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San Francesco e il Sultano, opera di Luigi & Kate Agnelli 2019 - Foto © Luigi & Kate Agnelli

San Francesco e il sultano nella scuola

Ottocento anni dall’incontro tra san Francesco e il sultano

Ricorrono ottocento anni dall’incontro tra san Francesco e il sultano e tale avvenimento acquista un alto significato nell’attuale società sempre più multiculturale e interreligiosa. Ed ecco che quel clima di semplice rispetto con cui è presentata l’iniziativa dell’Assisiate diventa ispiratrice – a volte anche in modo implicito – di gesti quotidiani come quello che Roberto Contu narra nel suo recente libro Insegnanti (il più e il meglio)  (Perugia 2019).

 

Mercoledì mattina, fine della terza ora.

È iniziato il mese del Ramadan ed è iniziato anche per i tanti studenti musulmani che frequentano la mia scuola. Suona la ricreazione e come spesso faccio resto seduto a finire di compilare il registro. Con la coda dell’occhio noto alcuni miei alunni attorniare un loro amico, discutere con lui animati ma sorridenti. Senza alzare lo sguardo dalla tastiera riesco a capire che lo studente, peraltro molto bravo e già dall’anno precedente attore positivo nelle dinamiche relazionali della classe, è impegnato in un confronto sul fatto che, da musulmano, abbia iniziato a digiunare. Mostra un po’ d’imbarazzo ma comunque anche lui è sorridente.

Le domande degli altri sono quelle che qualsiasi sedicenne oggi potrebbe fare: «ma perché lo fate», «ma non ti viene sete», «ma non ti viene fame», «ma come fai con gli allenamenti» e via dicendo. Anche i volti sono quelli che oggi, nella quotidianità della vita scolastica, noto nella stragrande maggioranza dei casi nell’incontro con realtà di questo tipo: il più delle volte sereni e se giudicanti, in fondo, con senso del rispetto o meglio della normalità. Proprio in quel momento però mi rendo conto che se le domande banali dei miei ragazzi sono quelle per me scontate, molto meno scontati lo sono i loro sorrisi rispettosi.

Proprio questa percezione mi porta a riflettere per l’ennesima volta su quanto ormai sia grande la voragine tra un certo tipo di narrazione apocalittica e catastrofica di un mondo che sta profondamente mutando (come dall’inizio dei tempi, a ben vedere) e la normale e prosaica quotidianità di luoghi come la scuola in cui questi processi si sostanziano realmente, in fondo infischiandosene del loro racconto mediatico.

La sensazione, anche in questo caso, è quella forte di come un modo comunicativo polarizzante, aggressivo e semplificatorio di raccontare e quindi vivere la realtà sia divenuto (falso) referto della realtà intera. Di contro i volti sereni dei miei ragazzi mi stanno di nuovo dicendo come fenomeni complessi si incanalino nei tragitti lenti e carsici della quotidianità, con andamenti spesso nemmeno troppo burrascosi ma anzi, proprio come un torrente che finisce per diventare fiume, senza rilevanti apparenze di violente discontinuità.

Quando diciassette anni fa sono entrato a scuola percepivo criticità sul tema dell’integrazione. Oggi sono felice di constatare essersi decisamente modificate in meglio; ne sono subentrate altre, certo, ma oggi vedo molti più ragazzi abituati alla normalità dell’incontro con il diverso, ormai divenuto per molti parte della propria semplice e sacrosanta quotidianità.

Anche il Ramadan nelle nostre scuole fa parte di questa quotidianità, così come ne fanno parte tutte le infinite rifrazioni di un mondo che cambia, ma non per questo ormai alla deriva o peggio senza più speranza.

Tutt’altro.

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