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Dov’eri tu, o Dio?

Una riflessione a margine della tragedia del terremoto

Sulle mura di una cantina di un ghetto ebraico, dopo un rastrellamento, fu trovata questa scritta: “Credo nel sole, anche quando non splende / credo nell’amore, anche quando non lo sento / credo in Dio, anche quando tace”.

La morte. Il dolore: straziante, che non lascia respiro. Ed una domanda: dov’eri tu, o Dio? Dov’eri tu, o Dio, quando alle 3:36 della notte del 24 agosto, case in pietra e in cemento armato si sbriciolavano sopra le vite, i sogni e le attese di centinaia di persone, e soprattutto bambini? Perché tu, o Dio, permetti tutto questo? Perché tu, o Dio, non fai distinzione tra buoni e cattivi, tra bambini e anziani?

E non sono domande da atei, da chi di Dio non si è mai interessato e non si interessa. Anzi, il punto interrogativo dinnanzi a tali questioni è pienamente religioso. In quel “dov’eri tu, o Dio?”, c’è (forse) l’ultima preghiera che abita i cuori di quanti ormai non hanno più neanche parole. Gli specialisti chiamano teodicea la riflessione che matura sulla presenza del male rispetto alla giustificazione di Dio.

Per tutti, però, rappresenta semplicemente la domanda sul senso ultimo dell’esistenza umana. Tant’è che all’indomani della tragedia di Auschwitz, Hans Jonas ebbe addirittura necessità di ricostruire la categoria teologica dell’onnipotenza di Dio con il suo libro Il concetto di Dio dopo Auschwitz.

Ma anche Papa Paolo VI nel celebrare i funerali religiosi dell’amico Aldo Moro (13 maggio 1978) faceva notare al Dio della vita e della morte di non aver “esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo Uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico”.  Ancora oggi sembra di ri-ascoltare il grido di dolore e di frustrazione pronunciato da Giobbe, uomo giusto, dopo aver perso tutto quello che aveva: “L’Onnipotente mi risponda!” (Libro di Giobbe, 31, 34).

È il faccia a faccia di ogni credente con Dio. Un faccia a faccia dal quale neanche il Rabbì di Nazareth, nella sua umanità, si è sottratto. Anch’egli, che ai “suoi” aveva promesso un Regno di giustizia e di vita, che aveva presentato il volto del Padre, che davanti alla professione di fede di Simone aveva confermato di essere lui “il Cristo, il Figlio del Dio vivente”… là, sulla Croce, sfoga il suo dolore e il suo tormento: “Eloì, Eloì, lama sabactàni? Dio mio, Dio mio, perché mi ha abbandonato?”.

No, non è la fede cristiana fatta di risposte. È fiducia. Ma è anche rabbia, certezze che vacillano, tormenti. È sentire l’orlo dell’abisso sotto i piedi e volere a tutti i costi rimanere al margine. Avere paura di cadere e restare, con ogni difficoltà, in equilibrio. Continuare a sperare contro ogni speranza ad una rinascita, ad una nuova vita, ad una… Resurrezione.

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