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© Patriarcato di Gerusalemme dei Latini

Padre Pizzaballa vescovo, una liturgia solenne dal respiro ecumenico

La celebrazione presieduta dal card. Sandri, alla presenza di numerosi nunzi del Medio Oriente: “Sia il tuo episcopato ministero di luce, senza paura delle sfide”

Una Chiesa che non ha confini. È l’esperienza che si è respirata ieri e oggi nella diocesi di Bergamo, per l’ordinazione episcopale di Pierbattista Pizzaballa, arcivescovo e amministratore apostolico del Patriarcato di Gerusalemme dei latini. La cattedrale della diocesi lombarda si è dilatata ad un respiro ecumenico, dando spazio a quella Chiesa che non ha confini, e che anticipa la Città celeste. A cominciare dal canto “Rallegrati Gerusalemme, accogli i tuoi figli nelle tue mura”, che ha accompagnato la processione d’ingresso della liturgia di ordinazione episcopale di mons. Pizzaballa.

Una celebrazione presieduta dal cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, e concelebrata da mons. Fouad Twal, Patriarca emerito di Gerusalemme, da mons. Francesco Beschi, vescovo di Bergamo, insieme a circa altri 30 vescovi; tra loro nunzi apostolici di Medio Oriente (Israele e Palestina; Giordania; Libano), il Vicario Apostolico dell’Arabia e quello di Istanbul, ma anche di Cuba, Singapore, Canada.

Nel duomo oltre a familiari e amici, a moltissimi sacerdoti, ai frati minori con il Custode p. Francesco Patton e il Ministro Generale Perry, oltre ai Cavalieri del Santo Sepolcro, anche diversi fedeli giunti dalla Terra Santa per pregare per e con mons. Pizzaballa, che papa Francesco il 24 giugno scorso ha nominato amministratore apostolico del Patriarcato di Gerusalemme dei latini. Per questo, il Vangelo è risuonato anche in lingua araba, cantato da un diacono maronita, facendo presente alla comunità locale la portata del ministero che attende Pizzaballa, nella terra del Signore. Tra gli ospiti era presente pure una rappresentante della comunità di espressione ebraica di Gerusalemme, di cui il francescano era stato responsabile.

Nel suo saluto il vescovo di Bergamo mons. Beschi ha ricordato come 110 anni fa, proprio in questi giorni, il giovane sacerdote Roncalli e futuro santo Papa Giovanni XXIII, nativo della città, visitava da pellegrino la Terra Santa, e le parole toccanti da lui dedicate a Gerusalemme.

Al centro della omelia del cardinal Sandri, la frase tratta dalla Seconda Lettera ai Corinzi che l’arcivescovo ha scelto come motto episcopale: “Ti basta la mia grazia”. “Una espressione ben lungi da un vago sentimentalismo o da una fede disincarnata”, ha osservato il prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, ma nata invece dalle esperienze dolorose vissute da san Paolo, che in essa “esprime la percezione che Cristo è il Signore”.

Nella fede vogliamo rinnovare la consapevolezza che in Terra Santa, ha proseguito, “sotto le macerie frutto dei peccati, delle violenze e delle miopie di molti uomini e di molti poteri del mondo, è rimasta la sorgente posta da Dio, che zampilla per dare sollievo e fecondità. È la presenza stessa di Gesù che è il Vivente”. Il cardinale ha poi dato alcune indicazioni a sacerdoti e fedeli: “Guidati dal Vescovo, dovranno avere ogni giorno il coraggio di scavare più in profondità dentro il proprio cuore, attraverso le vicende della storia, per ritrovare il Cristo che ne è il Signore”.

Allora la comunità cristiana di Terra Santa continuerà ad essere dono per tutti, per coloro che abitano quei luoghi da secoli, ma anche per i pellegrini e per le migliaia di lavoratori migranti che ormai ne fanno stabilmente parte. “L’unico strumento nelle nostre mani per evitare che i cristiani emigrino dal Medio Oriente, o vengano fatti uscire da progetti non chiari, – ha esortato Sandri – è trovare sempre forme antiche e nuove per essere chiesa in uscita, che ha a cuore la promozione di spazi di incontro e riconciliazione”.

Una liturgia solenne ma ricca di segni quella della ordinazione episcopale; tra i momenti più toccanti la consegna del pastorale e della tiara che rendono visivamente la novità dell’incarico del pastore ordinato.  La missione nella terra di Gesù, diversamente da quelle in Estremo Oriente, non aveva mai attirato il giovane Pierbattista, ha confessato lui stesso nel discorso di ringraziamento, in cui ha ricordato le esperienze che sono state determinanti per la sua vocazione: gli anni dell’infanzia e della giovinezza, vissuti tra le cascine, i viaggi sul carretto e le stalle, nel mondo semplice e genuino ormai scomparso della campagna bergamasca, che “ha influito nel darmi uno stile e una ricerca di sobrietà e sincerità”.

E soprattutto il ricordo di quel prete che arrivava dal paese con la sua bicicletta, don Battista Persico, noto come don Pèrsec. “Come era atteso e amato, e come lui voleva bene alla gente!” Successivamente il piccolo seminario, dove Pizzaballa ha imparato dalla passione e dalla disciplina dei frati che “la Chiesa non ha confini”; e ancora, il lavoro nel museo diocesano “dove ogni oggetto aveva una storia”, i racconti e la corrispondenza dei missionari, da Giappone a Papua Nuova Guinea, il fascino in particolare della Cina, le reliquie dei martiri del ‘900. E quell’amore per la missione, cresciuto poco a poco.

Senza rendermi conto si faceva chiara nella nostra coscienza di bambini che la Chiesa parla tutte le lingue e sta bene in tutte le culture e che si poteva anche pensare di partire e andare lontano”. Poi l’ingresso nell’ordine e un “sì” al Signore che “passa per sì molto concreti e molto umani. E non è un sentimento astratto e vago”, ha osservato. Questo è stato l’esperienza della Custodia di Terra Santa, che il neo ordinato ha sintetizzato nell’amore alla Parola (gli studi biblici) e nell’accogliere la complessità come forma di vita. Quella di Gerusalemme, che è l’emblema della complessità: nelle relazioni tra Chiese, tra le fedi monoteiste, nei problemi politici. Nello stemma – ha spiegato – ho voluto mettere solo due cose: la Parola “dalla quale desidero iniziare e fondare il ministero, perché illumini le nostre scelte, problemi e fatiche”, e Gerusalemme.

“Chiedete pace per Gerusalemme”, ha esortato Pizzaballa, offrendo un interpretazione del salmo 122, citato in ebraico (sha’alu shalom yerushalaim). “La pace di Gerusalemme è quella offerta nel Cenacolo e nella Pentecoste”, essa “sia accoglienza sincera e concreta dell’altro, volontà tenace di ascolto e di dialogo, strade aperte in cui sospetto e paura cedano passo a conoscenza, incontro e fiducia. Mi impegnerò perché grazie al mio servizio sorga per tutta la Chiesa e sugli uomini di quella terra la pace di Gerusalemme”, ha concluso l’arcivescovo.

Gli applausi dell’assemblea avevano sottolineato l’abbraccio tra Pizzaballa e il delegato del Patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme, l’arcivescovo Nektarios, e le parole del suo discorso, quando si è riferito al “progresso nel dialogo teologico, che un giorno ci porterà a celebrare allo stesso altare dell’unico indiviso Gesù Salvatore”. Nel saluto a nome di Teofilos ha ricordato “l’eccellente lavoro svolto da padre Pierbattista, che da Custode “ha fortificato la sinergia tra i francescani e il nostro Patriarcato, in ogni aspetto”, e in particolare, l’accordo raggiunto per il restauro del Santo Sepolcro, significativo per il mantenimento dello Status quo, le norme non scritte che regolano la condivisione di spazi e tempi nei santuari tra le diverse comunità cristiane. Il rappresentante greco-ortodosso ha offerto in dono al nuovo arcivescovo una croce pettorale, perché abbia sempre presente “che il vescovo porta Cristo crocifisso e perché non smetta di guardare alla tomba, in attesa della resurrezione”.

“Sia il tuo episcopato capace di mettersi in cammino, per condurre il gregge a te affidato ad incontrare, riconoscere e servire il Verbo della vita. Sia un ministero di luce e di bellezza, che non si spaventa di fronte alle sfide che gli sono poste innanzi” questo è stato l’augurio del cardinale prefetto delle Chiese Orientali al nuovo vescovo: “Ti accompagni nel viaggio che oggi inizi questa parola del Santo Padre: ‘La nostra opera deve essere sempre guidata dalla certezza che sotto le incrostazioni materiali e morali (delle nostre comunità ecclesiali ) anche sotto le lacrime e il sangue provocati dalla guerra, dalla violenza e dalla persecuzione, sotto questo strato che sembra impenetrabile c’è un volto luminoso come quello dell’angelo del mosaico della Basilica di Betlemme’. Coopera a questo ‘restauro’ – come già fece San Francesco – perché il volto della Chiesa rifletta visibilmente la luce di Cristo Verbo incarnato”.

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