevo già fatto l’esperienza 50 anni fa). Invece, da più di un secolo, con i decreti di san Pio X a favore della comunione quotidiana (1905), tutti i santi recenti sono stati dei santi dell’Eucaristia quotidiana. Prima di lui, Teresa di Lisieux insisteva, non tanto sul nostro desiderio di ricevere Gesù, ma sul suo desiderio di darsi a noi, per vivere in noi e con noi e unirci a Lui.

About François-Marie Léthel

Share this Entry

Sostieni ZENIT

Se questo articolo ti è piaciuto puoi aiutare ZENIT a crescere con una donazione