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Imparare alla scuola di Maria

Commento alle letture della domenica della Santa Famiglia, Anno C — 27 dicembre 2015

Quella volta, per la Santa Famiglia di Nazaret, il viaggio a Gerusalemme era speciale: si andava per celebrare la Bar Mitswa di Gesù che, come ogni ragazzo ebreo, giunto ai dodici anni, doveva recarsi al Tempio per divenire “figlio della Legge”.

Per Maria si trattava di un nuovo parto: suo Figlio stava per entrare nel mondo degli adulti, e Lei era lì ad accompagnarlo, come quella notte a Betlemme. E non a caso sono i due momenti nei quali l’evangelista Luca afferma che “sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore”.

A Betlemme Maria ha partorito suo Figlio nel mondo, al Tempio lo doveva partorire all’obbedienza che accoglie e si sottomette alla volontà di Dio espressa nella Torah.

L’ “angoscia” di Maria inizia qui, nel suo cuore immacolato che comincia ad essere trapassato dalla spada; come quello di ogni madre di fronte al futuro adulto dei figli. Insieme a Giuseppe lo avevano portato a Gerusalemme “secondo l’usanza”, ma di sicuro Maria aveva intuito che quella di Gesù non era una Bar Mitswà come tutte le altre.

Sapeva di essere era la Madre del Messia. E infatti, sulla strada del ritorno accade di nuovo un imprevisto misterioso e doloroso: quel Figlio le era sfuggito, “senza che se ne accorgessero”. Maria doveva imparare ancora, perché anche questo fa un “cuore immacolato”.
Lo “cerca” nella carne, negli affetti, nelle abitudini, nelle mappe dell’esistenza disegnate faticosamente con l’esperienza, quelle con le quali tutti cerchiamo di orientarci tra gli eventi e le persone; ma non era lì che doveva “cercarlo” e, infatti, “non avendolo trovato, “torna” in cerca di lui a Gerusalemme”.

E’ un primo passo, accetta di non aver capito e “torna” indietro, perché la fede è un cammino di liberazione continua da se stessi, e Maria, per accompagnare Gesù alla Bar Mitswà della Croce, per essere Madre della Chiesa e Madre nostra, doveva camminare docile nella volontà di Dio, “custodendo nel cuore ogni cosa” che la spogliava delle certezze umane, per entrare nella notte che segna il passaggio al giorno della risurrezione.

Dopo “tre giorni”, infatti, “trovarono Gesù nel Tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte”.

E’ una profezia di ciò che, dopo la resurrezione, il Signore avrebbe compiuto nella sua Chiesa attraverso i secoli, sino ai confini della terra: colma dell’ “intelligenza” della Croce, offrirà la “risposta” della resurrezione alla domanda di ogni uomo di fronte al dolore e alla morte.

Maria era giunta proprio lì, dentro a quella profezia. Vi era “discesa” nella carne per cercare suo Figlio, vi ha trovato nella fede il Messia Figlio di Dio che “deve occuparsi delle cose del Padre suo”. E Maria tace. Il suo “cuore immacolato” accetta di non capire.

E’ la fede di Madre che si fa adulta abbracciando per “custodire e meditare nel cuore” la Parola, senza la quale nessuna Bar Mitswà del Figlio sarebbe autentica. E nella fede Maria lascia andare suo Figlio, nell’attesa umile che sia Dio, nel suo “cuore immacolato”, a spiegarglielo, se, come e quando avrebbe voluto.

Quante Bar Mitswà abbiamo celebrato con i nostri figli? Nessuna, probabilmente, e non perché non siamo ebrei. Quante volte, cioè, ci siamo fermati dinanzi al loro mistero? Ci sono atteggiamenti, parole, gesti incomprensibili, soprattutto peccati inaccettabili.

Hai discusso con lui? Se sì, significa che hai cercato “nella carovana” della carne le risposte, anche quando hai pensato di trovarle nella religione, perché, a differenza di Maria, la tua relazione con lui è viziata all’origine dalla menzogna del demonio.

Dubiti di Dio, e per questo il cuore non è aperto alla speranza del Cielo capace di porre la relazione sul piano divino. Ti manca la fede adulta che, anche di fronte al peccato inaccettabile, conosce la speranza; ami tuo figlio nella carne, non con l’amore che sgorga da un “cuore che serba le opere di Dio meditando le con umiltà”.

Però ci è impossibile cambiare il nostro cuore. Certo, ma non lo è per Dio, e per la sua Chiesa, nella quale possiamo rinascere con un cuore nuovo.

Un cuore capace di accompagnare i figli alla loro Bar Mitswà, ad accogliere cioè la Parola perché diventi la luce per ogni loro passo; e questo non si può fare se essa non lo è prima diventata per noi.

Anche i nostri figli, infatti, per “occuparsi delle cose di loro Padre” hanno bisogno come Gesù di una madre che glielo insegni. Hanno bisogno cioè di genitori che “siano sottomessi” a Dio loro per primi, come Gesù proprio nella sottomissione di Maria alla volontà di Dio ha imparato a obbedire alla Torah “tornare a casa” per “stare loro sottomesso” come a Dio; vuoi che tuo figlio ti obbedisca? Sottomettiti a Dio, e vedrai che prima o poi riconoscerà nelle tue le Parole di Dio autentificate dalla tua vita.

I nostri figli hanno bisogno di genitori che, prima di loro, hanno imparato alla scuola di Maria a pensare, discernere e amare con un “cuore puro” gestato, nato e cresciuto nella fede nelle grembo fecondo della Chiesa.

Allora sapremo essere uscire dalla “carovana” per essere dinanzi ai nostri figli come Maria dinanzi al suo; perché amarli come Lei ha amato suo Figlio significa amare e servire innanzitutto la volontà di Dio in loro.

Per te e per me significa amare Dio più di tuo figlio, del tuo figlio nella carne, delle tue speranze e dei tuoi progetti, di tutto quello che si impara e si vive “nella carovana, tra parenti e conoscenti”.

Perché se sei un cristiano, sei figlio della Vergine Maria, e anche a te è stata annunciata la stessa profezia di Simeone: anche tuo figlio ha un’elezione speciale, sarà un segno di contraddizione, e per questo, e non per altro, anche oggi il tuo cuore sarà trapassato da una spada.

Impara da Maria, allora, e ti accorgerai che hanno bisogno della tua fede, solo di quella. In ogni evento si nasconde, infatti, la mano di Dio che conduce tuo figlio, con pazienza e fedeltà sino al compimento della sua vocazione.

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