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Cos’è la Neuroestetica?

La risposta è stata offerta dalla prof.ssa Mangione nel corso di una conferenza presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum

Venerdì 27 novembre, presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma, si è svolto il seminario a porte aperte “Introduzione alla Neuroestetica” del GdN (Gruppo di Neurobioetica) che ho l’onore di coordinare da alcuni anni a questa parte.

La tematica che il GdN sta affrontando in questo suo nono anno di lavoro accademico all’interno dell’Istituto di Scienza e Fede e della Cattedra UNESCO in Bioetica e Diritti Umani di Roma, è proprio quello dell’approccio interdisciplinare alla percezione e al senso artistico. Ad introdurre questa tematica emergente è stata la prof.ssa Maria Addolorata Mangione, medico chirurgo, specializzato in geriatria e gerontologia, dottore in Bioetica che da anni si vede impegnata nell’approfondire le questioni etiche relative all’applicazione all’essere umano delle moderne neuroscienze e neurotecnologie.

La prof.ssa Mangione, membro del GdN sin dalla sua fondazione (20 marzo 2009), ha presentato in quasi due ore di esposizione i principali autori di questa nuova disciplina, proponendo una visione integrale, interdisciplinare e realista della “neuroestetica”.

Dopo aver tratteggiato brevemente i rapporti tra arte e scienza, la prof.ssa è passata ad illustrare le ricerche compiute sulla corteccia visiva da Semir Zeki, il neuroscienziato che ha coniato il neologismo “neuroestetica”, soffermandosi in particolare sulla scoperta della specializzazione funzionale del cervello visivo, che ha indotto a considerare la visione come un processo attivo e dinamico. Da questo scaturisce il concetto di visione come ricerca fisiologica dell’essenziale. Le teorie in ambito neuroestetico di S. Zeki rappresentano quindi una applicazione delle sue ricerche neurobiologiche: secondo il neuroscienziato britannico la funzione dell’arte consiste nella ricerca di costanti e va considerata come un’estensione della principale funzione svolta dal cervello. Secondo Zeki, la bellezza è nel cervello di chi guarda; inoltre il cervello è un artista e l’artista è un neuroscienziato.

La prof.ssa Mangione ha quindi proposto una breve analisi critica del pensiero di S. Zeki, mettendone in luce il riduzionismo metodologico e sostenendo che tale Autore formula una spiegazione di tipo esclusivamente  neurobiologico dei processi esaminati e degli atti correlati, senza una riflessione approfondita sulla nozione di causa. Attribuire certe operazioni esclusivamente al cervello finisce per far perdere di vista la persona che le compie.

Passando quindi alle teorie di Jean-Pierre Changeux, la docente ha posto in luce che il neuroscienziato francese, nelle ricerche condotte in un ambito che preferisce definire di neuroscienza dell’arte, ha approfondito la coscienza come tema cruciale per spiegare la sintesi cosciente di pensiero e di emozioni che si realizza quando si contempla un’opera d’arte. La sintesi tra elementi cognitivi ed emotivi avverrebbe nel cosiddetto “spazio di lavoro cosciente neuronale”, che viene spiegato dallo studioso francese mediante il  “modello di spazio di lavoro neuronale”, in studi scientifici di grande rilievo. Tuttavia, ha richiamato la prof.ssa Mangione, non è sufficiente prendere in considerazione solo un approccio neurobiologico per studiare un fenomeno così complesso come la coscienza, che riguarda l’essere umano in tutta la sua interezza.

Anche nel caso delle proposte di Changeux si trascura un approccio integrale, per assolutizzare il ruolo del cervello: così si lascia cadere l’occasione di una feconda integrazione con altre discipline, in particolare la riflessione filosofica. La coscienza perde in questo modo il suo valore ontologico, come ha indicato la prof.ssa Mangione, che ha ripreso nella propria esposizione alcuni studi di filosofia della mente compiuti alla luce della dottrina ilemorfica di Aristotele e di Tommaso d’Aquino.

È stata quindi la volta di Vilaynur Ramachandran. La prof.ssa Mangione ha indicato che le teorie neuroestetiche del neuroscienziato indiano si fondano sulla ricerca di leggi transtoriche e transculturali per l’esperienza artistica; ha quindi illustrato le dieci leggi universali dell’arte identificate da questo Autore, che valgono per qualsiasi civiltà e cultura. Ramachandran riconosce agli studi di neuroestetica un grande valore ed auspica che possano contribuire a colmare il divario tra cultura scientifica e cultura umanistica, inaugurando un  “novello Rinascimento”. Anche in questo caso, ha affermato Mangione, si rende evidente il riduzionismo di fondo nella pretesa di fondare dei principi estetici di natura universale affidandosi a ricerche condotte a livello neurologico.

È stata quindi la volta degli studi compiuti sui neuroni specchio e sul  ruolo centrale che essi assumono nell’esperienza estetica. “I neuroni specchio saranno per la psicologia quello che il DNA è stato per la biologia” (V. Ramachandran). Come emerge dalle ricerche compiute in particolare da neuroscienziati italiani come Vittorio Gallese, un elemento cruciale della risposta estetica consiste nella attivazione di meccanismi funzionali che comportano una sorta di “simulazione incarnata” di azioni, di emozioni e  di sensazioni corporee; si tratta di meccanismi universali, la cui conoscenza permette di comprendere meglio le nostre reazioni sia di fronte alle immagini quotidiane che di fronte alle opere d’arte. Non è mancato un riferimento al teatro, forma d’arte che si basa sulla relazione particolarmente coinvolgente che si crea tra attore e spettatore; è stato quindi richiamato il valore della collaborazione tra teatro, scienze umane e neuroscienze che si è registrata in tempi recenti.

Dall’esame degli studi di neuroestetica, sostiene la prof.ssa Mangione, emerge la necessità di una prospettiva interdisciplinare nell’approfondimento dell’esperienza estetica.  Un obiettivo da non perdere di vista nelle ricerche future è quindi quello di favorire il dialogo tra discipline diverse, che certamente permette di evitare le frammentazioni dell’essere umano.

Anche se le scienze progrediscono in maniera straordinaria nell’acquisizione di nuove conoscenze e ci possono fornire tanti elementi interessanti per indagare sempre più da vicino i fenomeni più peculiari dell’esperienza umana, si tratta pur sempre di un approccio parziale alla verità del reale, che richiede di  essere integrato in un approccio interdisciplinare, per non perdere di vista l’unità della persona umana. L’essere umano è unitotalità di corpo e spirito: riconoscere il ruolo dell’anima spirituale nell’informare il corpo è fondamentale per comprendere la capacità umana di compiere operazioni intellettuali. Gli aspetti neurobiologici forniscono una spiegazione di ciò che accade a livello fisico nel nostro organismo, ma le operazioni intellettuali sono caratterizzate dall’immanenza e dall’immaterialità. Tra l’altro, cogliere l’apertura alla spiritualità e alla trascendenza che caratterizza l’essere umano ci permette di sostenere adeguatamente a livello concettuale la nozione di dignità umana.

Il pensiero classico, oltre ad offrire gli strumenti per compiere un’analisi metafisica della persona umana e, di conseguenza, fondare ontologicamente la dignità umana, può rappresentare una grande risorsa sotto il profilo del rapporto tra i diversi saperi. La lezione sull’interdisciplinarità che ci viene da Tommaso d’Aquino è certamente ancora attuale.

Alla domanda “Siamo davvero di fronte ad un ‘secondo Rinascimento’, in cui arte e scienza possano collaborare sempre più strettamente?”, la docente risponde con una provocazione, richiamando l’opportunità di guardare al Medioevo, e in particolare all’esempio delle Università medievali, in cui la tensione verso l’unità del sapere si traduceva in un efficace e fecondo dialogo tra  le differenti discipline e in un arricchimento reciproco tra scienze e saperi diversi, come tra docenti e discenti.

L’interdisciplinarità rappresenta una scelta metodologica che caratterizza il Gruppo di Neurobioetica, spiega la prof.ssa Mangione, che si è particolarmente dedicata all’approfondimento di questo tema nell’ambito delle attività del Gruppo di Neurobioetica. Inoltre, prosegue la Mangione, l’interdisciplinarità è un problema antropologico, poiché da un adeguato approccio interdisciplinare scaturisce tutta la ricchezza della persona umana, che non è soltanto biologia, o neurobiologia, ma ha altre dimensioni che meritano di essere riconosciute ed indagate.

Quindi, se gli studi attuali di neuroestetica rappresentano un campo estremamente affascinante, tuttavia non bisogna trascurare  le discipline umanistiche, in particolare il confronto con una riflessione antropologica, la quale  permette di evitare le semplificazioni e le banalizzazioni, che comportano un rischio di riduzionismo. In questo modo si potrà apprezzare e conoscere adeguatamente la verità sull’uomo.

La tematica della neuroestetica continuerà a venir approfondita in quest’anno 2015-2016 dai membri del GdN. Il prossimo seminario a porte aperte dell’11 dicembre, infatti, intitolato l’“Esperienza immaginativa e neuroestetica”, vuol essere una continuazione a quest’approfondita introduzione. Ad intervenire saranno il dott. Alberto Passerini, psichiatra e psicotarapeuta, direttore della S.I.S.P.I. (Scuola di Specializzazione con la Procedura Immaginativa) e la dott.ssa Manuela De Palma, psicologa e psicotarapeuta della S.I.S.P.I., che illustreranno una particolare metodologia psicodinamica che utilizza le opere d’arte in ambito clinico.

Il 10 marzo 2016 a Roma, e sucessivamente in video-conferenza a Milano, raccoglieremo questa sintesi interdisciplinare sulla neuroestetica in un convegno promosso dalla prestigiosa DANA Foundation all’interno della Settimana Mondiale del Cervello (la BAW o Brain Awareness Week 2016).

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Padre Alberto Carrara, L.C., è Coordinatore del Gruppo di Neurobioetica (GdN) dell’Ateneo Regina Apostolorum (Roma)

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