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Cuba

Kirill and Francis - (Cuba)

Francesco-Kirill: un incontro a forti tinte geopolitiche

Quello che si consumerà domani a Cuba è un evento storico. Ma quali risvolti susciterà? L’analisi di don Stefano Caprio, uno dei primi preti cattolici ad arrivare in Russia dopo il 1989

Una serie di tasselli che si sono incastrati. È da questa raffinata dinamica, di impronta geopolitica prima ancora che ecumenica, che nasce l’incontro che vedrà impegnati domani, all’Avana, Papa Francesco e Kirill, Patriarca di Mosca e di tutte le Russie.

Un avvenimento di precipua importanza, destinato a lasciare traccia nella storia. È la prima volta a seguito dello scisma d’Oriente del 1054 che un Pontefice di Santa Romana Chiesa e un Patriarca russo-ortodosso si guarderanno negli occhi.

Si tratta di un desiderio più volte rincorso da entrambe le parti e soltanto sfiorato nei decenni passati. Se la ricerca di una relazione con Mosca da parte vaticana va letta nell’ottica del costante impegno ecumenico seguito al Concilio Vaticano II, il dialogo con Roma è altresì “nella natura della Chiesa russa, che ha sempre assunto una posizione mediana tra l’Oriente e l’Occidente, a tal punto da ergersi a Terza Roma”. A sostenere questa tesi nel corso di un incontro con la stampa è don Stefano Caprio, uno dei primi sacerdoti cattolici ad arrivare in Russia nel 1989 e oggi docente del Pontificio istituto orientale di storia e cultura russa.

L’anelito della Chiesa russo-ortodossa di assumere un ruolo di interlocutore con Roma è stato tuttavia più volte strozzato dai processi storici. Una nuova linfa avvenne con la Rivoluzione d’ottobre del 1918, la quale fu foriera alla restaurazione del Patriarcato dopo la soppressione da parte dello Zar Pietro il Grande in luogo del Santo Sinodo.

Il potere sovietico, malgrado l’antitetica visione del mondo, ebbe tutto l’interesse a rendere incessanti i rapporti con il Vaticano. Racconta a tal proposito don Caprio che “durante la guerra fredda Mosca cercò nel Vaticano un interlocutore per alleggerire la pressione, tanto che proprio il Vaticano nel 1969 fu il primo Stato a firmare l’accordo di non proliferazione nucleare con l’Unione Sovietica”.

Un esempio, questo, di ciò che gli storici chiamano Ostpolitik vaticana, una prudente politica di dialogo con i Paesi al di là della cortina di ferro. “Oggi stiamo assistendo – osserva don Caprio – a una nuova era di Ostpolitik del Vaticano, il quale cerca di essere accomodante nei confronti dei vari attori di uno scacchiere geopolitico diventato multipolare”.

In questo scacchiere continua a giocare un ruolo oltremodo importante la Russia. Il dialogo con un tale gigante della politica internazionale è pertanto ineludibile per il Vaticano. Lo era già nel 1997, quando le polveri alzatesi dopo la caduta del muro di Berlino non si erano ancora dipanate del tutto.

Fu vicinissimo a realizzarsi, all’epoca, un incontro tra Giovanni Paolo II e l’allora Patriarca di Mosca Aleskij II, nella città austriaca di Graz. Saltò all’ultimo, a causa dell’opposizione dell’ala più conservatrice dell’ortodossia russa, risentita verso i greco-cattolici ucraini (definiti in modo sprezzante “uniati”) e ossessionata dall’idea che il Vaticano volesse fare del proselitismo nella Russia post-sovietica.

Quest’ultima accusa iniziò a rientrare nel 2002, con la scelta del Vaticano di inviare come nunzio in Russia mons. Antonio Mennini, fautore di una linea più conciliante con gli ortodossi. Linea avvalorata da nuovi elementi grazie all’elezione del card. Joseph Ratzinger a Papa.

È a Benedetto XVI, infatti, che va attribuita una determinante operazione di disgelo con Mosca. Tra lui e il Patriarca Kirill c’è sempre stata una grande sintonia in merito ad alcuni temi dottrinali e di stringente attualità: lotta al relativismo, difesa della vita e della famiglia, preoccupazione per l’insorgere di nuovi fanatismi che minacciano i cristiani in alcune regioni del pianeta.

Per via di questa affinità, secondo don Caprio, “Kirill non avrebbe mai accettato di incontrare Benedetto XVI, poiché sarebbe apparso troppo come un suo discepolo”. Del resto, in Russia, l’attuale Patriarca ha sempre dovuto difendersi, per via del suo costante filo diretto con il Vaticano, dalle accuse di essere un “cripto-cattolico”. Il pontificato di Benedetto XVI è dunque servito ad aprire la strada all’evento tanto atteso di domani a Cuba, a cui presenzierà un Papa, qual è Bergoglio, non europeo e dunque culturalmente estraneo ai dissidi tra cattolici e ortodossi che allignano nella storia.

Russi, intesi come Chiesa russo-ortodossa, che trarranno un giovamento anzitutto “interno” da questo incontro. A giugno su un’altra isola, a Creta, si terrà il Concilio pan-ortodosso. Un’assise che si profila tutt’altro che semplice, viste le divergenze tra Mosca e Costantinopoli. In ragione del legame tra Bartolomeo di Costantinopoli e Francesco, Kirill ha tutto l’interesse a recuperare terreno sul fronte dei rapporti con la Santa Sede. Uno degli argomenti che verranno trattati nel Concilio, d’altronde, è proprio il rapporto dell’Ortodossia con le altre Chiese cristiane. Giungere a Creta pochi mesi dopo aver incontrato il Vescovo di Roma, concede a Kirill maggiore autorità su questo delicato tema.

C’è poi un fronte che è ancora più “interno”. Ed è quello dei rapporti tra Patriarcato e Cremlino. “L’annessione della Crimea stabilita da Putin non è piaciuta a Kirill”, spiega don Caprio. Il Patriarca è infatti consapevole che alzare il livello dello scontro potrebbe foraggiare un’alleanza, in chiave nazionalista, tra greco-cattolici ucraini e Chiesa ortodossa-ucraina, rispolverando in quella terra un’antica istanza a creare una Chiesa orientale di rito bizantino autonoma sia da Roma che da Mosca.

Don Caprio ritiene che Putin, già “figlio spirituale” di Kirill, l’abbia oggi sorpassato su una corsia “nazionalista ultra-ortodossa”. L’incontro tra il Patriarca e Papa Francesco, dunque, serve anche a spedire un messaggio al presidente della Federazione Russa, ossia che le relazioni con le Chiese cristiane sono di competenza del Patriarcato e che le scelte politiche del Cremlino debbono tenerne conto. Resta tuttavia innegabile che anche Putin si gioverà di quest’incontro, che dal suo punto di vista costituisce un segnale di riavvicinamento dell’Occidente a Mosca, ancora bersaglio delle sanzioni commerciali.

Quale giovamento trarrà invece la Chiesa cattolica da questo storico evento? “Certamente non la ripresa del dialogo ecumenico”, sentenzia don Caprio. Il quale ricorda che l’Ortodossia russa, a differenza di quella di Costantinopoli, ha sempre rifiutato di affrontare le spinose questioni dottrinarie con i cattolici. Esempio in tal senso è la diserzione da parte dei rappresentanti russi alla Commissione Mista Internazionale per il dialogo teologico tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa che si tenne nel 2007 a Ravenna.

Piuttosto che l’ecumenismo, dunque, l’incontro di domani a Cuba può portare legno in cascina sul fronte della cooperazione a livello geopolitico. Francesco e Kirill, osserva don Caprio, possono trovare dei punti d’incontro nella gestione delle crisi di fedeli dovuta alla secolarizzazione globale e a quella della persecuzione dei cristiani. Del resto, come ha commentato il metropolita Hilarion, presidente del Dipartimento per le relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, il genocidio della popolazione cristiana “richiede misure urgenti e una più stretta cooperazione tra le Chiese cristiane”. Finora, riconosciuta da entrambe le Chiese la gravità della situazione, è mancata però una comune linea sulle azioni da intraprendere. Chissà se dall’aeroporto dell’Avana si eleveranno novità in tal senso.

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