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Eterologa: ecco le nuove linee guida

Schivato il “rischio eugenetica” ma mancano donatori e desta perplessità la scarsa efficacia della fecondazione artificiale sottolineata nel rapporto annuale della legge 40

Con la decisione di ieri da parte del ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, di inserire le tecniche di fecondazione assistita, eterologa compresa, nei livelli essenziali di assistenza (Lea), i quali sono a carico del servizio sanitario nazionale, è stato scritto un nuovo capitolo della vicenda.

Tutto ha avuto inizio nell’aprile 2014, quando un pronunciamento della Corte Costituzionale ha di fatto dato il via libera alla fecondazione eterologa, già praticata in Italia dal 1978 al 2004. Gli ermellini, dichiarando illegittime le parti in cui si vieta questa pratica, hanno ultimato il lavoro di demolizione della legge 40 del 2004, avviato e portato avanti grazie a un’altra sentenza della Suprema Corte, nel 2009, e ai loro colleghi della Cassazione e anche della Corte di Strasburgo.

Di lì ha avuto inizio quella che la stessa Lorenzin ha definito una “road map” per l’attuazione della sentenza. Esattamente un anno fa, nel luglio 2014, dopo essersi consultata con un Tavolo tecnico istituito appositamente per studiare la sentenza della Corte, il ministro ha presentato alla Commissione Affari Sociali della Camera la bozza del decreto sulla fecondazione eterologa.

Una bozza che ha assunto contorni più precisi ieri pomeriggio, con la firma della Lorenzin al testo con le nuove linee guida della legge sulla fecondazione assistita. Le indicazioni sono tuttavia un esito parziale della road map, giacché riguardano la coppia che accede ai trattamenti e non i donatori di gameti (seme ed ovuli). Per ciò che concerne questi ultimi, sarà contenuto nel testo un nuovo Regolamento, già approvato dal Consiglio Superiore di Sanità, che sta proseguendo con un iter a parte.

La Lorenzin ha affermato che “dopo l’istituzione del registro nazionale donatori”, quello delle linee guida “è il secondo importante passo per l’aggiornamento dell’intero quadro normativo” che regola le tecniche di procreazione medicalmente assistita nel nostro Paese. Tra le novità più rilevanti contenute nel documento firmato ieri, spicca la raccomandazione di un’attenta valutazione clinica del rapporto rischi-benefici nell’accesso ai trattamenti, con particolare riferimento alle complicanze ostetriche e alle possibili ricadute sulla salute del neonato e della mamma, nonché l’accesso generale a coppie sierodiscordanti, cioè quelle in cui uno dei due sia affetto da malattie sessualmente trasmissibili. Nella versione precedente questa possibilità era contemplata solo per l’uomo portatore, mentre in quella attuale è consentita anche alla donna.

Le nuove linee guida appianano inoltre le polemiche relative al “rischio eugenetica”. Si fa infatti esplicito divieto alla scelta del colore degli occhi e dei capelli del nascituro. Via libera invece alla cosiddetta “doppia eterologa”, in cui entrambi i gameti sono esterni alla coppia, e agli egg sharing e sperm sharing, con i quali uno dei componenti della coppia ricevente può a sua volta essere anche donatore di gameti per altre coppie.

In attesa che le nuove norme vengano pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale, l’attuazione deve però fare i conti con una realtà che vede il numero di donatori, in Italia, ancora troppo esiguo. Laura Rienzi, presidente del Sierr (Società italiana di Embriologia, Riproduzione e Ricerca), in un’intervista apparsa nell’ottobre scorso su Linkiesta, sottolineava che nel nostro Paese “manca completamente la cultura della donazione”.

“Cultura” presente, al contrario, in Paesi come la Grecia, la Svizzera, la Danimarca o la Spagna. È in questi lidi che si rivolgono molti centri italiani, anche pubblici, per stringere accordi con bio-banche e importare gameti a coppie che fanno richiesta dell’eterologa. Ad esempio, il Careggi di Firenze ha avviato una collaborazione con le danesi Cryos International e Nordic Cryobank, nonché con le spagnole Imer e Ovobank.

Rivolgersi all’estero rappresenta una spesa notevole. Queste innovative banche – per le quali l’Italia rappresenta un’ineguagliabile fonte di guadagno visto che circa il 63% delle richieste giungono da qui – richiedono in media 3mila euro per sei ovociti, più mille euro di trasporto, e 250 euro per un campione di liquido seminale. Il costo complessivo raggiunge sovente i 7mila euro.

A una spesa così considerevole, tuttavia, poche volte corrisponde un risultato soddisfacente. Proprio ieri, in concomitanza con la firma apposta sulle nuove linee guida dal ministro Lorenzin, è stata presentata in Parlamento la relazione del Ministero della Salute sullo stato d’attuazione della legge 40. Il quadro, pur rilevando poche variazioni rispetto all’anno precedente, fa emergere che meno del 15% di inseminazioni artificiali germogliano con un “bimbo in braccio”. Su 91.556 cicli avvenuti, 12.187 ottengono il risultato sperato. Numeri che ridimensionano alquanto l’efficacia della soluzione in provetta.

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