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Il 25 aprile al museo MAXXI, transitando dall’autarchia all’alta moda

L’Architettura in uniforme, Lina Bo Bardi architetto, l’alta moda dal ’45 al ’68: tre mostre fino al 3 maggio

Dopo le celebrazioni del 25 aprile, quest’anno settantesimo della Liberazione, può offrire sensazioni particolari visitare il MAXXI di Roma e seguire un percorso spazio-temporale il quale, attraverso tre mostre che chiudono i primi giorni di maggio, permette di passare dal periodo bellico del secondo conflitto mondiale sino agli anni del “miracolo economico” – quest’ultimo visto dall’angolazione dell’alta moda – osservando in particolare l’innovazione del design.

Le tre mostre sono: Architettura in uniforme – progettare e costruire durante la seconda guerra mondiale; Lina Bo Bardi in Italia – Quello che volevo, era avere Storia; Bellissima – L’Italia dell’Alta Moda 1945-1968.

Nella prima esposizione (Architettura in uniforme) si evidenzia come la priorità data dalla guerra all’industria manifatturiera fu anche da stimolo alla ricerca scientifica, facendo emergere così la necessità di inventare nuove forme e nuovi processi produttivi. Lo spettro dei materiali sintetici spaziava dai combustibili sino alle fibre per i tessuti, come ad esempio l’autarchica lanital, privilegiando sia il risparmio che la propensione al riciclo.

Durante gli anni della seconda guerra mondiale ed in quelli immediatamente successivi, l’architetto Lina Bo Bardi, oltre a collaborare con riviste del settore come Domus e Stile, diede un contributo anche ad un periodico di più ampia diffusione come Grazia. Un’amica al vostro fianco, all’interno del quale tenne una rubrica in cui presentò soluzioni di uso pratico per la sistemazione degli arredi. Significativo anche il contributo a Bellezza, rivista di moda, in cui la Bardi lavorò esclusivamente come illustratrice, miscelando immaginazione e realtà.

Per arrivare, con la terza mostra, al Made in Italy – prendendo come punto di riferimento simbolico il film di Luchino Visconti Bellissima – la moda diviene la piattaforma sulla quale cinema, arte e letteratura si intrecciano in quell’arco di tempo dalla ricostruzione post-1945, fino alla messa in crisi di quei valori avvenuta alla luce del ’68.

Tutte e tre le esposizioni fanno abbondante uso di filmati d’epoca tratti dall’Istituto Luce o di selezioni di riviste, così come possono essere ammirati da vicino alcuni oggetti divenuti veri e propri simboli del loro tempo: la Jeep americana, oppure una delle creazioni più note del design di Lina Bo Bardi, cioè la sedia “Bowl Chair”, o anche gli abiti indossati dalla cantante Mina in uno dei suoi famosi spettacoli televisivi e i gioielli di una raffinata casa romana.

Se è la dimensione geografica a prevalere nella mostra Architettura in Uniforme, dove l’organizzazione che crea questi grandi complessi produttivi indirizzati alla costruzione di oggetti leggeri, modulari e smontabili è vista nella sua localizzazione dagli Usa sino all’Europa, è principalmente la dimensione temporale il riferimento delle altre due esposizioni.

Nella narrazione della vita di Lina Bo Bardi, si va a ritroso nel tempo, dal 1946, anno della sua partenza per il Brasile fino agli anni della formazione universitaria a Roma e la laurea nel 1939, con un progetto relativo ad un nucleo assistenziale per la maternità di madri nubili. In Bellissima, invece, è la suddivisione della quotidianità, dove gli abiti sono presentati per quelli indossati di Giorno, per una Gran Sera oper un Cocktail.

Dirà l’architetto Lina Bo in quei mesi conclusivi del secondo conflitto mondiale: “La Guerra finisce. La speranza di costruire invece che di distruggere anima tutti”. A 70 anni di distanza, queste rappresentazioni aiutano ad una riflessione più ampia sul ruolo dell’umano ingegno durante i periodi di profonda crisi o di grande speranza.

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