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La tradizione liturgica della Chiesa di Roma (II)

Intervista a don Manlio Sodi, Presidente della Pontificia Accademia di Teologia

di Antonio Gaspari

ROMA, giovedì, 25 marzo 2010 (ZENIT.org).- In seguito alla pubblicazione del Motu proprio Summorum Pontificum, del Pontefice Benedetto XVI, si è sviluppato un ampio dibattito tra i sacerdoti, tra i fedeli e anche sui mezzi di comunicazione di massa.

In questa seconda parte dell’intervista concessa a ZENIT, don Manlio Sodi, Presidente della Pontificia Accademia di Teologia e Direttore della Rivista Liturgica, prova a rispondere ad alcuni significativi quesiti.

La prima parte è stata pubblicata mercoledì.

Nella Messa di Paolo VI si è aggiunta anche la preghiera dei fedeli e l’omelia obbligatoria nelle domeniche; per questo motivo molti tra sacerdoti e fedeli si chiedono se la Liturgia della Parola non tenda ad assumere in questo modo un ruolo preponderante nella Messa rispetto alla Liturgia eucaristica. Qual è il suo pensiero in proposito?

Sodi: Tra i vari elementi che i Padri del Vaticano II hanno chiesto di reintrodurre nella celebrazione dell’Eucaristia (recuperandoli dalla tradizione!) si trovano anche quelli indicati. Sia l’omelia che la preghiera dei fedeli sono “parte della liturgia della Parola”. Parte essenziale dunque, e la comprensione di questo dato di fatto contribuisce ad una ermeneutica della continuità invitando a conoscere segmenti di storia in cui queste due realtà erano cadute in disuso.

Per l’omelia è sufficiente rileggere soprattutto il n. 24 dell’Introduzione al Lezionario (altro testo ben poco conosciuto, ma strumento essenziale quando si vuol fare ermeneutica della continuità!) per rendersi conto del suo obiettivo e dei suoi ambiti. Essa costituisce il momento per interiorizzare il messaggio accolto dai quattro brani biblici (non si dimentichi il Salmo responsoriale!) e di aiutare a cogliere che quanto annunciato e approfondito si attua in pienezza nella seconda parte della Messa, nel compimento del sacrificio eucaristico con la partecipazione ai santi Segni.

La preghiera dei fedeli, quando è ben articolata soprattutto in rapporto ai temi della Liturgia della Parola (e non una semplice lettura da un sussidio…), costituisce il momento in cui l’assemblea esercita il proprio sacerdozio comune-battesimale e si rivolge al Padre per presentare le richieste più importanti.

La notevole ampiezza della Liturgia della Parola non significa preponderanza rispetto alla seconda parte della celebrazione; indica solamente che la Parola è all’origine di ogni eucharistein e di ogni euloghein da parte della Chiesa. Inoltre abbiamo un’ulteriore certezza che proviene sempre da un dettato conciliare: «Le due parti che costituiscono in certo modo la Messa, cioè la Liturgia della Parola e la Liturgia eucaristica, sono congiunte tra loro così strettamente da formare un solo atto di culto…» (SC 56). Alla luce dell’unum actum cultus si comprende la preponderanza della Liturgia della Parola per viverne il compimento del memoriale nella seconda parte della celebrazione e, di riflesso, nella vita.

Cosa ne pensa del Messale di San Pio V? Secondo Lei il Messale di Paolo VI è migliore? Se sì, perché?

Sodi: Nel mio lavoro professionale ho curato ben due edizioni del Messale di Pio V: una relativa all’editio princeps del 1570 e, la più recente, quella del 1962. Si tratta di edizioni per lo studio, per conoscere un testo che non è quello di Gregorio Magno, come imprudentemente talvolta si legge… ma che ha ben altra storia!

Approfondimenti e studi compiuti in tempi recenti, insieme a scoperte di testi sconosciuti da oltre un millennio… hanno permesso di cogliere il valore della tradizione liturgica e di osservarlo alla luce di un periodo di quasi due millenni. E le novità non sono poche… tutte comunque preziose per una corretta ermeneutica! In questa linea, per esempio, il fascicolo di Rivista Liturgica che abbiamo dedicato al tema: Celebrare con il Messale di San Pio V (95/1 [2008]) è stato il primo studio organico su quel Messale mai fatto in quattro (non quindici!) secoli della sua storia.

Non si può dire che un Messale sia migliore dell’altro… La linea della vita della Chiesa porta non a contrapposizioni ma a sviluppi e ad evoluzioni tali da impegnare nell’elaborazione di sempre nuovi strumenti (adattamento e inculturazione!) per esprimere un culto “in Spirito e verità”. È la veritas del culto – non l’intimismo e il devozionismo – che richiede di tanto in tanto l’adeguamento delle forme liturgiche, come la storia insegna (al di là di “ricorsi” che la stessa storia ben conosce e che fanno parte della vita!).

Non contrapposizione dunque, ma sviluppo. Su questa linea potremmo anche dire che il Messale di Pio V è molto più povero dei Sacramentari del primo millennio… ma una valutazione di questo genere richiede di conoscere le fonti, e i motivi che hanno portato nel sec. XIII a ridurre le ricchezze del Missale per favorire una sua diffusione nelle celebrazioni dei piccoli paesi e successivamente delle missioni.

Porre la questione in termini contrapposti (Pio V – Paolo VI) è compiere un gesto antistorico e antiecclesiale. Per questo anche un Simposio può costituire un’occasione preziosa per ridimensionare polemiche che, pur avendo una vita effimera, contribuiscono tuttavia a non costruire quella comunione ecclesiale che lo stesso Benedetto XVI auspicava nel firmare il Motu proprio Summorum Pontificum.

Come valuta il Motu proprio Summorum Pontificum? Cosa si potrebbe fare per estendere la sua applicazione in seno alla Chiesa?

Sodi: Sul Motu proprio ho già avuto modo di esprimermi anche su ZENIT in occasione della sua pubblicazione (cfr. ZENIT, “Summorum Pontificum”: tra “desideri espressi e timori fondati”). Insieme a tanti altri attendo che allo scadere dei tre anni (2010?) si faccia una coraggiosa valutazione di ciò che è avvenuto, ma a partire dal senso del Motu proprio stesso, non dalle interpretazioni (e dai conseguenti abusi) che ne sono state date. E questo nell’ottica di una ecclesiologia “liturgica” che proprio nell’Eucaristia ritrova la sua sorgente: Ecclesia de liturgia vel de Eucharistia!

Se si prendono in considerazione le motivazioni che sono state all’origine del Motu proprio non ha senso estendere la sua applicazione in seno alla Chiesa. Le condizioni poste erano eloquenti nell’individuarne i limiti di applicazione, anche se sembrano avere avuto interpretazioni meno eloquenti…

La maggior parte delle Chiese non ha bisogno di ricorrere al Missale di Pio V perché ha compreso che celebrare la liturgia significa ascoltare la Parola di vita, cantarla, accoglierla nel proprio cuore con un’attenta omelia, pregarla nella preghiera dei fedeli… e tutto questo per offrire alla Trinità Ss.ma insieme al celebrante – che presiede in persona Christi – il proprio sacrificio spirituale nel compimento del sacrificio di Cristo. Solo attraverso una comprensione dei contenuti e della pedagogia della storia di salvezza, colta con linguaggio adeguato e comprensibile nella prima parte della celebrazione, si è immersi nella conoscenza e nell’esperienza intima del «sacramento dei sacramenti», come afferma l’Introduzione al Messale (n. 368).

Lo stile celebrativo incarnato da Benedetto XVI sembra essere la traduzione rituale dell’ermeneutica della continuità applicata alla celebrazione liturgica. Lei che cosa ne pensa, condivide questa valutazione?

Sodi: Ognuno ha un proprio stile anche nel presiedere la celebrazione. Osservare il modo di celebrare di Pio XII, di Giovanni XXIII, di Paolo VI, di Giovanni Paolo I, di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI è una lezione quanto mai utile per cogliere l’impronta che ogni Capo Rito dà alla celebrazione.

Ma il problema non è lo stile della persona quanto piuttosto l’insieme della celebrazione, con tutti i suoi elementi che vanno dalla suppellettile agli abiti fino alle cose più importanti costituite dai contenuti della celebrazione.

Non è l’attenzione allo stile che permette di elaborare l’ermeneutica della continuità; questo è legato al tempo, alle persone, alle sensibilità, alla formazione dei cerimonieri, alla cultura, ai luoghi, alle occasioni…

Del resto non è tanto un segno al posto di un altro a stabilire l’ermeneutica, perché i segni possono essere interpretati in modo ambivalente (ad modum recipientis se non vi è una continua formazione). È la celebrazione con tutti i suoi contenuti che contribuisce ad un’ermeneutica che non si coglie però in base ai “moti spirituali” che un segno può suscitare o evocare, ma in forza della comprensione del Mistero cui il segno rinvia e che sollecita la partecipazione.

Legare pertanto un’ermeneutica ad uno stile celebrativo è compiere un’operazione di estrema fragilità che si dissolve con il volgere del tempo e quindi delle persone. E non credo che sia questa la mens di BenedettoXVI. Per tale motivo un Simposio riconduce l’attenzione sui contenuti che effettivamente aiutano ad evidenziare e a conoscere con maggior oggettività “la tradizione liturgica della Chiesa di Roma”.

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