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Vatileaks 2. Condannati Balda e Chaouqui. Prosciolti Nuzzi e Fittipaldi, assolto Maio

Pene ridotte per il monsignore e la pr. Il Tribunale vaticano fa crollare l’accusa di associazione a delinquere, ma resta in piedi quella di divulgazione di documenti: 18 mesi a Balda e 10 a Chaoqui (pena sospesa). Assoluzione piena per Nicola Maio. Giornalisti prosciolti “per difetto di giurisdizione”

Condannato per divulgazione di documenti a 18 mesi di reclusione mons. Vallejo Balda, condannata a 10 mesi Francesca Immacolata Chaouqui con pena sospesa per 5 anni. Crolla il reato di associazione a delinquere “perché il fatto non è stato commesso”, ma entrambi sono condannati al risarcimento delle spese processuali. Assolto il collaboratore del prelato, Nicola Maio, e prosciolti i due giornalisti Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi “per difetto di giurisdizione”. Questa la sentenza di primo grado pronunciata alle 17.20 di oggi pomeriggio dal presidente del Tribunale vaticano Giuseppe Dalla Torre, dopo circa cinque ore di Camera di Consiglio.

 

Si conclude così una pagina nera di storia vaticana rimasta agli annali come Vatileaks 2, che ha visto per la seconda volta la fuga e divulgazione di documenti riservati del Papa e della Santa Sede. Una vicenda che, al contrario di quella del 2012, non ha avuto come protagonista solo un maggiordomo traditore, bensì tre funzionari vaticani: Vallejo e Chaouqui, entrambi nominati dal Papa membri della Cosea, la commissione istituita per la riforma delle finanze vaticane durata neanche un anno, e Nicola Maio, il timido e fido assistente del monsignore nella Prefettura degli Affari economici. Coinvolti anche due giornalisti italiani, Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi, autori rispettivamente di Via Crucis Avarizia, i due best seller di Chiarelettere e Feltrinelli nei quali sono confluiti i documenti trafugati, ora assolti dal Tribunale che ha riconosciuto il proprio “difetto di giurisdizione”, salvaguardando “il diritto divino della libertà di manifestazione del pensiero e della libertà di stampa” previsto nell’ordinamento giuridico vaticano.

Una spy story all’ombra del Cupolone che inizialmente ha appassionato e sbigottito l’opinione pubblica che si domandava come fosse stato possibile che un caso simile accadesse sotto il pontificato di Francesco, il Papa “venuto dalla fine del mondo” che della riforma della Chiesa ha fatto il suo baluardo. Lo stesso Pontefice era intervenuto a muso duro contro questa storia, affermando nell’Angelus dell’8 novembre 2015, pochi giorni dopo l’arresto di Vallejo e Chaouqui a fine ottobre e tre giorni dopo la pubblicazione dei due libri: “Rubare quei documenti è un reato, un atto deplorevole che non aiuta. Questo triste fatto non mi distoglie certamente da lavoro di riforma che stiamo portando avanti con i miei collaboratori”.

Tante le ipotesi consumatesi nei primi giorni dallo scoppio dello scandalo: un desiderio di rivalsa da parte dei due che hanno visto vanificare il loro lavoro in Cosea e, poi, chiudersi in faccia le porte di due importanti Dicasteri? Un modo strampalato di ‘aiutare’ il Papa nella sua opera di riforma contro chi voleva sabotarla? O un cedimento del monsignore, già psicologicamente instabile come accertato nelle perizie, su spinta della pr calabrese?

La verità è venuta più o meno a galla in questi otto mesi di processo, durante i quali, oltre alle relazioni personali e telematiche tra i cinque imputati, sono emersi particolari morbosi, minacce, pressioni, messaggi Whatsapp dai toni hard, testimonianze di dipendenti vaticani a volte anche comiche, retroscena da romanzo d’appendice.

Tanti i nomi coinvolti nel processo: cardinali e vescovi, alcuni chiamati pure a testimoniare (come Parolin e Abril y Castillò) che però poi non si sono presentati; mons. Becciu accusato da Chaouqui di essere la “manina” che tirava i fili del processo; Luigi Bisignani che compariva in importanti cene ad avvalorare l’ipotesi di un “mondo oscuro” alle spalle di Nuzzi e Chaouqui; Paolo Berlusconi che nelle stesse cene faceva giochi di prestigio; Paolo Mieli, ex direttore del Corriere della Sera, che dal banco dei testimoni forniva lezioni di giornalismo. E ancora: la mafia cinese, i Servizi Segreti italiani, l’Opus Dei, i genitori di Renzi, e tanti, tanti altri.

Una girandola di volti e situazioni, scandita da password rubate, materiale sui conti delle Cause dei Santi, sullo Ior, sulle circolari interne al Vaticano; documenti trafugati, fotocopiati, venduti, ma poi spariti o mai pubblicati, microspie negli uffici, pesci rossi ‘mafiosi’, torte che nascondevano iphone, rosari-party sulla terrazza dell’Apsa, memoriali con rivelazioni sessuali, insulti di borgata lanciati via sms.

Tutto a formare un procedimento penale accusato di essere una “farsa” da molti (a volte, dagli stessi imputati) o “contro la libertà di stampa” da una Santa Sede oscurantista che voleva mettere a tacere i due giornalisti che rivelavano enormi scandali in realtà già notori. Laddove la libertà di stampa non è mai stata presa in considerazione dal momento che si indagava su persone che “all’interno della Prefettura per gli affari economici e di Cosea si associavano tra loro formando un sodalizio criminale organizzato, dotato di una sua composizione e struttura autonoma, allo scopo di commettere più delitti di divulgazione di notizie e documenti concernenti gli interessi fondamentali della Santa Sede e dello Stato”, come si leggeva nel rinvio a giudizio del 24 novembre disposto dal Pm. Ai due giornalisti si imputava di essersi “illegittimamente procurati” e successivamente aver rivelato “notizie e documenti concernenti gli interessi fondamentali della Santa Sede e dello Stato”.

Un processo che, nonostante i tempi lunghi – causati anche dalle condizioni di salute della Chaouqui, da poco incinta al momento dell’arresto e mamma di Pietro Elijah Antonio dal 14 giugno scorso – ha visto emergere un lavoro puntiglioso ed equilibrato da parte di giudici di specchiata fame, guidati dall’acuto presidente della Corte Giuseppe Dalla Torre.

Non è ancora chiaro come verrà effettivamente applicata la sentenza di oggi o se ci saranno ricorsi in appello (l’ordinamento vaticano prevede tre gradi di giudizio), ciò che è evidente è che la Santa Sede ha voluto lanciare un messaggio forte e cioè che la misericordia – nell’Anno Santo ad essa dedicata – va di pari passo con la giustizia. Un messaggio rivolto specialmente a chi all’interno del Vaticano vive, agisce e lavora. Nella speranza che ai corvi che aleggiano tra le mura leonine vengano tarpate le ali. Una volta per tutte.

About Salvatore Cernuzio

Crotone, Italia Laurea triennale in Scienze della comunicazione, informazione e marketing e Laurea specialistica in Editoria e Giornalismo presso l'Università LUMSA di Roma. Radio Vaticana. Roma Sette. "Ecclesia in Urbe". Ufficio Comunicazioni sociali del Vicariato di Roma. Secondo classificato nella categoria Giovani della II edizione del Premio Giuseppe De Carli per l'informazione religiosa

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