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Le famiglie, “vasi di creta” custodi di un tesoro

Don Gentili, direttore dell’Ufficio nazionale Cei per la pastorale familiare, commenta la straordinaria partecipazione al questionario diffuso in vista del prossimo Sinodo

Decine di migliaia di risposte. Una mole così imponente da rendere ad oggi impossibile un conteggio definitivo. È l’effetto del coinvolgimento delle famiglie da parte della Conferenza episcopale italiana (Cei), attraverso un questionario diffuso in vista del Sinodo ordinario dell’autunno prossimo. Stuoli di funzionari dell’Ufficio famiglia, di quello catechistico e della pastorale giovanile sono impegnati in queste ore a scartabellare le schede che copiose continuano ad arrivare dalle diocesi di tutta Italia. La crisi dell’istituto matrimoniale, l’inverno demografico, la conciliazione tra famiglia e lavoro, le lacerazioni affettive, nonché le insidie del gender: sono molteplici e complesse le tematiche che suscitano l’interesse delle famiglie italiane. Le quali, con un tale coinvolgimento di portata storica, dimostrano la volontà di riscoprirsi “soggetto ecclesiale”, come osserva a ZENIT nell’intervista che segue don Paolo Gentili, direttore dell’Ufficio nazionale Cei per la pastorale familiare.

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Don Gentili, che valore assume il coinvolgimento diretto delle famiglie, attraverso un questionario, al Sinodo sulla famiglia?

La veglia in apertura del Sinodo straordinario dello scorso 4 ottobre ha fatto accendere in Piazza San Pietro, ma soprattutto alle finestre delle case in moltissime città e paesi d’Italia, centinaia di migliaia di fiaccole. Erano segno vivo della bellezza della famiglia in Italia, mostrando una Chiesa che è faro per chi naviga nella notte. Quella sera, il Santo Padre ci ha offerto la ricetta per fare Sinodo e gli ingredienti saporiti per un vero cammino ecclesiale: ascolto, sguardo su Cristo, confronto fraterno. Sono le stesse indicazioni che i Vescovi, diffondendo il nuovo Questionario nella propria diocesi,  hanno consegnato alla propria famiglia ecclesiale, formata da tante famiglie. Mai nella storia della Chiesa, sull’argomento del Vangelo del matrimonio, vi era stato un coinvolgimento così esteso e capillare. Il segno di questa volontà di ascolto, papa Francesco ce lo aveva dato fin dalla sera della sua elezione, quando si è inchinato chiedendo la benedizione al Popolo, invitandoci ad essere pastori “con l’odore delle pecore”.

Il 15 aprile è scaduto il termine per inviare le risposte alle 46 domande. Che grado di partecipazione c’è stata da parte delle famiglie?

In realtà, continuiamo a ricevere ancora risposte che si aggiungono alle 139 diocesi italiane (su 226) che hanno completato il lavoro. Molte Chiese locali hanno deciso di dedicare l’intero anno all’ascolto dei sacerdoti e delle loro comunità parrocchiali, delle varie associazioni e organismi, ma anche di molti singoli e famiglie, talvolta non praticanti.  In vari casi i 46 quesiti, e soprattutto il linguaggio complesso, hanno provocato un certo timore. Alcuni hanno deciso di diffondere le domande suddividendole per categorie specifiche di persone. Possiamo però dire che siamo stati sorpresi dalla mole di risposte e dall’entusiasmo che questa nuova consultazione ha suscitato, mostrando con chiarezza la volontà di riscoprire la famiglia come “soggetto ecclesiale”. 

Si può già trarre un primo bilancio sulle maggiori preoccupazioni emerse da queste risposte?

Una delle maggiori preoccupazioni è che sempre più, anche in Italia, si rischia di vivere l’affetto sponsale senza giungere al matrimonio e di fare figli senza aver fatto famiglia. Questa inquietudine appare come la punta di un iceberg che manifesta la fatica di sposarsi in questo periodo storico. La vera era glaciale sarebbe un futuro senza famiglia. Come coniugare la tachicardia dei ritmi lavorativi, o ancor più la mancanza di lavoro, con gli impegni familiari? Come evitare che il matrimonio sia “percepito come un lusso” o, peggio ancora, come una serie di obblighi e di divieti, piuttosto che come la Grazia con cui Cristo (cfr. Mt 19,8) ha guarito la durezza del cuore di ogni uomo e di ogni donna? Assieme a questi aspetti, c’è poi la chiara consapevolezza di prendersi cura delle nuove situazioni di fragilità: conviventi, persone omosessuali, famiglie segnate dal dolore o dalla lacerazione degli affetti.

Un tema su cui sono stati accesi i riflettori mediatici durante il Sinodo, ossia la comunione ai divorziati risposati, è una delle emergenze più avvertite?

È evidente che c’è una grande sofferenza in chi, avendo intrapreso una nuova unione, non può accostarsi all’Eucaristia. In molte risposte si chiede ai Padri Sinodali di chiarire con forza come, da una parte, rispettare l’inscindibilità del sacramento del matrimonio, e dall’altra mostrare in pienezza l’amore che Dio e la Chiesa hanno per queste persone. C’è però un’importante consapevolezza: se non si abbatte il volto giudicante che spesso si percepisce nella comunità cristiana, potrebbero anche cambiare le regole, eppure, questi nostri fratelli comunque non si sentirebbero accolti. Al contrario, quando si vive “l’arte dell’accompagnamento”, come in un abbraccio, anche la dolorosa questione dell’esclusione dall’Eucaristia riceve un balsamo sulle ferite.

Prevenire le incomprensioni coniugali è uno degli obiettivi scaturiti dal Sinodo dell’ottobre scorso. Iniziano a prendere forma idee concrete su come rinnovare e migliorare i corsi di preparazione al matrimonio?

Nel novembre del 2012 la Commissione Episcopale per la Famiglia e la Vita della Cei, dopo un lungo tempo di ascolto, ha consegnato gli Orientamenti pastorali sulla preparazione al matrimonio e alla famiglia, presentati in oltre un centinaio di diocesi italiane, che stanno trasformando “i corsi in percorsi”. Si tratta di veri e propri itinerari di fede dove nasce una relazione significativa con coppie di sposi e sacerdoti che accompagnano oltre le nozze. È evidente che la preparazione immediata, dopo un lungo tempo di isolamento dalla comunità e, in moti casi dopo anni di convivenza, è del tutto insufficiente a sostenere il “per sempre” dell’amore sponsale. Soprattutto, nelle risposte ai questionari, è emerso che la vera nuova modalità pastorale è trovare un antidoto al virus dell’isolamento. Solo generando “un aiuto da famiglia a famiglia” si potrà impedire che una piccola crisi si trasformi in una terribile separazione, con tutte le dolorose conseguenze, anche per i figli.

Nel corso dell’Udienza generale di mercoledì scorso, il Papa si è chiesto se la teoria del gender non sia “espressione di una frustrazione e di una rassegnazione”. Quale incidenza ha la diffusione di questa teoria, a Suo avviso, sulla crisi del matrimonio?

Il gender nasce da correnti radicali femministe americane che, con una qualche ragione, contestavano il fatto che alcuni aspetti tipicamente culturali (come la subordinazione femminile nelle società patriarcali) fossero presentati come “naturali”. È poi però successo che da un eccesso si è passati all’altro: dalla pretesa – ideologica – che tutto sia naturale alla rivendicazione, altrettanto ideologica, che tutto è culturale e che non esiste alcun vincolo, alcun limite, alcun elemento di realtà con cui dover fare i conti. Questo si è tradotto nella pretesa di “cancellare” la differenza sessuale, rischiando di perdere termini come “sposo, sposa, figlio, figlia, padre, madre”; termini autenticamente umani, che fanno parte della cultura di tanti popoli, non solo quelli con radici cristiane. C’è il rischio di aumentare la fatica di relazionarsi con l’altro sesso, di smarrire la bellezza e “la bontà della differenza sessuale”, ma soprattutto di cancellare l’umanità stessa.

Si registra un’ampia mobilitazione da parte di genitori riluttanti all’idea che i loro figli, nelle aule scolastiche, vengano “indottrinati” alla teoria del gender. Lo stesso grado di percezione di questo problema è emerso anche dalle risposte al questionario?

Nei questionari emerge una comprensibile preoccupazione. Occorre però tenere conto che in chi vive una confusione sulla propria identità sessuale c’è spesso una grande sofferenza, talvolta in una profonda solitudine. Questo è l’ospedale da campo in cui papa Francesco ci chiama a operare, a curare i feriti con misericordia: feriti disillusi sulla vita e sulla fatica di relazionarsi, spesso senza colpa. Bisogna entrare in questo campo “togliendosi i calzari” (cfr. Es 3,5). Per questo non occorrono lance o grimaldelli, ma una carezza della Chiesa di fronte a questo mondo, custodendo però dalla possibile confusione. È vero infatti che la diffusione del gender, come colonizzazione ideologica, trova spazio nelle scuole per il vuoto educativo che si è creato sull’affettività e la sessualità. La Chiesa ha quindi una notevole responsabilità nel colmare questo vuoto.

In conclusione, quali nuove sfide attendono la pastorale familiare?

Quando i legami familiari rinascono ogni giorno dicendosi in Cristo “permesso, grazie e scusa” si diventa buona notizia per la Chiesa e per la società, inaugurando, nella città o nel paese dove si abita, “un nuovo umanesimo”. Ecco la vera sfida: si tratterà di mettere in gioco, come una straordinaria risorsa, le tante belle famiglie che abbiamo in Italia, ricostruendo il giardino del principio (cfr. Gen 1,27). Non sto parlando di famiglie perfette (non credo che esistano), ma di vasi di creta che, nella fragilità, sono custodi di un bel tesoro (cfr.2 Cor 4,7), che è il sacramento del matrimonio.

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